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Cinema

David Ballerini

Il silenzio dell’allodola

Immagine articolo Fucine MuteValentino Sergi (VS): Come mai per il tuo esordio alla regia hai scelto un tema così poco “italiano”?

David Ballerini (DB): Perché secondo me non è importante il fatto che la storia sia italiana, irlandese o di chissà dove. Questa è una storia universale e l’ho scelta perché, a mio avviso, è una storia emblematica, simbolica e perciò sempre vera, vera ancora oggi e vera in tutto il mondo. Secondo me il cinema, in particolare quello che vuole essere forte, controcorrente, deve avere il coraggio di confrontarsi con delle storie significative perché altrimenti finiamo col fare il cinema dei trentenni con il complesso di Peter Pan, il cinema dell’orticello di casa e non lo esportiamo nemmeno a San Marino.

VS: Guardando il film si nota, un po’ come in Nel 2000 non sorge il sole, la commistione tra una dimensione emblematica ed una iperrealista, cos’ha determinato questa fusione?

DB: La dimensione emblematica nasceva con l’idea di fare un film su questa storia, perché io non essendo irlandese e non avendo vissuto quei fatti sulla mia pelle non mi sentivo in grado di affrontare questa storia da un punto di vista documentaristico, questo dovrebbero farlo gli irlandesi. Per questo ho preso le distanze dalla storia in sé e mi sono reso conto che c’era moltissimo da raccontare anche standone lontano. C’è quindi questa dimensione simbolica che gli irlandesi stessi non riescono ad affrontare nei loro film, forse per la troppa vicinanza a quegli accadimenti. Dall’altro lato però c’era la necessità di mostrare cosa realmente succedeva in quella prigione, perché è inimmaginabile! Io, quando ho letto le memorie di Bobby Sands, la prima cosa che mi sono chiesto non è stata sul come questa persona sia riuscita, nonostante tutto, a conservare la sua dignità e la sua libertà lì dentro, ma come abbia fatto a sopravvivere biologicamente in condizioni di quel tipo, che nemmeno una bestia dovrebbe subire. Leggendo le sue memorie ci si chiede non come abbia fatto a sopravvivere degli anni, ma anche solo un giorno! Allora era importante che anche questo si vedesse. Rispetto a quella che è l’impostazione del film storico — che si basa su dei compromessi, per cui è molto verosimile, ma spesso non realistico, come nel caso di Nel nome del padre, forse il più famoso tra quelli che hanno affrontato la questione irlandese, ma che aveva un’impostazione hollywoodiana (i fatti sono edulcorati, molte cose non vengono mostrate, c’è dietro un’idea d’intrattenimento relativamente facile…) — ecco, è come se il mio film avesse scardinato questi compromessi, perché da un lato abbiamo delle brute testimonianze storiche: il materiale di repertorio, i giornali dati come cose, non spiegate, non narrate, pura evidenza di fatti accaduti; dall’altra c’è una storia che è totalmente inverosimile, perché assolutamente metafisica, astratta, ma anche iperrealistica, perché fa vedere delle cose che normalmente non si fanno vedere.

VS: Infatti nel film sono presenti molte scene mistico-religiose, molti riferimenti biblici che enfatizzano la dimensione di martire di Bobby Sands e giustificano questa scelta di mostrare la violenza, anche se più psicologica che manifesta. In che modo si è voluto suscitare nello spettatore un sentimento di disagio, di rabbia, per cercare di motivare questa causa?

