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Fumetto

Scritture postmoderne del mito di Superman

Immagine articolo Fucine MuteSuperman è certamente il più classico tra i supereroi, nonché uno dei più popolari fumetti del mondo. Eroe tout court, sebbene negli ultimi anni sia stato rielaborato, originariamente era assai poco terrestre: perfetto, non solo perché invincibile, ma soprattutto perché privo di qualsiasi forma di meschinità — l’unico tratto tipicamente umano era il comportamento impacciato che mostrava con Lois Lane quando si travestiva da Clark Kent.
Molto più interessanti delle sue avventure trovo tuttavia le ri-scritture del mito che sono state recentemente proposte. Una caratteristica tipica della narratività postmoderna è infatti l’intertestualità, intesa come citazione elaborata, come riferimento e spesso totale trasformazione di quel che è considerato classico. Superman rappresenta una tentazione irresistibile per i fumettisti di questi anni, che sembrano non sopportare la sua kryptoniana infallibilità, il suo buonismo espresso dall’alto della sua superiorità extraterrestre, la sua fiducia e il suo amore per il genere umano, in definitiva la sua modernità. L’autore postmoderno non può condividere questa fede cieca che fa dell’essere più potente del mondo un paladino al servizio della comunità, un combattente che non si pone interrogativi, e che quand’anche se li pone, non si preoccupa di trovarvi delle risposte. Lo scrittore postmoderno ha una sensibilità diversa, problematica, perché questa è la cifra dell’epoca in cui vive: l’incertezza. L’azione di confrontarsi con il mito di Superman corrisponde dunque non solo a una tentazione, ma a un’occasione per esprimere una nuova sensibilità, per palesare un desiderio di innovazione stravolgendo le regole tradizionali del comic supereroistico.
A questo stravolgimento si è arrivati per gradi e specialmente con l’opera di Alan Moore e di Frank Miller. Mi riferisco a “Watchmen”, a “Batman: Anno uno” e a “Devil: Rinascita”, i tre capolavori del fumetto che hanno definitivamente portato i supereroi dal moderno al postmoderno (rimando qui agli ottimi articoli sul fumetto e sul postmoderno già pubblicati su Fucine Mute). Coloro i quali hanno scritto dopo l’uscita di questi titoli aveva la strada spianata, e non doveva far altro che radicalizzare l’operazione.
Presenterò qui tre esempi che mi paiono significativi, tre esempi del mutamento del gusto, tre esempi di un passaggio, il passaggio dall’improbabile del moderno all’impossibile del postmoderno, dal possibile del moderno al probabile del postmoderno.

Le origini di Superman: 1938

Per comprendere la natura del passaggio è necessario richiamare il mito originale.
Nel numero uno di Action Comics, del 1938, i giovani Jerry Siegel e Joe Shuster accennano solamente alle origini di Superman: giunto dallo spazio, sarebbe cresciuto in un orfanotrofio. Più tardi essi arricchiranno di dettagli il racconto: è adottato dai coniugi Kent, che l’avevano trovato, e la cui morte spinge il giovane Clark a decidere di mettere i suoi poteri al servizio dell’umanità. Successivamente l’aspetto della famiglia viene modificato e particolarizzato: non muoiono affatto (nella versione cinematografica fu trovata una via di mezzo: muore il padre, e la madre rivela a Clark di come è stato trovato, donandogli il costume), e anzi saranno a tratti un rifugio per un Superman stanco della vita cittadina. Rimane costante l’origine extraterrestre: come qualsiasi lettore di fumetti sa bene, Superman è l’unico (almeno originariamente) sopravvissuto del pianeta Krypton, salvato, ancora neonato, dalla lungimiranza dei genitori, che ne avevano previsto la distruzione. Lanciato nello spazio, raggiungerà la Terra a bordo di una capsula stellare, e qui si ritroverà dotato dei celebri, incredibili poteri.

