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Fumetto

Beppe Mora

Matite al vetriolo

Beppe Mora per Fucine Mute

VS: Come prima cosa, le chiederei di presentarsi ai nostri lettori, descrivendoci, in breve, le sue molteplici attività (sia di vignettista di satira, sia di autore di storie di più ampio respiro, sia i suoi exploit nel mondo della pubblicità). In seguito, sarebbe interessante avere un suo parere sulla situazione della satira oggi in Italia. Come e quanto influiscono le “scelte editoriali” (nel senso di limitazioni alla libertà di stampa) sull’attività di un vignettista satirico?

BM: Eccomi. Mi chiamo Beppe Mora. Nato nel 1962; mi laureo all’ISIA di Urbino nel 1985, l’anno dopo l’istituto si dota di mirabolanti stazioni di computer grafica. Faccio l’art director in un’agenzia di pubblicità, ma non mi basta. Sono il miglior segno in circolazione. Secondo a nessuno nei testi. E guai a contraddirmi. Una sola incursione nel fumetto, con una storia da me scritta e disegnata intitolata Apocalypse no su invito di Stefano Benni e pubblicata da Feltrinelli; è la storia di un’apocalisse mancata, in cui gli angeli del giudizio calano sulla terra e, non riconosciuti vengono abbattuti da missili e contraeree. Ho arricchito il linguaggio della satira disegnata degli ultimi dieci anni, se pensiamo agli autori d’oggi viene la malinconia. Tolto Altan che è un genio, Bucchi ha fatto bene a non disegnare più, così ha portato l’elaborazione al computer nella vignetta, a Cemak toglierei la fotocopiatrice, Ellekappa ha le battute ma un segno urticante, Vauro le fa sottogamba e prima o poi ci rimette la schiena, Giannelli è così inglese, Staino se le fa disegnare da Bocelli… Forattini? Prego, no comment. La vignetta è (dovrebbe essere) un’esplosione, un orgasmo dei due elementi, il disegno e il testo; insieme debbono vibrare. E invece ci accorgiamo di come quest’istanza sia disattesa. A chi ha la battuta spesso manca il segno, chi ha il segno manca della fulminazione della battuta; la popolazione degli autori si divide in illustratori o battutisti. Tra i più completi e meno anziani del mestiere ci sono Maramotti, Rebori, Minoggio… Mi vengono in mente questi, ora. Mi piace Fagnani, il taglio poptrash di Squaz, adoro Ciaci.

Immagine articolo Fucine Mute

Uscendo dalla satira stretta, tra i migliori disegnatori c’è Giacon. Ma questi lavorano poco o nulla, e non certo per causa loro. I vecchi senatori babbioni della satira non mollano, non c’è pensione per loro. Zero idee, ma avanti. Tra coloro che scrivono di satira e dunque si trovano disoccupati, ci metto Alberto Graziani e Piermaria Romani. Si potrebbe fare un giornale, non so se di successo ma di qualità certa, solo con questi nomi! Un mostruoso talento nel disegno ce l’ha Gipi (Gianni Pacinotti), anche nel raccontare storie. Tocca distinguere, ancora tra vignettisti e narratori, più portati a raccontare per frames. Ad esempio Stefano Disegni non frequenta la vignetta proprio per la sua naturale attitudine alla logorrea, lui è un inguaribile raccontatore. Chi ha invece il dono dell’estrema sintesi ha l’obbligo di frequentare la vignetta. E la sintesi assieme al talento produce ancora pensiero. Ma poi “vignetta” è anche un brutto termine: deriva da decorazione a vigna, figlia dell’iconografia decò usata per incorniciare i disegni sulle pagine dei giornali. Che dire poi di “fumetto”. Viviamo male noi figli del “fumo” e della “vigna” nell’era di Sirchia… Ho avuto direttori come Serra, Sabelli Fioretti, Colombo, Vauro e Caviglia avendo lavorato a Cuore, Comix,l’Unità e con una marea di riviste satiriche. Una l’ho anche fondata e diretta (col vecio, compianto Sergio Saviane) e si chiamava Malox. Mai subito alcuna, neppure velata pressione o limitazione da parte di editori/direttori che fossero; l’unico direttore che mi rompeva le palle ero io stesso su Malox. Mi ha fatto ridere, ma poi ho provato sincera pena per Krancic che mi raccontò, dopo una vignetta inviata a il Giornale, di essere stato chiamato dalla stessa redazione: gli intimavano d’ora in poi di disegnare Berlusconi più slanciato (testuali parole).

