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Cinema

Sulla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2005

Immagine articolo Fucine Mute

Come un antico adagio che teorizza che la vita cominci a quarant’anni così si potrebbe estendere il concetto anche ad una manifestazione cinematografica. Nel senso che, acquisita un’esperienza ed una maturità, ci si volge verso il futuro con rinnovato slancio per coglierne le potenzialità. È un po’ il caso della quarantesima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, diretta da Giovanni Spagnoletti, che, dopo aver celebrato nella scorsa edizione il suo “augusto” compleanno, non ha certo voluto riposare sugli allori o sulla rendita di un passato glorioso ma si è guardata intorno alla ricerca di quel “nuovo” che ha sempre perseguito con tenacia e costanza. Ecco allora, evidenziata dalla scelta del manifesto, l’attenzione verso il cinema coreano del Sud che oggi si sta imponendo a livello internazionale e che già nel 1992 Pesaro aveva “scoperto” con una prima retrospettiva. Dopo Hong Kong, Giappone, Cina e Taiwan è proprio il cinema coreano a dimostrare una sua forte ed originale vitalità. Nella città marchigiana si è potuto assistere alla personale di un autore innovativo ed iconoclasta come Jang Sun-woo il cui “Bugie” aveva già suscitato grande interesse ed aspre polemiche alla Mostra di Venezia. Un cineasta atipico, nato a Seoul nel 1952, con una giovinezza turbolenta sfociata in un’aggressione che gli procura la condanna al carcere minorile e l’espulsione da scuola. Solo nel 1980, tramite il regista Lee Jang-ho, egli entra nel mondo del cinema scritturato come aiuto regista. Contemporaneamente si converte al buddismo Mahayana e scrive recensioni cinematografiche. Il passo successivo è la scrittura di alcune sceneggiature per la televisione. Nel 1985 codirige con l’amico Sun-woo Wan “The emperor of Seoul”, storia di un uomo che fugge da un manicomio e pensa di essere Gesù Cristo. Film che non trova distribuzione e solo tre anni dopo viene proposto in video. In quello stesso anno avviene il suo debutto autonomo con “The age of success”, graffiante satira del capitalismo attraverso le alterne fortune di un ambizioso direttore di marketing. Nelle opere successive si manifesta l’eclettismo dell’autore che affronta temi cruciali come la religione, la politica e il sesso. Il suo ultimo film “Resurrection of the little match girl” (2002), ambizioso e costoso tentativo di contemperare esigenze artistiche e formule commerciali sullo sfondo di una vicenda ambientata in una sala di videogiochi, non ha avuto successo. La circostanza ha prodotto un ripensamento in Jang Sun-woo che ha preferito proporsi come attore in un film di un regista debuttante. Attualmente egli sta lavorando ad una storia ambientata 1800 anni fa che dovrebbe essere girata in Mongolia. A completare il quadro del cinema proveniente dalla Corea del Sud c’è stata una panoramica di opere recenti realizzate con tecniche digitali che rappresentano la quasi totalità del cinema indipendente.

Un’altra cinematografia esplorata a Pesaro è stata quella finlandese. Chi frequenta le sale d’essai ha una certa dimestichezza con il cinema di quel maestro minimalista che si chiama Aki Kaurismaki. I più assidui avranno visto anche qualcosa del fratello Mika. Ma per il resto si conosce poco. A colmare la lacuna ecco, provvidenziale, una retrospettiva della casa di produzione e distribuzione Kinotar. Si tratta di sette documentari che, come spiega il curatore dell’iniziativa Mazzino Montinari, si propongono di raccontare le storie al plurale. Sono individui che si pongono quesiti filosofici come la riflessione su che cosa significhi stare a questo mondo. Poi due opere di fiction su conflitti familiari, dirette da Veikko Aaltonen e Esa Illi ed ancora un omaggio ad un poliedrico artista Mikka Taanila, che si divide tra cinema, arte contemporanea e musica elettronica.

Un altro artista schivo ed appartato che raramente si concede ai Festival è lo spagnolo Victor Erice, nato nel 1940 a San Sebastian e la cui filmografia è composta da solo tre lungometraggi. Dopo essersi diplomato ad una scuola di cinema ed aver lavorato come critico, Erice ha diretto nel 1967 un episodio del film collettivo “Le sfide”. Il vero esordio si è avuto nel 1973 con “Lo spirito dell’alveare”, film che mescola sapientemente l’infanzia, il mito di Frankenstein e la guerra civile spagnola. Successivamente lavora per la televisione e la pubblicità e solo nel 1982 firma la sua seconda opera, “Il sud”, anch’essa ambientata nel passato e che esplora il complesso rapporto che lega un padre a sua figlia. Bisogna attendere altri dieci anni per vedere l’opera successiva: “Il sole del melocotogno” (1992), premiata dalla giuria al Festival di Cannes, che racconta l’esperienza dell’artista Antonio Lopez intento a dipingere nel corso di diversi autunni, un albero, un melocotogno, che lui steso aveva piantato nel giardino della sua villetta. Ed ancora dieci anni devono trascorrere per poter assistere ai dieci minuti de “Il parto” minuziosa e sensibile descrizione di una nascita, racchiuso nel film collettivo “Ten minutes older: the trumpet”. A suggello di un percorso artistico così rarefatto, Erice ha tenuta a Pesaro una lezione di cinema.

