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Cinema

Gianni Amelio

La stella che non c’è

locandina del film La stella che non c'è“Ma è meglio il libro!” si sente dire troppo spesso a proposito del riadattamento cinematografico di un romanzo. A volte invece è il processo inverso — dal film al libro — ad intrigarci e non manca la curiosità di aprire quel grosso tomo tra “le novità” in libreria con il volto della Kidman, o del Cruise, o di chissà quale altro divo in copertina…
Gianni Amelio, con il suo ultimo lavoro, La Stella che non c’è, non sceglie per nessuna delle due suddette opzioni. Egli legge sì un libro (La Dimissione di Ermanno Rea) del quale resta colpito a tal punto da volerne fare un film, ma a modo suo. Con il benestare della produzione — Cattleya, nella persona di Riccardo Tozzi — , che acquisisce i diritti dell’opera, egli si cimenta non in una rilettura, ma in una continuazione della vicenda. Capita spesso di voler o provar ad immaginare cosa succederà ai personaggi di una storia, di una narrazione, di un film dopo le parole “the end — fine”. E non si tratta solo di mere considerazioni nativistiche od infantili… (il leggero imbarazzo del genitore nello spiegare al bimbo che i personaggi, soprattutto quelli del grande e piccolo schermo, non hanno un domani, ma al massimo un’eternità fittizia alimentata dall’espediente del vissero tutti felici e contenti). Nella dimensione della fiaba, si tende a dare importanza a ciò che un personaggio avrebbe fatto in occasioni o momenti che non fanno parte della sua precisa dimensione diegetica. Nella favola solitamente il personaggio è dotato di particolarità e peculiarità (spesso di qualità opposte, il buono e il cattivo) a cui ci si riferisce, nell’immaginario collettivo, come ad un esempio, al modello da seguire o da non seguire.
Lo studio del personaggio e della caratterizzazione del medesimo hanno inaugurato scuole di pensiero che si fondano sulla completa creazione (o ri-creazione) di elementi immaginari. I così detti “stanislawskiani”, per esempio, prendono particolarmente a cuore tutte le possibili sfumature del personaggio, a tal punto da trasformarsi in un suo surrogato. Come si comporterebbe Zivago qualora… hmm non fosse morto? Come mangerebbe la sua pagnotta imburrata la mattina? O come risponderebbe alla gente per strada, o ad un insulto in automobile? Già, l’immedesimazione arriva a tal punto da rivedere e rianalizzare il personaggio anche trans-temporalmente e trans-spazialmente (come navigherebbe in Internet Zivago?). Lo scopo dell’attore e quello di, in ultima analisi, diventare il personaggio e, paradossalmente, di offrirgli quella vita che in verità, come si diceva, finisce con le paroline dell’epilogo.
Gianni Amelio, tuttavia, fa un’operazione, scusateci il termine, ancora più perversa. Egli si rifà alle parole e alle vicende di un personaggio realmente esistito, che per l’occasione e la forma si narra da sé, si racconta con le parole di Rea. Da queste parole Amelio, con l’aiuto di Umberto Contarello, immagina il futuro del personaggio disgraziato. Come dice lo stesso maestro: “Ho pensato a cosa sarebbe potuto succedere a Vincenzo Bonocore (nel film Bonavolontà, ndr): morire o continuare a vivere”.
Egli vive dunque, nelle grandi immagini di Amelio! Si scaglia contro una tendenza, contro una corrente che procede in direzione opposta, egli rema contro e si arrabbia, si ostina, s’impunta. All’inizio non si capisce bene se ci si trova davanti ad un personaggio patetico (nel senso tragico del termine), ipocrita, bravo e buono, o semplicemente disperato. Il racconto filmico-narrativo non ci aiuta con nessun dettaglio della sua vita privata e pur passando 103 minuti con Vincenzo, non abbiamo l’impressione di conoscere lui, bensì le sue paure, le sue incertezze e le sue certezze, che, come nelle fiabe, diventano le metafore e le similitudini dei nostri caratteri e delle nostre debolezze. L’ironia con cui Amelio tinteggia il suo testo e il modo esplicito con cui traccia alcuni personaggi, situazioni e luoghi (la Cina, ciò che rappresenta, L’Italia, e ciò che non rappresenta) conducono lo spettatore nei meandri di un bon ton etico collettivo, dove i grandi numeri, le grandi consapevolezze e le grandi verità sono quelle che contano, o che per lo meno dovrebbero contare: la stella che non c’è…
Personaggi che ancora una volta viaggiano, errano in terre sconosciute (questa volta la lontana e grandissima Cina), mano nella mano alla ricerca di quell’universo a cui si affidano come pezzo mancante. Un uomo e una donna, ‘sta volta, tra i quali forse nasce l’amore, dei quale lui potrebbe forse essere il marito esemplare ed esemplare padre del suo figliolo clandestino… ma Amelio ci licenzia con le parole: la fine.

Gianni Amelio

Martina Palaskov Begov (MPB): Da dove nasce l’idea del film?

