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Palcoscenico

Aldo Corcelli

Archon: tra teatro e beneficienza

Fucine Mute incontra l’attore e regista teatrale Aldo Corcelli, autore di un recente adattamento teatrale del ritratto di Dorian Gray e presidente dell’ARCHON, un’associazione Onlus che attraverso l’arte cerca e ottiene fondi per portare avanti importanti cause benefiche.

Immagine articolo Fucine Mute

Tommaso Caroni (TC): Volevo innanzitutto rivolgerti qualche domanda a proposito del tuo adattamento teatrale de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Perché hai scelto di riadattare e interpretare questo romanzo?

Aldo Corcelli (AC): Innanzitutto Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo che ha avuto un enorme successo fin da quando è stato scritto, l’aspetto curioso è che nonostante abbia avuto questa popolarità e soprattutto che sia stato scritto da un genio della letteratura e della commedia come Oscar Wilde, ad un certo punto è sparito dalla circolazione per circa cinquant’anni; è stato messo all’indice e malgrado ciò è sopravvissuto nel tempo e addirittura aggiungerei è stato rivalutato nell’ultimo periodo, non tanto dalla letteratura in generale ma dalla società. Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde scritto in epoca vittoriana era semplicemente la fotografia allucinante di quella che sarebbe stata la società negli anni successivi. Tanto è vero che oggi come oggi questa bellissima favola del ritratto che invecchia al posto del protagonista è quotidiana, nel senso che ogni persona desidererebbe rimanere giovane, o no?

TC: Ti ha attratto questa tematica dell’estetica, relazionata al contesto contemporaneo? Hai voluto riprendere questo romanzo apposta perché è relazionabile con questo?

AC: Assolutamente sì, perché nel romanzo il concetto sviluppato è il voler rimanere giovani a tutti i costi, rimanere assolutamente intatti fisicamente; poi esistono tante altre sfumature, ma in realtà il ritratto non è altro che una proiezione di quello che Dorian sarebbe diventato invecchiando. Non penso che nell’Ottocento questa esigenza non ci fosse, altrimenti il romanzo non avrebbe avuto motivo di esistere. In ogni caso oggi come oggi, l’ho detto più volte, sussiste questa prerogativa dell’eterna giovinezza, forse a volte anche falsata da plastiche o interventi simili, però in realtà è una questione molto importante e di estrema attualità.

TC: A proposito dello spettacolo, lo hai autovietato ai minori di quattordici anni, volevo sapere il perché di questa scelta e se è stata dettata anche dal fatto che ci sono delle scene forti o da una tua decisione personale.

AC: Questa è un’altra delle tante domande che mi hanno già rivolto e la mia risposta è semplice: credo che un ragazzo o una ragazza di quattordici anni non abbia la capacità di comprendere questo romanzo. Se vuoi, esisteva anche un aspetto legato ad alcune scene un po’ particolari però non così complesse da essere vietate. La ragione principale è più un fatto cerebrale che visivo, nonostante ci siano scene un po’ osé.

Immagine articolo Fucine MuteTC: Il tuo è uno spettacolo molto complesso, ci sono tantissimi attori in scena, circa quaranta, una fotografia molto elaborata e ci sono anche inserzioni filmate. Cosa ti ha portato a proporre questo riadattamento su livelli e supporti visivi diversi, utilizzando sia il teatro sia il video?

AC: Ha portato un dispendio di energie impressionante, però devo dire che per quello che è stato il mio cammino negli ultimi quattro o cinque anni, da quando ho incominciato a firmare qualche regia nei lavori teatrali, l’intenzione era di saccheggiare quelli che erano i linguaggi e le strutture cinematografiche e portarle, anzi meglio, trasferirle in scena. Non creare confusione, portando teatro, cinema e televisione tutto insieme ma utilizzare quelli che sono i linguaggi di comunicazione, come in questo caso il cinema, che ha degli strumenti adattabilissimi alla scena.

TC: La scelta di utilizzare mezzi diversi è produttivamente molto impegnativa, tu hai prodotto, diretto e anche interpretato, nella parte di Lord Harry, il tuo spettacolo. Come sei riuscito a dividerti nei tre compiti, produzione, direzione della scena e degli attori e concentrazione e lavoro sul personaggio?

AC: È stato difficilissimo e dispendioso però alcune collaborazioni che ho avuto sono state notevolissime. Dal punto di vista tecnico penso di aver preso i migliori che ci siano in circolazione, in particolare i macchinisti, che arrivavano da Spoleto, quindi con una grande esperienza dovuta al Festival, poi l’aiuto regista e l’assistente alla regia che sono persone con estrema competenza. Il lavoro, devo ammettere, è stato tuttavia molto complesso e faticoso, anche perché la preparazione della mia persona e del mio personaggio è stata inconscia, con il passare dei giorni immagazzinavo degli elementi che nel quotidiano però non emergevano, poi all’improvviso c’è stata la svolta. Penso che la prossima volta sarà tra qualche mese perché la stanchezza è proprio tanta.