Le origini di Superman: 2003

Immagine articolo Fucine MuteI classici eroi DC e Marvel sono penetrati talmente a fondo nell’immaginario degli appassionati di fumetti che immagino risulti molto difficile evitare di copiarli e costruire eroi nuovi, con poteri diversi ma identica capacità di affascinare i lettori. Superman, Batman, Flash, Spiderman, i Fantastici Quattro, Hulk continuano a ispirare svariate produzioni nell’ambito supereroistico (si pensi al recente film “The Incredibles”, i cui protagonisti sono una rielaborazione dei Fantastic 4).
Nel 2003 la Marvel compie un’operazione interessantissima: senza cercare affatto di nascondere la chiara ispirazione ai personaggi principali della DC, esce con la serie “Supreme Power”, sceneggiata da Joseph M. Straczynski e disegnata da Gary Frank. Leggiamo nell’introduzione all’edizione italiana: “Supreme Power è una rivisitazione di “Squadron Supreme”, miniserie di culto del compianto Marc Gruenwald… Nati per essere la versione Marvel della Justice League (il più importante gruppo di supereroi della DC Comics), i personaggi dello Squadrone Supremo si rivelarono gli attori ideali di un nuovo modo di raccontare i supereroi. I semi che Gruenwald gettò con Squadron Supreme germogliarono più tardi, influenzando opere come “The One” di Rick Veitch o “Watchmen” e “Miraclemen” di Moore”.
Il filo conduttore di queste opere è una visione realistica del supereroe, diretta a immaginare le conseguenze dell’esistenza di esseri dotati di superpoteri nella nostra società. In questa direzione vanno anche gli splendidi albi disegnati da Alex Ross: “Marvels”, sceneggiato da Kurt Busiek, e”Kingdom Come”, sceneggiato da Mark Waid.
In Supreme Power sono immediatamente riconoscibili Superman, che ora si chiama Hyperion; Flash, che è diventato un bel ragazzo di colore; Batman, che pure è nero e difende solo gli afroamericani; Wonder Woman, che è cattivissima, e Lanterna Verde. Naturalmente i costumi sono completamente diversi, e i nomi sono cambiati: ciò che rimane simile sono le origini dei personaggi e i loro superpoteri. L’alter ego di Batman, per esempio, si chiama Nighthawk, non ha poteri incredibili, ma solo una feroce sete di vendetta dopo aver assistito, da ragazzo, all’omicidio gratuito dei genitori da parte di due razzisti a Memphis, nel Tennessee, ovvero nel Sud degli Stati Uniti (tra l’altro il modus operandi dell’assassinio è a sua volta interessante; mi sembra infatti che si tratti di un’ulteriore citazione: in questo caso il film culto Easy Riders). Ricco magnate, Nighthawk trova soddisfazione solo quando indossa il suo costume, completamente nero e privo, come per tutti gli altri personaggi, dell’ormai inutile mantello (che serviva ai primi disegnatori di supereroi a dare dinamismo alle azioni dei personaggi). I suoi pestaggi sono cruenti e di una violenza devastante, misurabile in termini di ossa rotte e corpi contorti, ben rappresentati — niente a che vedere con i pugni e i calci di Batman, che al confronto sembrano puramente scenici.
Concentriamoci sulla storia di Hyperion. L’immancabile navicella sfreccia in mezzo alla campagna americana. I famosi coniugi la vedono precipitare, vanno a indagare e trovano un bel bimbo con gli occhioni azzurri. La moglie subito se ne innamora e, nonostante il tacito scetticismo del marito, decide di accudirlo per la notte. Il piccolo, tuttavia, rimane con loro per poche ore: arriva immediatamente l’esercito a prelevarlo.
Questo topos, questa idea che da un momento all’altro un oggetto extraterreste potrebbe cadere sul suolo terrestre e che ci siano squadre speciali dell’esercito pronte a raccoglierlo, nel 1938 non si sarebbe potuto nemmeno immaginare: il radar, infatti, era stato inventato nel 1935, ma avrebbe trovato concreta applicazione solo durante la seconda guerra mondiale. Alla base di questa idea sta l’immagine di un governo onnipresente, di un governo che opera subdolamente e tenendo i cittadini all’oscuro degli avvenimenti, ufficialmente per il bene pubblico, officiosamente per acquistare maggior potere. Un governo, insomma, così come tipicamente raffigurato nelle teorie del complotto, che sono proprie dei nostri anni.