Gianni Amelio (GA): Non si sa mai da dove viene l’idea per un film. Uno crede che ci si svegli una mattina e si dica, ah! Oggi faccio un film in Cina, con protagonista un operaio italiano che si porta appresso un giunto di metallo. Non è vero che l’idea è di quella mattina. L’idea probabilmente risale a chissà quanti anni prima e quella mattina si è materializzata. Questa volta c’è stato un caso molto preciso. Io avevo letto un libro che racconta la storia vera di una vendita di una fabbrica italiana ad un gruppo industriale cinese. Questo libro, che è un libro “verità”, ovvero racconta una storia dalla viva voce del protagonista che la narra ad uno scrittore, parla dell’esperienza di una delegazione cinese che sta tre mesi in Italia, e durante quest’esperienza, i rappresentanti consolidano un’amicizia con un operaio italiano. Il loro soggiorno giunge al termine e quindi partono. L’operaio italiano rimane da solo, senza lavoro, senza la sua fabbrica, senza la macchina con la quale aveva lavorato trent’anni. Questa la vicenda reale alla quale io mi sono ispirato.

MPB: Si è solo ispirato però…

GA: Infatti… Leggendo il libro mi sono chiesto come quest’uomo possa reagire alla perdita di tutto il suo mondo! Ho pensato: o si rassegna e in qualche modo muore, oppure fa un gesto esagerato, un gesto quasi da pazzo, un gesto che non è un gesto che farebbero tutti, in altre parole parte per la Cina perché ha scoperto che la macchina ha un difetto, e lui solo è capace di aggiustarla. Questo è un viaggio che indubbiamente ha un doppio significato. Si legge tra le righe che il viaggio in Cina è un modo per ritrovare la forza di vivere, di ricominciare una vita che a lui sembrava finita.

scena del film La stella che non c'è

MPB: Ad un certo punto Vincenzo dice della Cina: “Non è quello che pensavo”. E il suo personaggio femminile (Liu Hua — Ling Tai) dice: “Perché non hai pensato ai Cinesi”. Ha voluto forse fare un film non solo sul conflitto economico tra occidente e oriente, ma anche sulla gente cinese?

GA: No, non era mia intenzione. Nelle due battute del film che lei ha citato io speravo ci fosse anche un leggero senso di ironia… è chiaro che nel contesto bisogna anche vedere l’espressione e i modi dell’attore, il tono di voce. Lui sembra amareggiato, perché vede che in Cina c’è povertà, confusione. In Cina c’è tanta gente che non vive dignitosamente. Vincenzo, che ha creduto nel sistema politico cinese, non si aspettava di trovare una situazione così disperata, non si sarebbe mai immaginato un quartiere fatto di grattacieli popolari dove abitano ottomila persone, una sopra l’altra, e dove si capisce che la gente non vive bene. Allora Liu dice sorridendo: “Tu non sai tutto della Cina”, per ovvi motivi geografici e culturali, ed in un altro momento gli dice: “Tu ami la Cina, ma forse senza i Cinesi”. Nel senso che a Vincenzo piace il paesaggio, i bellissimi posti, ma non quello che i cinesi sono, come vivono e come sono costretti a sopravvivere. Lui comprende l’ironia di lei e risponde con altrettanta ironia: “Io allora amo l’Italia ma non amo gli italiani”.

Gianni Amelio

MPB: Che rapporto ha Vincenzo con la Cina, con il suo lavoro e in generale con i grandi sistemi capitalistico-consumistici, com’è in parte, anche la Cina?

GA: Vincenzo non pretende tanto dalla vita, vorrebbe solamente che in questo mondo, sia in Cina sia in Italia, ci fosse rispetto per l’uomo, per la persona. Lui detesta la cialtroneria, l’approssimazione. Mi permetta di aprire una piccola parentesi che riguarda il suo lavoro. Molti giornalisti hanno una specie di comandamento, che dice: “Ricordati che domani, nella pagina dove tu hai scritto l’articolo, incarteranno il pesce”. Io ritengo che questa sia una pessima maniera di guardare al proprio mestiere. Nel momento in cui si scrive, a mio avviso, bisognerebbe pensare che quella pagina sia letta da qualcuno e che non serva solo ad incartare il pesce. Be’, Vincenzo è una persona che la pensa in questo modo, quando si mette in testa di fare una cosa, decide di farla al massimo delle sue capacità, con il massimo dell’impegno. Purtroppo si trova in un mondo dove tutti fanno le cose come capitano. Per esempio: lui raccomanda ai Cinesi di non usare la fiamma ossidrica per smontare la macchina poiché l’impianto si potrebbe danneggiare e loro invece usano la fiamma ossidrica per fare prima, per accelerare i tempi. Vincenzo pensa e spera in un mondo che sia a misura d’uomo, a misura delle persona. Non è un caso che io lo veda sempre con le mani indaffarate ad aggiustare qualcosa. Aggiusta una macchina da cucire; all’inzio del film, di testa propria costruisce la centralina danneggiata, e verso la fine del film tenta anche di aggiustare un giocattolo di plastica. Si tratta di una persona che rivendica l’ingegno del singolo e non il mondo che va avanti a creare delle imitazioni e non dei prototipi, come accade oggi in Cina, che commercia un milione di esemplari che sono però tutti finti, solo delle mere riproduzioni.

Gianni Amelio con Sergio Castellitto e Liu Hua — Ling Tai

La stella che non c’è


Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura:
Umberto Contarello,Gianni Amelio
Scenografia:
Attilio Viti
Fotografia: Luca Bigazzi
Costumi:
Cristina Francioni
Musiche:
Franco Piersanti
Montaggio:
Simona Paggi
Anno: 2006
Nazione: Italia
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 104′
Data uscita in Italia: 08 settembre 2006
Genere: drammatico

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