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Cinema

Sul Trento Film Festival 2005

Immagine articolo Fucine MuteÈ sempre bella Trento. Bella e placidamente incastonata tra le montagne. Non è un’impressione momentanea. Sono ormai tanti gli anni che la tarda primavera ha, per il sottoscritto, come destinazione un breve soggiorno nel capoluogo trentino. Se la leggenda popolare favoleggia sul mitico ponte che lega Trieste a Trento, lo scontrino ferroviario, via Valsugana, certifica più prosaicamente in 296 i chilometri ferroviari di distanza. Un viaggio di poco più di cinque ore, con soste obbligate e cambi di convoglio a Mestre e a Bassano, per approdare ad un appuntamento consolidato, legato ad un Festival che esprime nella dicitura Montagna-Esplorazione-Avventura le coordinate su cui orientarsi. Allora, come un riflesso condizionato, Trento finisce ai miei occhi per identificarsi con quella storica manifestazione che raduna ogni anno un’eterogenea moltitudine di appassionati di montagna e un agguerrito drappello di cultori di cinema. Quanto debba prevalere il valore documentario di un’impresa o il livello artistico di un filmato è un tema che appassiona e divide gli habitué di Trento, ognuno con valide ragioni da far valere. In ogni caso la nomina a direttore artistico di un cineasta affermato e competente come Maurizio Nichetti sembra indicare la tendenza ad un più accentuato rigore selettivo, pur nella consapevolezza di non poter deludere le aspettative di tanti alpinisti.

E veniamo a dar conto di quest’ultima edizione, la cinquantatreesima, che proponeva in concorso 45 film provenienti da 18 paesi, selezionati tra i 218 inviati, mentre 19 erano le opere delle sezioni informative ed altrettante in quella denominata “Tuttomontagna”, a cui bisogna aggiungere ancora 17 film considerati fiction ed eventi speciali e 23 appartenenti alla retrospettiva. Piuttosto consistente il numero di film che il Festival è riuscito ad assicurarsi in prima assoluta per l’Italia, a cominciare da “ La storia del cammello che piange”, il documentario, di produzione tedesca, firmato a quattro mani dal trentacinquenne regista fiorentino Luigi Falorni e dalla sua coetanea mongola Byambasuren Davaa che figurava nella cinquina delle opere non fiction in competizione all’ultima edizione degli Oscar. Un’opera delicata e poetica che ha per protagonista un raro cucciolo di cammello bianco che, in virtù di questa sua peculiarità, finisce per essere rifiutato dalla madre. Altro film notevole è il francese “Le dernier trappeur” di Nicolas Vanier, che ci fa conoscere uno degli ultimi cacciatori di pelli che, assieme alla moglie indiana, ha scelto di seguire il rincorrersi delle stagioni in uno dei luoghi più suggestivi ed impervi del nostro pianeta: le Montagne Rocciose. Sempre, tra gli eventi, si è potuto vedere l’ultima fatica degli autori del celebre “Microcosmos”, Claude Nuridsany e Marie Pérennou, intitolata “Genesis”, un affascinante viaggio alla scoperta delle origini della vita attraverso il tempo, gli animali, le origini dell’universo e delle stelle. Ed ancora “The hunter” del regista Serik Aprymov, un’opera che alterna, nel paesaggio pietroso del Kazakistan, elementi mitologici a situazioni realistiche, per comporre un universo in cui si manifestano le contraddizioni del mondo degli uomini e del mondo degli animali selvatici. Mentre una drammatica realtà viene rievocata in “Turtles Can Fly”, di Bahman Ghobadi. Poco prima dell’offensiva americana in Iraq, in un campo di rifugiati curdi, un ragazzino di tredici anni ha una particolare abilità nel montare antenne paraboliche. Una ragazzina di un villaggio vicino, invece, ha perduto i genitori ed è già mamma. Ma per tutti la vita è estremamente dura, cosicché, anche gli adolescenti rischiano la vita disinnescando le bombe per poi rivenderle al mercato. Tra i titoli prestigiosi della retrospettiva, da segnalare “Raining in the mountain” (1979) del regista hongkonghese King Hu, maestro del cinema di arti marziali e citato apertamente da Quentin Tarantino nel dittico “Kill Bill”, e il restaurato “Terra lontana” diretto esattamente cinquant’anni fa da Anthony Mann. Si tratta di uno dei capolavori riconosciuti del cinema western con un insuperabile James Stewart nel ruolo di un cow boy solitario che, giunto con la sua mandria in Alaska, si scontra con lo sceriffo che si comporta in modo criminale con la popolazione. Un omaggio particolare il Festival ha voluto dedicare a l’ex Monty Python Michael Palin. Nato a Sheffield nel 1933, Michael, insieme all’amico Terry Jones, conosciuto all’università di Oxford, si trasferisce a Londra negli anni sessanta dove incontra Eric Idle, Terry Gilliam, John Cleese e Graham Chapman. Tutti insieme appassionatamente danno vita al programma televisivo Monty Python’s Flying Circus il cui debutto avviene alla BBC il 5 ottobre del 1969. Il resto è noto. Fama, successo popolare, considerazione critica. Quando nel 1983 i Monty Python si sciolgono, le carriere si diversificano. Se Terry Gilliam, il più geniale, si propone come regista di ambiziosissimi e costosissimi kolossal, Michael Palin, più realisticamente, accetta nel 1989 la proposta della BBC di realizzare un reportage sulle orme di Phileas Fogg, celebrato da Jules Verne nel “Giro del mondo in 80 giorni”, un’avventura che lo porta ad attraversare Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America e Oceania. Da allora diviene un viaggiatore instancabile producendo filmati e libri fotografici che sono diventati degli appuntamenti molto attesi dal pubblico britannico. A Trento Michael Palin, squisito gentleman inglese, oltre al celebre classico dei Python “Life of Brian” (1979) e a tre sketch del Flying Circus, ha mostrato una puntata di sessanta minuti di “Himalaya”, la sua più recente serie di documentari che racconta un viaggio di tremila chilometri attraverso Afghanistan, India, fino alle pendici dell’Everest, il Bhutan e per ultimo il Golfo del Bengala.