DB: Da un lato c’è la costruzione sulla falsariga del mito biblico di Giovanni Battista e di Erode. Questa è una scelta legata al fatto che le memorie di Bobby Sands in realtà sono un’opera letteraria, prima di essere un documento storico, e sono la cronaca di una giornata, di una giornata “qualunque” che risulta ancora più mostruosa proprio perché gli orrori sono narrati come quotidiani. Questo aspetto però, legato al lato letterario dell’opera, non mi interessava, perché io non volevo fare una cronaca, per evitare appunto un approccio documentaristico, ma mi interessava la testimonianza storica che costituiva quel libro per ricostruirla su una struttura narrativa con un carattere completamente diverso, mitico, simbolico. A questo punto sorge spontaneo il chiedersi qual è questa struttura mitica e la risposta è venuta fuori un po’ da sé, perché la cultura del protagonista è fortemente cattolica e allora il mito non poteva che essere cristiano e dico questo, perché non solo la cultura cristiana ha i suoi miti di martirio, in quanto sono simboli universali. E nel caso di Bobby Sands mi è sembrato ovvio che la figura di riferimento fosse Giovanni Battista, perché nella cultura cristiana Cristo è il prototipo di ogni martire, ma Giovanni Battista precede e prelude a Cristo, difatti il santo muore in carcere per dimostrare la propria verità. Ho voluto narrare la storia di Bobby Sands sulla filigrana di quella di Giovanni Battista, per questo ci sono questa struttura e questi riferimenti biblici.

Poi c’era il problema della violenza, forse più allusa che mostrata; oggi come oggi, c’è un filone di film di successo che da un lato banalizzano e dall’altro spettacolarizzano la violenza. Essa non fa più realmente male alle persone, ma diventa ginnastica, balletto, figurazione e quindi spettacolo, per cui ci sono stati ultimamente in commercio nelle sale molti film stracarichi di violenza al cui termine però si esce ridendo. Faccio un esempio, si va a vedere il massacro degli 88 folli di Kill Bill Volume 1 e si esce con il sorriso, e invece con Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah si esce con i sudori freddi. Il mio film sta da questa parte, e la gente, dopo averlo visto, ne esce provata, non annoiata, ne esce emozionata, tesa, perché si rende conto di aver assistito a qualcosa di terribile, eppure non ha visto tagli, colpi o pugni, non ha nemmeno visto molto sangue, ma ha assistito ai risultati della violenza capendo che essa non è una coreografia, ma qualcosa che umilia un altro essere umano, che guasta la libertà, la dignità; è un qualcosa che guasta quanto c’è di più sacro, sia in chi la subisce che in chi la commette. Per questo si esce provati, il film serviva a questo, non certo a passare un messaggio ideologico su quella che era stata la situazione irlandese. Lo spettatore si pone delle domande: Cos’è la libertà? Cos’è la dignità umana? Com’è possibile che degli esseri umani possano infliggere pene così aberranti ad altri esseri umani?

VS: Allora un plauso va sicuramente agli attori che hanno saputo rendere con maestria la sofferenza ed il dolore dei personaggi della vicenda: Da Ivan Franek, con il suo metodo Stanislavski, ad Anna Maria Gherardi, da Marco Baliani a Flavio Bucci. Di certo si tratta di un cast per la maggior parte nostrano, nonostante il tema trattato. Il motivo?

DB: Il cast doveva essere sostanzialmente italiano, perché comunque questo era un film sponsorizzato dal Ministero. Ci sono però in questo film notevolissimi attori italiani che sono poco sfruttati dal nostro cinema che, in questo senso, trovo un po’ pigro. Io penso ad un’attrice come Anna Maria Gherardi, che non per nulla fu scoperta da Bertolucci, e che il cinema italiano potrebbe sfruttare molto di più. Penso a Marco Baliani, notissimo in ambito teatrale, che, però, alla fin fine ha fatto poco cinema e, eccetto il mio film, ha fatto sostanzialmente parti da buon padre di famiglia, per così dire, anche se nel mio film ha dimostrato di sapersi tramutare in un aguzzino di una cattiveria infernale, archetipica. Forse il cinema italiano dovrebbe cercare di più, variare di più i volti che usa, avere il coraggio di adoperare volti noti nel teatro, perché in Italia abbiamo attori straordinari. Per quanto riguarda Ivan Franek, la decisione è stata ponderata a lungo, perché ci serviva un attore straordinario, che sapesse affrontare una parte molto impegnativa, difficilissima, ma anche che avesse una determinata età, un determinato fisico… Abbiamo vagliato vari nomi e poi abbiamo scelto Ivan, ricordandoci di averlo già visto in Brucio nel vento ed è stata una scelta felice, fortunata; d’altronde nel cinema è anche questione di fortuna, si può desiderare alla follia un attore che però è impegnato con un altro progetto, oppure non si fida di un’opera prima. Fortunatamente Ivan era libero, si è fidato, e ci siamo piaciuti subito, sentendoci animati dalla stessa passione. Ivan regala a questo film qualcosa di speciale, dandogli una marcia in più. Io spero di aver dato a Ivan l’occasione di cimentarsi con un ruolo che non a tutti capita nel corso di una carriera.