Hyperion, la cui identità civile sarà Mark Milton, diviene il centro di un complesso progetto di crescita: relegato in una casa all’interno di un campo militare riservato allo scopo, affidato a due agenti segreti che gli faranno da genitori, costantemente sorvegliato attraverso telecamere, educato da maestre a domicilio sui valori dell’americanità, Mark diventa il classico bravo ragazzo americano, fedele al governo e ai suoi dettami.
I nuovi genitori all’inizio sono contentissimi del loro bambino, ma presto si accorgono della pericolosità dei suoi poteri: quando gli fanno dono di un cucciolo, Mark si spaventa all’abbaiare del cane e lo incenerisce con lo sguardo. Da quel momento la loro coesistenza costituisce una prova psicologica per i due agenti, che sebbene affezionati a lui, non riusciranno mai veramente a liberarsi del timore nei suoi confronti e del senso di estraneità rispetto a una creatura così diversa. Quando Mark raggiunge i 20 anni circa, il governo simula la loro morte e dona loro una nuova vita ad Amsterdam. Molto realisticamente, appena i due escono dall’aeroporto del loro nuovo Paese, si lasciano per sempre. Il mito dei genitori del Midwest americano si sfata davanti a una realtà più grande di loro.
Nel frattempo il ragazzo era stato impiegato dagli Stati Uniti per risolvere situazioni problematiche, come la prima guerra in Iraq, la celebre operazione desert storm: secondo una trovata simpatica, sarebbe stato Hyperion a sgominare le forze irachene e a permettere la rapida avanzata dei soldati americani, che infatti, come si ricorderà, con loro grande sorpresa incontrarono una resistenza appena simbolica.

Un giornalista particolarmente attento e acuto comincia intanto a sospettare qualcosa, avendo raccolto indizi sulle operazioni militari risolte da Hyperion per anni. Il governo, con una strategia estremamente attuale, decide di evitare lo scandalo giornalistico e rivelare al mondo l’esistenza di Hyperion. Naturalmente, da quel momento gli Stati Uniti dispongono di un’arma di contenimento preventivo della violenza praticamente invincibile. Mark diviene un paladino della giustizia e schiere di ammiratori assediano costantemente la sua casa: a differenza di quanto accade a Superman, a Mark non è concessa doppia identità. Egli non può nascondersi dietro gli occhiali, perché il mondo del XXI secolo non ha più l’ingenuità di quello del XX, e il lettore moderno non accetterebbe un simile espediente acriticamente. Dopo la morte dei genitori, Mark, rivolgendosi a due agenti governativi, dice: “Mi piacerebbe vivere una vita normale […] Stavo pensando di trovarmi un lavoro, e nessuno dovrebbe sapere chi sono. Pensavo che potrei mettermi questi”, e si infila un paio di occhiali da vista. Ottima citazione! I due agenti, imbarazzatissimi, rimangono inizialmente senza parole, poi rispondono: “Mark, lei ha già un lavoro, è un eroe, un simbolo per tutto il Paese, un modello. Sono tre lavori a tempo pieno questi”. In questo modo si mette in crisi una delle debolezze delle trame classiche: come possono i supereroi trovare il tempo per una vita privata, e come possono conciliarla con la loro attività? Non è un caso se Superman flirta con Wonder Woman, o Batman con Catwoman: dividono lo stesso mondo, hanno abilità simili, possono capirsi. Come può Lois Lane comprendere cosa significhi essere Superman? Come poteva Vicky Vale andare oltre Bruce Wayne e accettare Batman (fra i due, infatti, la storia finisce presto)?