Immagine articolo Fucine MuteLa retrospettiva di quest’anno denominata “Ombre bianche: storie e visioni polari” ha avuto come tema l’Artide e l’Antartide. E proprio l’inaugurazione del Festival è stata contrassegnata da un programma di gran classe. Con un rarissimo filmato di otto minuti del 1906 sulle spedizioni al Polo Nord e al Polo Sud a cui ha fatto seguito il lungometraggio di novanta minuti “South” (1919) di Frank Hurley che documenta lo sfortunato ma eroico tentativo di Sir Ernest Shackleton di attraversare l’Antartide dal 1914 al 1916. Entrambe le pellicole sono state recentemente restaurate dal British Film Institute di Londra ed hanno avuto a Trento un appropriato commento sonoro da parte della Sinfonica Tolkieniana di Milano. Ma il clou dell’omaggio all’Artide e Antartide si è avuto nell’ormai consolidata serata a tema condotta per la quarta volta consecutiva da Reinhold Messner. Il re degli Ottomila ha tenuto un’affascinante lezione su un personaggio, il già ricordato Shackleton, che pur non avendo conquistato niente, è ritenuto uno dei grandi protagonisti della ricerca di terre sconosciute. E Messner, per dimostrare la fondatezza del suo pensiero, ha esordito citando se stesso. Dopo aver conquistato anche l’Everest, da solo e senza ossigeno, sentiva di aver esaurito le sue imprese sull’Himalaya. Ecco allora la voglia di misurarsi in una sfida non più in verticale ma in orizzontale, identificata nella calotta polare dell’Antartide che rappresenta l’86% delle riserve d’acqua dolce della terra. Quindi la messa in atto del proposito assieme ad un compagno tedesco. Un’impresa, in tutti i sensi, da brividi. Il grande alpinista sudtirolese ha rievocato quei 92 difficilissimi giorni necessari per completare il percorso, con temperature di quaranta gradi sotto zero e continue bufere. In queste condizioni, per non arrendersi, è necessario “progettare idee” per riempirsi la testa. A questo punto Messner ha ricordato gli arditi dell’esplorazione polare: il norvegese Fridtyof Nansen che, dopo aver attraversato la Groenlandia, fallì di poco l’impresa al Polo Nord. Poi la spedizione del Duca degli Abruzzi e l’appassionante sfida tra Peary e Cook. Ma il più grande esploratore, a giudizio di Messner, fu Ernest Shackleton, un inglese di origini irlandesi, che non avendo soldi per la spedizione all’Antartide pubblicò un’inserzione su un giornale promettendo fame, freddo e un ritorno non sicuro. Nonostante questa scarsa attrattiva, si dichiararono disponibili in cinquemila tra i quali vennero selezionati i 27 che salparono a bordo dell’Endurance. Una serie di avverse vicissitudini mise a dura prova l’impresa e il soggiorno in quelle terre inospitali si protrasse per due anni. Quel gruppetto coraggioso di avventurieri riuscì a sopravvivere cacciando foche e pinguini. Ma Shackleton, pur non raggiungendo la meta prestabilita, non abbandonò il suo equipaggio e riuscì a riportarlo in patria. Se nessuno dubitava delle eccezionali qualità sportive di Messner, anche nell’insolito ruolo di affabulatore ha dato prova di grande comunicativa.