VS: Di sicuro si avverte la passione di Ivan, ma anche di tutti gli attori e del regista. Purtroppo questa passione, oggi, nel nostro cinema italiano, viene poco valutata, nonostante le idee, gli autori e gli attori ci siano. Puoi darci un commento al riguardo?

DB: La situazione del nostro cinema è sconfortante. Era brutta prima, ma adesso è peggiorata, perché prima c’era una legge con molti difetti, senz’altro assistenzialista, che permetteva venissero realizzati dei lavori che poi si potevano benissimo buttare nel cestino, ma che, bene o male, permetteva la sopravvivenza di un’industria culturale, la formazione di autori, di maestranze e via di seguito. Da quel tipo di assistenzialismo, che senz’altro andava corretto, siamo passati a un assistenzialismo per ricchi, che dà il 50% a chi ha già l’altro 50%, senza precisare che chi ha già la metà dei fondi non ha problemi a trovare da sé l’altra metà, quindi si aiuta chi non ne ha bisogno. E poi, come al cinema, i fondi sono stati tagliati allo spettacolo, alla ricerca, all’università e l’Italia è diventato un paese che non studia, non fa ricerca, non produce cultura e se continua così non vedo come si possa uscire da questa situazione di crisi economica e decadenza culturale, due aspetti fortemente intrecciati, perché non si può venire fuori da una crisi epocale di queste dimensioni senza investire sulle idee, che sembrano l’ultima cosa ad essere presa in considerazione. D’altra parte dovremmo star tranquilli, perché ci viene detto che la situazione è rosea nonostante la nostra economia sia sommersa per il 40%. Se questa è una notizia rassicurante, apriti cielo! Comunque credo che se la situazione generale è drammatica, quella del cinema è ancora peggio, perché si scontra contro una povertà di mezzi ed una disattenzione terribile. È innegabile, però, che anche il cinema in sé abbia le sue colpe. Ha tutto il diritto di recriminare, ma deve farsi un esame di coscienza, perché il nostro cinema, come quello europeo, ha imboccato una politica autoriale che ha portato a una situazione schizofrenica per cui il cinema d’autore per essere tale deve risultare noioso (nel mio caso, nonostante la pesantezza dell’argomento, ho cercato di costruire un film d’azione), dall’altra parte, invece, il cinema d’intrattenimento dev’essere ad encefalogramma piatto. Questa politica non porta da nessuna parte; bisogna assolutamente riconciliare questi due rami del cinema e credo che questo sia l’insegnamento più importante e più vitale che può darci l’industria cinematografica americana che non a caso ha conquistato il mondo producendo una marea di porcherie, ma anche tanti gioielli, proprio perché è un’industria sana. Anche da noi ci sono tanti gioielli, ma siccome pensiamo di fare solo quelli, se ne producono molto meno di quanti ne fa il cinema americano, perché dove c’è un’industria e un mercato sani c’è spazio anche per l’arte. Non dimentichiamoci che il cinema non si fa con un pezzo di carta e una penna, il cinema costa e non può prescindere da un rapporto forte con il pubblico. Il cinema di genere aiuta a mantenere questo rapporto e questa è una lezione che il cinema italiano ed europeo ha dimenticato dopo aver imboccato una politica autoriale negli anni ’60 e ’70.