TC: Forse l’aspetto più interessante di questa produzione è il fatto che lo spettacolo è prodotto attraverso la tua associazione, la ARCHON, una ONLUSdi cui tu sei presidente. Volevo chiederti: quale causa benefica persegue questa associazione, a cosa è legata e come è nata?

AC: Inizialmente l’ARCHON è nata con l’intenzione di occuparsi prettamente dell’AIDO, associazione donatori organi, poi con il passare del tempo abbiamo individuato una grave realtà, sempre legata alla donazione e al trapianto degli organi, che è quella di un reparto del Regina Margherita che si occupa di bambini, da zero a tre anni, in attesa di un trapianto di fegato. L’attenzione quindi è stata rivolta a questo reparto ed ultimamente stiamo attuando diverse raccolte fondi attraverso progetti, non solo teatrali, ma anche essenze artistiche che vanno dalla pittura al teatro, al cinema e alla poesia, che è poi la mentalità dell’ARCHON.
Nei prossimi anni ci concentreremo su questo reparto. Il nome del progetto è In-visibili, ricorda molto un programma televisivo ma in realtà si chiama così perché la situazione di questi bambini è pressappoco destabilizzante e le istituzioni non la prendono in considerazione.

Però, con tutti problemi che ci sono in giro, trovo anche giusto che queste piccole realtà siano prese in considerazione da una giovane associazione come la nostra che è nata da appena due anni, ma che in questo arco di tempo ha già fatto qualcosa.

TC: A parte la promozione che lo spettacolo teatrale porta all’associazione, anche il devolvere i ricavati degli spettacoli è un sintomo del desiderio di portare qualcosa di materiale e pratico, un reale impegno nei confronti della causa.

AC: Bisogna precisare che durante la tournée ci sono state alcune fasi in cui devolvevamo l’intero incasso, perché evidentemente laddove non riuscivamo a coprire le spese subentravano degli sponsor privati, ma in assenza di questi eravamo costretti a coprire noi stessi le spese. Abbiamo potuto verificare che con uno sforzo ulteriore anche da parte di chi fa parte del progetto si possono ottenere dei risultati; per esempio rinunciando a cachet enormi, visto che il cast è composto da personaggi televisivi e del mondo dello spettacolo. In ogni caso, concretizzare materialmente la cosa è un fatto estremamente importante, soprattutto quando lo fanno i giovani. Non è una realtà nuova la nostra, non siamo gli unici alieni arrivati su questo pianeta a fare attività di questo genere: credo si sia capovolta un po’la situazione e che ora siano i giovani ad occuparsi di volontariato e di beneficenza piuttosto che le signore benestanti di età avanzata che pur possono permetterselo.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Un’ultima domanda. Quest’iniziativa è particolarmente interessante perché unisce sia l’aspetto  artistico sia l’impegno sociale. La dimostrazione di unione di due punti che in determinate fasi rischiano di perdere attenzione per il pubblico, sia il teatro come intrattenimento a discapito di altri tipi di spettacoli, sia la beneficenza ed enti di beneficenza che, senza la promozione dovuta, rischiano di decadere. Pensi che questa realtà, l’unione tra la beneficenza e gli spettacoli teatrali e di intrattenimento possa avere in futuro una qual certa rilevanza?

AC: Prima voglio fare una precisazione, tutto il progetto Dorian Gray non nasce con lo scopo di reclamizzare la beneficenza. Non è, come talvolta capita, che si telefona a casa dei cittadini della città dove è presente lo spettacolo e si dice “Esiste questa situazione drammatica, esiste questo spettacolo, comprate il biglietto”; no, noi abbiamo promozionato lo spettacolo come si fa normalmente in teatro, in maniera classica, quindi con la pubblicità dei cartelloni piuttosto che con interviste e nelle conferenze stampa. La gente veniva per lo spettacolo, e non credo che questa notizia abbia avuto così tanto clamore da indurre a venire soltanto perché lo spettacolo era di beneficenza o che comunque una parte degli incassi andavano in beneficenza. Però credo, rispondendo alla tua domanda, che questa unione tra la beneficenza e gli spettacoli teatrali possa essere un veicolo futuro, anzi hanno già incominciato nello sport con le varie partite del cuore. Penso che, dal momento in cui il teatro, così vecchio e antico, è all’origine del contatto umano, ci possa essere un’ottima unione tra il sociale e l’arte.

Associazione culturale “Archon-onlus”
C.so Vittorio Emanuele II, 74
10121, Torino
tel/fax 011-5185209
www.archon-onlus.com
[email protected]
www.aldocorcelli.it

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