Passiamo ora a ricordare la composizione della giuria e il verdetto espresso. Accanto alla presidente, Stefania Casini, un’attrice che ora preferisce proporsi come ideatrice di documentari, figuravano il francese Bernard Amy, il norvegese Borge Ousland, l’austriaco Robert Schauer e Valérie Kaboré del Burkina-Faso. Il premio speciale della giuria è stato assegnato a “Tibet — Cry of the Snow Lion” dell’americano Tom Peosay, che documenta l’oppressione del popolo tibetano da parte delle autorità cinesi, mentre una menzione speciale ha incoronato “The Center of the Universe” dei tedeschi Max Reichel e Franz Hinterbrandner che ci fa conoscere le acrobatiche evoluzioni di Alex Huber, uno dei migliori arrampicatori della Yosemite Valley in California. La Genziana d’Argento per il miglior film di avventura sportiva è toccata a “Erik(a)” dell’austriaco Kurt Mayer che affronta con grande sensibilità la vera storia di Erika Schinegger che, diciottenne, nel 1966 divenne campionessa del mondo di discesa libera. Poco dopo si scoprì che era un uomo. La Genziana d’Argento per il miglior film di esplorazione è stata assegnata a “Giant Grizzly” del tedesco Andreas Kieling. Si tratta di una curiosa incursione nelle remote regioni dell’Alaska, alla ricerca dei mitici orsi Grizzly. La menzione speciale della giuria, nella categoria ambiente montano, ha voluto premiare uno degli autori più fedeli a Trento, l’inglese Leo Dickinson, quest’anno presente con “The Falcon That Flew With Man”. Questo documentario presenta l’eccentrico Lord Buck, da vent’anni addestratore d’aquile e falchi. La Genziana d’Argento, sempre per un tema d’ambiente montano, ha incoronato “ The Gorillas of My Grandfather” dell’austriaco Adrian Warren, viaggio contemporaneo nell’Africa centrale sulle tracce dell’orso di montagna, avvistato cent’anni prima da un intrepido capitano tedesco, Robert von Beringe. Una menzione speciale della giuria per un’opera che racconta il cambiamento di un territorio di montagna, è stata attribuita a “Im Anfang War Der Blick”, di Bady Minck, regista lussemburghese che utilizza tecniche cinematografiche d’avanguardia per reinventare il paesaggio austriaco. La Genziana d’Oro per il miglior film di montagna è andata a “The Devil’s Miner” (Germania-Usa) di Richard Ladkani e Kief Davidson, toccante testimonianza del dramma dei bambini boliviani costretti per bisogno a lavorare nelle miniere. La Genziana d’Oro per il miglior film di alpinismo è stata assegnata a “Sur le fil des 4000” del francese Gilles Chappaz che ha seguito le imprese alpinistiche di Patrick Berhault e Philippe Magnin offrendoci un ritratto di grande umanità. Infine la Genziana d’Oro — Gran Premio Città di Trento — è stata assegnata al film brasiliano “Extremo sul” di Monica Schmiedt e Silvestre Campe che testimonia, attraverso le voci dei cinque protagonisti, l’alternarsi di speranze e di paure mentre costoro si inoltrano negli inospitali paesaggi della Terra del Fuoco.

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