VS: Sorge spontaneo chiedersi se Il silenzio dell’allodola può aiutare il pubblico, sfiduciato nei confronti del cinema italiano, a rientrare nelle sale…

DB: Non se se definirlo un augurio, mi pare già abbastanza eufemistico. Il silenzio dell’allodola è una piccolissima produzione che esce con quattro copie in tutto e che, quindi, pochissimi potranno vedere; esce con pochissima pubblicità e ci è addirittura capitato che un’importante casa di distribuzione cinematografica italiana (non parlo della Medusa, che ha una politica commerciale, ma mi riferisco a una di quelle case che distribuiscono cinema di qualità o presunto tale) che ci hanno detto: “È un film drammatico? È italiano? Non ci interessa!” Ciò è legittimo, ma lo vuoi almeno vedere prima, per favore? È come se non volessi mangiare un piatto, perché ti hanno raccontato prima che sapore ha! Che senso ha questo? E questo è accaduto in più di un’occasione, ed è emblematico del fatto che, da un lato la situazione cinematografica italiana necessita di investimenti nelle idee, dell’altro della tremenda stagnazione che sta soffrendo. Il cinema d’autore ha certamente contributo a costruire il pregiudizio al pubblico e alla distribuzione di essere una palla, mettendo in difficoltà quelle uscite che cercano di liberarsi da questo retaggio storico, ma, d’altro canto ciò non giustifica chi, per suo lavoro e compito, dovrebbe guardare il cinema e non lo guarda! Questa storia non ha una morale, né buoni o cattivi, offre soltanto delle conseguenze drammatiche e allargando lo sguardo ad un’otticainternazionale notiamo che gli spettatori sono in calo, sia qua come in America, e per cercare di salvare capre e cavoli fanno dei remake. Ora, il remake di un film di successo che senso ha oggi? Esso ha fatto successo perché offriva qualcosa di nuovo all’epoca, oggi no, è roba già vista e ciò contribuisce al calo degli spettatori.

VS: Una situazione paradossale, insomma, un cane che si morde la coda. Per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, invece? Intendi variare genere?

DB: Penso che cambierò genere, perché mi interessano tutti e mi piace sperimentare per cui, probabilmente, il prossimo film che girerò sarà un horror, dico probabilmente, perché il contratto è in fase di discussione. Poi ho in progetto un noir ambientato nel ‘700 legato a vicende che conducono alla rivoluzione francese. Ho quindi l’intenzione di toccare più generi, mantenendo però questo doppio registro: l’approccio autoriale ad un cinema di genere.

Il silenzio dell’allodola


regia: david ballerini
sceneggiatura:
david ballerini
fotografia:
lorenzo adorisio
montaggio:
alessio focardi
musica:
giorgio vacchi, daniele lombardi
suono:
stereo
cast:
ivan franek, marco baliani, flavio bucci, anna maria ghepardi, pietro Ragusa, augusto zucchi
formato originale:
35 mm – color
durata:
96′
paese di produzione:
italia
produzione:
giuliana del punta e bruno restuccia per esperia film


Sinossi


Bobby Sands era un ragazzo irlandese che veniva dai quartieri cattolici di Belfast e che come tanti giovani repubblicani irlandesi simpatizzava per l’IRA. Come molti di loro, Bobby venne arrestato e costretto a confessare un crimine che non aveva commesso. Ma la storia di Bobby Sands è anche quella di un martire moderno che ha saputo dimostrare come anche nelle più nere, estreme condizioni di privazione della libertà è possibile continuare a scegliere, e perciò a sentirsi uomini. Dalla cattura attraverso tutto l’atroce calvario della sua prigionia, delle torture e dello sciopero della fame, questo film racconta l’indomabile lotta che Bobby Sands ha condotto in difesa dei diritti umani, della libertà e della dignità dell’uomo rendendolo famoso in tutto il mondo.

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