Tra le altre proposte che la Mostra ha offerto c’era un omaggio al giovane e provocatorio regista filippino Khavn De La Cruz, con alcune opere in digitale fuori dagli schemi tradizionali. Poi una carrellata della produzione del gruppo catanese “Cane capovolto” e dell’artista multimediale (video, fotografia e pittura) Carlo Michele Schirinzi. Ed ancora la visione delle opere video dell’inglese Laura Waddington, realizzate con la complicità del musicista Simon Fisher-Turner.

Come consuetudine c’è stata anche la retrospettiva completa di un maestro del nostro cinema. Negli ultimi anni sono sfilati a Pesaro Ettore Scola, Ermanno Olmi e i fratelli Taviani. Quest’anno è toccato a Marco Bellocchio a cui il curatore dell’omaggio, Adriano Aprà, ha dedicato due esemplari volumi. Il regista di Piacenza, cinematograficamente parlando ha la stessa età della Mostra, avendo firmato proprio nel 1965 il suo folgorante film d’esordio. A tal proposto il critico Bruno Torri, che con Lino Miccichè ha fondato la Mostra, ha ricordato che “I pugni in tasca” era in predicato di partecipare alla prima edizione ma, non essendo ancora completamente pronto, alla fine debuttò qualche mese dopo a Locarno. La circostanza è stata resa nota nel corso della tavola rotonda dedicata a Bellocchio a cui hanno partecipato critici e colleghi di set del registra emiliano. Tra gli interventi il più significativo è stato, forse, quello di Borbora Bobulova che proprio con Bellocchio ha iniziato nel 1997 una carriera che l’ha portata ad esser un’attrice di primo piano del nostro cinema. Il film in questione, “Il principe di Homburg”, veniva girato tra la cittadina bulgara di Pleven e Cinecittà e la Boboluova, pur non comprendendo ancora bene l’italiano, maltrattava un po’ l’interprete perché non le permetteva un rapporto più stretto e diretto con il regista. C’è stato anche un approfondito dibattito sull’interpretazione critica del suo cinema che, partito da istanze iconoclaste e distruttive, è approdato a posizioni più meditate e riflessive.

Immagine articolo Fucine Mute

In ogni caso è lo stesso Bellocchio a sintetizzare così il suo attuale pensiero: “Tutt’altro che riconciliato resto un ribelle che però oggi sceglie una lotta senza spargimento di sangue perché non credo più che la sola rabbia possa portare al cambiamento”. Ma, accanto alle tante parole ascoltate nel convegno, restano le accuratissime analisi delle sue opere nei due libri “Marco Belloccio. Il cinema e il film” e “Bellocchiana”. Dal primo veniamo a conoscere anche un ‘esaustiva biografia. Marco nasce a Piacenza il 9 novembre 1939 da una famiglia della media borghesia. È l’ultimo, assieme al gemello Camillo, di otto figli tra fratelli e sorelle. Suo padre è un avvocato conservatore mentre la madre non riesce a fronteggiare il suo gravoso compito. In sua vece s’impone la figura della nonna materna, portatrice di un’educazione rigida e oppressiva non disgiunta da una forte religiosità. Ci sono poi gli studi e le frequentazioni giovanili, tutti compiuti, dai cinque ai sedici anni, in ambienti cattolici. Quando nel 1956 viene a mancare il padre, Marco viene colpito da una profonda crisi di allontanamento dalla religione. A vent’anni si manifesta la sua voglia di cinema con l’iscrizione ai corsi di recitazione al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, abbandonati l’anno seguente, nel 1960, per seguire quelli di regia. Al Centro fa amicizia con altri studenti che diverranno poi dei collaboratori per i suoi film come Silvano Agosti, Enzo Doria, Giuseppe Lanci e Giantito Burchiellaro. Tramite un comune conoscente incontra anche Bernardo Bertolucci che aveva debuttato dietro la macchina da presa con la complicità di Pasolini. L’esordio avviene nel 1965 con “I pugni in tasca”, premiato al Festival di Locarno con la Vela d’argento. Da allora, film dopo film, Bellocchio ha consolidato un suo personalissimo discorso cinematografico che ne fa uno dei maestri riconosciuti del nostro cinema con, forse, l’unico rammarico di non aver mai vinto il premio più prestigioso né a Cannes né a Venezia. Intanto a Pesaro il regista piacentino ha voluto mostrare i primi cinque minuti del suo nuovo film “Il registra di matrimoni”, interpretato da Sergio Castellitto, già splendido interprete de “L’ora di religione”. Un film che si preannuncia tra i più attesi della prossima stagione cinematografica.

Immagine articolo Fucine MuteInfine una giuria composta dallo scrittore Eraldo Affinati, dalla giornalista Maria Pia Fusco e dal regista Giuseppe Piccioni ha decretato il vincitore della sezione a concorso intitolata alla memoria di Lino Miccichè. Tra le nove opere in competizione i cinquemila euro del primo premio sono stati aggiudicati a “Il grano dell’orecchio” di Zhang Lu, che racconta la triste esistenza di una giovane cinese di origini coreane che per mantenere la figlioletta vende abusivamente dei sottaceti e per questa ragione viene perseguitata dai commercianti locali. Una storia delicata e intimista che in filigrana adombra la situazione della comunità coreana, di cui fa parte il regista, spesso discriminata e mal tollerata sul territorio cinese. Mentre il premio assegnato dal pubblico tra le proiezioni proposte in Piazza ha visto il prevalere di un altro film orientale “I protettori della montagna” del cinese Lu Chuan che ricostruisce una storia vera con protagonista una pattuglia di volontari che nell’impervia zona di Qingzang Heights cerca di salvaguardare l’esistenza delle antilopi tibetane destinate ad essere sterminate da parte di cacciatori mossi dalla necessità di sfamarsi.

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