Immagine articolo Fucine MuteTriste, isolato, Mark non aveva mostrato segni di ribellione all’autorità sino alla tragica scomparsa dei suoi, che coincide con l’incontro con un ragazzo di colore capace di correre così veloce da essere capace di seminarlo. La consapevolezza di non essere il solo dotato di superpoteri e la necessità di uscire dal suo bozzolo protettivo e di costruirsi una vita lo spingono a porsi degli interrogativi che lo faranno presto maturare. Decide di non eseguire più gli ordini del governo, e questa insubordinazione spinge l’esercito statunitense a cercare (inutilmente) di ucciderlo. Ferito, si ritira sulle montagne, dove è soccorso da una donna meravigliosa che si rivela essere un’altra aliena, dotata dei suoi stessi poteri, che si è tenuta nascosta per migliaia di anni. La ragazza gli rivela la loro comune origine: sono stati evacuati da una nave spaziale aliena attaccata e distrutta da una seconda razza extraterrestre. Hyperion, dunque, a differenza di Superman non è il solo superstite della sua specie. Quando però gli dice che sono destinati a dominare il mondo e lo invita a unirsi a lei per portare morte e distruzione, Hyperion si oppone: per quanto diverso, per quanto rifiutato dagli umani, non ucciderà coloro che comunque, in qualche modo, rappresentano la sua unica casa, il suo unico mondo. Al contrario:combatterà per loro, per salvarli dalla propria follia.
La trasformazione rispetto a Superman è completa. Hyperion è letteralmente un figlio degli Stati Uniti, e ne incarna pienamente i valori: la sua ribellione è il frutto di una presa di coscienza, di una evoluzione interiore, di una visione critica del mondo. Non più, quindi, cieca fiducia nel progresso, nel governo che ci proteggerà, nell’eroe buono che risolverà i problemi, bensì un uomo con dei poteri smisurati e tremendamente pericolosi, un continuo senso di incertezza che a tratti sfocia nella paura, un desiderio di eliminare il diverso per ristabilire l’ordine. Il nuovo Superman è un’identità in conflitto, è privo di una direzione sicura e definitiva, ed è quello che è per propria scelta.

La capsula spaziale sulla quale Mark era giunto sulla Terra viene conservata e analizzata. Grazie all’evoluzione delle tecnologie, soltanto nei nostri giorni è possibile agli scienziati che seguono il progetto accorgersi si un fatto sconvolgente: la capsula conteneva del materiale di DNA che si è sparso al suo arrivo. La teoria è che Mark fosse stato messo all’interno della navicella come diversivo, per sviare l’attenzione degli umani dalla forma vivente che effettivamente gli alieni intendevano salvare e che si è diffusa nell’aria. Questo spiegherebbe la proliferazione improvvisa di esseri con superpoteri, attribuendo così una spiegazione pseudoscientifica all’esistenza dei supereroi. Soprattutto, però, la centralità di Superman viene meno. Non si tratta più di una creatura attorno alla quale tutto il mondo gira, ma di un ingranaggio, di una pedina all’interno di uno schema più grande e complessivamente inafferrabile. In termini sociologici, è qui introdotto un notevole aumento di complessità, che rispecchia la sensazione del presente di vivere in un mondo che sfugge non solo al nostro controllo, ma persino a una sua parziale comprensione.