La satira va male poiché non esiste più la critica.

Saviane diceva che la satira è figlia di primo letto della critica… Anche le teste migliori del paese non parlano più male di nulla, non osano scagliarsi, non si indignano, accettano e buttano giù il pappone mediatico fatto di Al Bano Lecciso Carlucci Giletti Fede ecc… senza conato proferire; poi c’è la finta satira spacciata per buona: vedi carrozzone Bagaglino e carrozzetta Striscia, tutto abbondantemente condito dall’arcivenduta ma mai tramontata fica. Esiste insomma una rimozione della critica in generale. Parallelamente un’elevazione del senso di suscettibilità; insomma una diffusa inclinazione all’impermalirsi. Così la critica diventa un’offesa, la satira si delinea come un male che colpisce i poveri indifesi potenti…

Immagine articolo Fucine Mute

VS: Interessante quest’ultima osservazione, e dov’è finita allora la critica? È stata stritolata dalla censura? Dalla paura di osare? Dalla mancanza di idee?

BM: Non esiste la buona critica. Esiste la critica, punto. Per via della censura, mi verrebbe da dire che non mi pare viviamo in un regime, almeno in parte, ma poi mi vengono in mente i bavagli a Grillo, Biagi, Luttazzi, Rossi, Santoro, anche Celentano (è di questi giorni)… Esiste poi una forma d’incoscienza soporifera che pervade il paese, una continua evasione dalle responsabilità, individuali e sociali. “Voglio apparire perché sono figo/a, ma se lo fanno anche gli altri è meglio, mi responsabilizza meno”. E così io spendo milioni in costosissimi abiti (esistono jeans in gran voga tra gli adolescenti a 600 euro!) per essere come gli altri. Oggi ciò che è bandita è l’originalità, la diversità. Meglio uniformarsi in tutto. “Sono gay? Si, solo se lo posso manifestare ai megaraduni”. Non è una conquista, è la cultura dell’omologazione. “Io sono tutti, dunque nulla. E come nulla, che me ne frega a me?” Gli strass, i brillantini, i rutilanti effetti speciali della moda contemporanea non sono mai stati così inutilmente invisibili. La vera trasgressione è la normalità. Che non esiste più. Perciò non si osa più. Le idee ci sono, ma ne verranno di migliori quando aumenterà la fame, quella vera. E abbiamo già un discreto appetito. Voglio dire che questo “nulla” non può essere eterno, gli euro scarseggiano, anche se continuano a raccontarci le fiabe, a promettere mari e Tremonti. Il calare del potere d’acquisto degli stipendi è direttamente proporzionale al potere d’acquisire rabbia, la quale, se collettiva, crea corti circuiti, e dunque pensiero.

VS: È solo la critica che manca alla satira (il che sarebbe anche più che sufficiente) oppure c’è qualcos’altro che distingue tanto gli autori di ieri da quelli di oggi?

BM: Mai come oggi le forme del potere sono forti, ma con contorni sfumati, ambigui, sfuggenti. Non si può dire “guerra”, (si chiama operazione di polizia internazionale) ma non si può neppure dire “pace” (si chiama ostacolo allo sviluppo delle democrazie perpetrato dalla sciocca resistenza dei comunisti). Sento usare forme abusate quali: “La realtà sta superando la fantasia”. Meno male che la fantasia è ancora valore stupefacente e inesauribile. E tanto mal sopportato dal potere.

Immagine articolo Fucine Mute

VS: Che consigli darebbe alle nuove leve?

BM: Chi ha la fantasia come dono parte in vantaggio, sulla carta. Potrà essere socialmente sfavorito, ma vale la pena di provarci. L’originalità è importante, meno copiate, meglio è. Rubate tutto ai maestri, se non c’è fame di conoscenza di tecniche e segreti, non iniziate neppure. Ma rubare non significa copiare. Dovete affinare il vostro stile. Ci vuole il gusto per il non senso, per il contrario, per il grottesco. Ci vuole il cuore per indignarsi. Bisogna disegnare molto a lungo ed imparare la sintesi, concettuale e figurativa. Perché la vignetta nasce da una complessità, si concentra in poche parole e in pochi segni; e si consuma in un attimo. E poi ci vuole mestiere per “giocare” con la satira. E giocare, lo sanno tutti i puri, è una cosa molto seria.