Le origini di Superman: 2001

Un chiaro riferimento alle origini di Superman è stato proposto nella serie “Planetary”, con testi di Warren Ellis e disegni di John Cassaday. Planetary narra le vicende di un gruppo di archeologi dell’impossibile, affiliati di una società segreta e tutti dotati di superpoteri. Ogni episodio è a sé stante, ma un filo lega tutti gli albi, dipanandosi lentamente e svelando i misteri aperti fin dall’inizio della saga. Un tema che pervade l’intera storia è la teoria del complotto: esisterebbero almeno due grandi e potentissime società segrete, Planetary, appunto, e la sua nemesi malvagia, di cui si sa poco, ma che sembra essere incredibilmente potente. Naturalmente anche nella serie Planetary il governo è descritto come una macchina capace di ordire trame politicamente molto scorrette e di condurre tremendi esperimenti con cavie umane. Tuttavia il governo non è la punta dell’iceberg del potere: decine di altri livelli, non meglio specificati, starebbero sopra al Presidente degli Stati Uniti. La stessa Planetary è in grado di operare con assoluta impunità rispetto alle autorità regolari, e di contrastare l’azione di settori deviati dei servizi segreti. Lara Croft (un’altra archeologa dell’impossibile, molto più simile a Indiana Jones) al confronto sembra già vecchiume.
In uno degli episodi, ampio spazio viene dedicato al dialogo tra una coppia di extraterrestri umanoidi. Il marito annuncia alla moglie la prossima fine del loro pianeta, distrutto dalla tecnologia prodotta dal suo stesso popolo: “Siamo così orgogliosi di noi stessi,vero?… Abbiamo ucciso noi stessi con questa gloria autoinflitta”. Un chiaro attacco alla presunzione, propria della modernità, che attraverso la scienza l’uomo possa sempre progredire e rimediare agli sbagli delle generazioni precedenti, nonché un riferimento velato all’importanza di preservare la natura rispetto alle necessità economiche che ci spingono a deturpare l’ambiente in cui viviamo.
La moglie, però, ha predisposto una navetta: dentro c’è un dispositivo di nascita. Il bambino che tanto avevano sognato si formerà all’interno della navicella e viaggerà verso un mondo migliore.
Lanciano la capsula poco prima che il pianeta esploda.
Questa sequenza si sviluppa parallelamente ad altre sottotrame, in ognuna delle quali si assiste alla partenza di un eroe in direzione della Terra, in un’atmosfera di speranza e fiducia. Nella seconda sottotrama, infatti, una specie di corpo di polizia universale investe di nuovi poteri un nuovo agente e lo invia a vegliare su di noi (mi sembra un riferimento al personaggio di Lanterna Verde), mentre nella terza sottotrama assistiamo a una novella Wonder Woman inviata nella nostra società per farla progredire.

Immagine articolo Fucine MuteNelle pagine successive la speranza lascia il posto al cinismo: in una sola tavola vediamo il poliziotto stellare trucidato e scopriamo che stanno per uccidere l’ancora impreparata alter ego di Wonder Woman. Il lettore è colto da un senso di sconforto e di impotenza davanti a quella che non sembra più ironia, ma solo una tragica metafora della realtà, della morte sul nascere delle buone intenzioni e degli ideali di cambiamento. Un conservatorismo opprimente emana da quelle pagine, e il messaggio sembra essere l’impossibilità per l’uomo comune (che si identifica con il supereroe) di sfidare il potere costituito.
Il destino peggiore e più ampiamente descritto tocca, non a caso, al piccolo extraterrestre: Ellis e Cassaday gli dedicano ben tre pagine. La navicella precipita sulla Terra; un uomo misterioso, accompagnato da militari non governativi, giunge immediatamente sul luogo e apre la capsula grazie ai propri superpoteri, rivelando una piccola creatura umanoide dagli occhi tristi e bisognosi, avvolta in un mantello praticamente identico a quello di Superman, che tende la manina, teneramente. Nelle quattro vignette successive: 1) l’uomo lancia un raggio sul piccolo, che non è inquadrato; 2) l’uomo telefona al suo capo, mentre del fumo esce dalla capsula; 3) l’uomo descrive la situazione e aggiunge “…e comunque il ragazzino brucia… Cosa? Non avevi detto niente a proposito di… no… non l’avevi detto…”. Troppo tardi, l’ha incenerito. 4) L’uomo si allontana discutendo della missione successiva, mentre in primissimo piano appaiono gli occhi sgranati e increduli di due soldati, e poco più in là un terzo colto dai conati.
Fine di Superman: questo mondo non è fatto per quel genere di eroi.

Le origini di Superman: 2005

L’ultima versione del mito di Superman che intendo presentare è quella proposta in una miniserie della DC: “Superman: Secret identity”, testi di Kurt Busiek e disegni di Stuart Immonen (inter alia, molto particolari). Superman è, in questa versione del mondo, soltanto un fumetto. Ci troviamo, cioè, nel fumetto che parla del fumetto, nel metafumetto, nel fumetto che riflette sul proprio stesso linguaggio, un tema che era già in nuce nella modernità, ma che solo con la postmodernità si sviluppa nella piena consapevolezza degli autori.
Un ragazzino di tredici anni, che ha la sfortuna di chiamarsi Clark Kent (nome che per tutta la vita attirerà scherzi e battutine), scopre all’improvviso di possedere dei superpoteri: può volare così veloce da sfuggire ai radar, ha la vista a raggi x, può incenerire gli oggetti con lo sguardo, ha la pelle ignifuga e a prova di pallottola.

Stranamente, come egli stesso ha modo di notare, è possibile tagliargli i capelli e prelevargli il sangue, un dettaglio che basta a rivelare l’assurdità e la superficialità dell’universo immaginario dei fumetti tradizionali. I comics contemporanei sono molto più attenti a questo genere di dettagli: in Supreme Power, per esempio, il nuovo Flash ha un problema molto pratico, ovvero il fatto che a ogni corsa, a causa della velocità e del conseguente attrito con l’aria, gli si bruciano i vestiti. Quando rivela la propria identità, gli viene offerta una lauta ricompensa per fare da testimonial nella pubblicità di articoli sportivi (un supereroe che fa la pubblicità!). Essendo egli un povero ragazzo del sud, accetta immediatamente, ma ciò che lo rende più felice è che viene anche provvisto di una tuta speciale capace di resistere al calore generato dalla velocità, e che da quel momento diviene il suo costume.
Ispirato dai fumetti del celebre eroe rosso e blu, decide di fabbricarsi un costume da Superman e di operare come tale per salvare quante più vite possibile, intervenendo soprattutto nei casi di catastrofi(incidenti automobilistici e aerei, terremoti, etc.). A parte questa sua attività, è un uomo del tutto comune: lavora (casualmente è uno scrittore), è sposato con Lois Lane, un’arredatrice di successo, ed è padre di due gemelline (le quali, si scoprirà al termine della serie, erediteranno i poteri del padre). Si assiste dunque a un Superman preoccupato dai problemi della quotidianità: il lavoro, la famiglia, le figlie… e fra questi vi è un nemico implacabile: il tempo. Clark Kent, come ogni altro essere umano, invecchia, e i suoi superpoteri si indeboliscono, sino al punto di doversi ritirare dall’azione, lasciando spazio alle figlie, ormai più che ventenni.
La possibilità che Superman si ritiri era già stata proposta da Alan Moore in una storia del 1986: “Che cosa è successo all’Uomo del Domani?”, nella quale, fingendo la propria morte, Clark Kent diveniva finalmente libero di ritirarsi a vita privata. In “Secret identity”, però, il tema del tempo è analizzato con attenzione, e diviene l’elemento che accomuna uomini normali e supereroi, che davanti alla morte si ritrovano parimenti soli e indifesi. In poche decine di pagine si è testimoni di tutte le fasi di una vita: la fanciullezza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, rappresentata da una elegante barba bianca.
Nella miniserie Superman non ha nemici iperdotati. Il suo unico antagonista è, sorprendentemente ma comprensibilmente, il governo. L’esercito cerca infatti di catturarlo, per studiarlo e controllarlo. Solo dopo anni Superman riesce a scendere a patti con un agente governativo e a stipulare un accordo reciprocamente vantaggioso: la sua immunità in cambio di aiuto in situazioni di emergenza nazionale. Il governo, dunque, visto nuovamente come nemico, come autorità occulta, spietata e tesa a un solo fine: il potere.
Molto significativamente, la voce narrante di Clark Kent spiega come avesse espressamente richiesto di non essere coinvolto nella politica. Superman, infatti con i suoi poteri potrebbe cambiare l’assetto delle relazioni internazionali, come si vede in “Supreme power”. Il fatto che la serie regolare non se ne preoccupi costituisce una debolezza per la testata, una specie di catena che lo costringe a una perpetua, immatura mancanza di realismo per il lettore contemporaneo.
Superman rimane così ancorato a una trama obsoleta, a uno schema superato, a un’immagine del supereroe ormai slegata dalla realtà contemporanea, così critica, smaliziata e abituata a ogni sorta di stimolazione da aver completamente cambiato il senso del veridico. Abbiamo trasformato l’improbabile Superman in impossibile, ma abbiamo reso i possibili alieni, le possibili macchinazioni governative, le possibili piccole cospirazioni in probabili realtà, e le abbiamo ingigantite, dimostrando che non la nostra ingenuità è cambiata — soltanto l’oggetto delle nostre fantasie.

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