Don Jaime y Mora di Stefano Benni


Beppe Mora avrebbe voluto fare il ritrattista di corte. La sua passione per Velasquez e per le cantine reali sarebbero state uno stimolo sufficiente. Ma ahimé, Mora è notoriamente anarchico e ostile a ogni etichetta, e non sarebbe stato a suo agio nei palazzi del potere. Pittore di corte non vuole dire necessariamente pittore cortigiano, la storia ci tramanda molti reverenti imbrattatele ma anche grandi artisti che, nei loro ritratti, raccontano non solo le glorie, ma anche la verità, le miserie, il declino dei regnanti. Oggi i potenti non hanno più bisogno del ritratto per mostrare il loro volto e il loro fasto ai sudditi e ai posteri. Una profluvie di immagini li insegue e li espone. Il potente, retrocesso a Vip come qualsiasi minus habens televisivo, si mostra in fotografie, in video, su ogni schermo e giornale. E ognuno può avere il suo ritratto, nella galleria delle vanità mediatiche. Il risultato è che il ritratto è moribondo. Nella ossessiva ripetizione televisiva, nei cartelloni politici truccati, nei poster e nella finzione patinata dei fotografi modaioli. Il paparazzo è il nuovo pittore di corte, convocato dal piccolo infante Baltasar che poi si fingerà sorpreso e indignato per la violazione della sua privacy. Il ritratto diventa fotogramma della recita conformistica e dell’imagofagia coatta quotidiana. Vertretung, rappresentanza, e non più vorstellung, rappresentazione, direbbe Mora in trevigiano. Ciò che il ritratto perde, è il suo racconto. Quel segreto che unisce dapprima il soggetto all’autore, in un complesso legame di vanità, interesse, fascinazione e invidia. E poi il segreto profondo che lega noi che guardiamo all’autore, e attraverso lui al soggetto del ritratto. Che ci fa cercare e scoprire in ogni espressione e lineamento, in ogni trama grafica o pittorica, un racconto. Che rivela, o suggerisce qualcosa che non sapevamo di quella persona, oppure ci fa fantasticare, ci fa nascere il desiderio di conoscere la storia di quel ritratto, di quel rapporto, di quel volto. Ecco, raccontare è ciò che interessa a Mora. (E, come suggerisce il sarcastico titolo della mostra “ritrattare” è tornare a raccontare). Mora racconta la sua esperienza di meticcio artistico, pittore, grafico, fumettista, gag-man, che lui ci confessa interamente. Attraverso i ritratti noi ritroviamo le sue predilezioni, i suoi maestri, la sua ironia, il suo fertile caos stilistico. Queste persone hanno “posato” per Mora non già in uno studio, ma ore e ore nella sua testa, nel suo gusto e disgusto. E ora lui ce le consegna, per farci scoprire qualcosa di nuovo. Ecco allora i suoi amori, la fragilità evanescente di Warhol, un Haring diventato segno tra i segni, un Basquiat un po’ mostro e un po’ guru, un Vanni trasformato in una goccia di pittura. Ed altri personaggi più o meno amati. Un cardinal Giordano che, nell’estasi satirico-mistica di Mora, diventa un omaggio a Bacon. E poi un Tyson-totem, icona della farsa televisiva e al contempo Sovrano dei Ghetti. Ho a casa un Borges, regalatomi da Mora, dopo una notte in cui si divertì a ritrarre tutti gli amici sui tovaglioli, usando il caffè come inchiostro. Con questa gioia creativa, che non necessariamente diventa quadro o operazione intellettuale, Mora è sempre pronto a sorprenderci, come fa anche stavolta. Io gli auguro, in una prossima vita, di poter approdare alla corte di Spagna, vicino al suo amato Velasquez, e dipingere regine e infanti, usando come colori lo sherry, il tempranillo e la garnacha blanca.


Dal sito dell’autore www.beppemora.net

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