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Cinema

Carmine Amoroso

L’ultimo dei rivoluzionari

Carmine AmorosoÈ l’ultimo dei rivoluzionari, Carmine Amoroso, regista abruzzese formatosi alla ‘scuola’ di Mario Monicelli (sua la sceneggiatura del formidabile Parenti Serpenti), e già autore di quel Come mi vuoi uscito nel ’96 in Francia con il titolo di Embrasse-moi Pasqualino, destinato a passare alla storia come la prima apparizione su grande schermo della futura coppia d’oro del cinema d’oltralpe Vincent Cassel-Monica Bellucci. Nonostante il film in Italia non abbia mai trovato una distribuzione — anzi apprendiamo dal racconto del regista come in seguito sembra sia stato fatto addirittura sparire —, da allora Carmine Amoroso ha continuato coraggiosamente a combattere quella che è ormai la sua personale ‘sfida’ contro il sistema produttivo e distributivo italiano. Colpito nel bel mezzo delle riprese da un drastico taglio al budget inizialmente previsto, il regista è riuscito comunque a portare a termine la lavorazione del suo secondo lungometraggio, Cover boy, ricorrendo al formato digitale HDV, fino ad allora utilizzato solitamente per la realizzazione di documentari e cortometraggi. Il risultato di questa piccola rivoluzione tecnologica è un film ‘fresco’ e dal sapore un po’ nouvelle vague, che ha immediatamente suscitato l’attenzione della critica e dei festival internazionali ottenendo numerosi premi e riconoscimenti, ma anche capace di toccare da vicino i problemi della gente. Così come hanno dimostrato i precari di Roma, che fino all’ultimo ne hanno sostenuto la presenza in sala e che, evidentemente, non hanno tardato a riconoscersi nelle vicende vissute sullo schermo dai due protagonisti, Ioan (Eduard Gabia), un giovane romeno fuggito dal proprio paese alla ricerca di un futuro migliore, e Michele (Luca Lionello), addetto alle pulizie che vive la crisi del lavoro occidentale. Il film racconta la loro vita ai margini della nostra capitale, soffermando lo sguardo su ambienti e luoghi per eccellenza ‘invisibili’, dai gabinetti della stazione Termini alle case popolari di periferia, rivelando il lato ‘mostruoso’ del Bel Paese, oggi nemico ed ostile allo straniero così come a chi ci è nato e da sempre vissuto.

Sarah Gherbitz (SG): Come è nata l’idea di dedicare un film al precariato?

Carmine Amoroso (CA): Come ho più volte detto, si tratta di un film autobiografico, perché io nel cinema sono sempre stato un po’ precario e quindi conosco molto bene questo problema; e poi perché nel ’96 sono stato in Romania, per amore verso questa terra e verso questa cultura. Lì ho conosciuto molte situazioni di migranti, di persone che volevano venire in Italia, e mano a mano mi è venuto in mente di raccontare questa storia, molto vera, reale, sincera. Mi auguro che questa sincerità poi traspaia anche nel film.

SG: Però non è riuscito a girare il film in Romania come previsto…

CA: Sì, perché chiaramente in Italia c’è un grosso problema rispetto al cinema indipendente. In verità, i film indipendenti italiani sono pochissimi, perché se si è tagliati fuori dalla Rai e da Medusa, cioè da Mediaset, esistono poi dei problemi per trovare i fondi e per la distribuzione. Nel 2002 ero riuscito a trovare un fondo di garanzia di circa 3 milioni di euro, ma poi, mentre il film era in preparazione, quindi un anno e mezzo dopo, questo stesso fondo mi è stato decurtato del 75 per cento. Così ho dovuto mutare proprio l’idea stessa della sceneggiatura, ho dovuto tagliare gran parte delle scene con la rivoluzione romena, da dove partiva tutta la storia del film. Questa per me è stata una forma di censura molto grave, perché il film che si vede adesso è certamente un film compiuto ma, probabilmente, non è quello che io avrei voluto.

SG: Che cos’hanno in comune i due protagonisti?

CA: Sono partito dal presupposto che non ci sia una differenza tra un italiano e un romeno, per me non esiste. L’unica differenza naturalmente è data dal denaro, cioè è il denaro che crea la differenza. Ma quando ci sono dei problemi di lavoro, di sopravvivenza, si è tutti uguali, quindi tra Michele e Ioan secondo me non c’è nessuna differenza. La nostra società è strutturata in modo tale che si creano delle figure di scarto e queste figure sono poi tutte simili, senza diritti, perché non hanno casa, non hanno un lavoro. Che siano romeni, polacchi, russi o italiani, però, penso che siano tutti uguali, perché questo è il risultato di un’economia globalizzata, del liberismo portato all’eccesso.

SG: Come ha scelto gli attori?

Locandina del film Cover boyCA: Eduard l’ho trovato a Roma. Dopo aver fatto tanti provini, anche in Romania, non ero ancora riuscito a trovare l’attore giusto. Poi, come succede nel cinema, il nostro è stato un incontro molto casuale. Lui era venuto a Roma, insieme ad altri due ragazzi, al teatro Ambra Jovinelli, dove c’era una rassegna chiamata “Enzimi” perché fa il ballerino e performer.
Mi ricordo che durante lo spettacolo avevano delle maschere da Topolino. Ad un certo punto si sono tolti queste maschere e mi ricordo di aver visto Eduard al centro. Nel momento stesso in cui l’ho visto ho pensato che era proprio lui quello che stavo cercando.
Non conoscevo nemmeno Luca Lionello, l’ho visto facendo zapping in televisione perché presentava Passion di Mel Gibson da Vespa. Ero rimasto affascinato da come si era presentato, non mi sembrava un attore italiano ma piuttosto un attore fuori dal mondo.

SG: E per quanto riguarda l’utilizzo del sistema di ripresa digitale?

CA: Il film è stato girato in digitale perché dopo il taglio ai finanziamenti non avevamo più la possibilità di girarlo in 35 mm. Innanzitutto siamo stati i primi nel mondo all’epoca a girare con questa nuova tecnica che era l’Hdv, con cui prima si facevano già cortometraggi e documentari, e siamo stati i primi a usarlo per girare anche un lungometraggio. Questa tecnica così leggera ha fatto in modo che il film andasse incontro a una forma più ‘neorealistica’, che è poi un modo di fare cinema molto interessante. Sono partito dall’amore verso i grandi registi italiani, Pasolini, Rossellini, e il poter girare anche attraverso questa nuova tecnologia in un modo più vero e più reale mi ha aiutato molto.

SG: Anche dal punto di vista della distribuzione, il film ha avuto un percorso travagliato…

CA: Penso che un film come Cover boy possa far riflettere, perché affronta un problema serio e attuale come la deriva razzistica e vergognosa che il nostro paese e noi italiani, perlomeno alcuni tra noi, stiamo vivendo. Credo che i pregiudizi, le diffidenze o addirittura il terrore nel quale talvolta ci culliamo siano il risultato di una grande ignoranza rispetto allo straniero e ad altre culture.
Il problema della distribuzione è un altro grandissimo problema italiano. Oltre a quello della produzione, purtroppo c’è anche quello della distribuzione. Quindi il film è stato fermo un paio d’anni, o per meglio dire, è stato fermo in Italia, però ha viaggiato nel mondo, perché è stato preso a circa quaranta festival in tutto il mondo. Abbiamo ricevuto diversi premi, tra cui quello di cui vado maggiormente orgoglioso: il premio come miglior film al Festival del Cinema Politico a Barcellona. E finalmente, dopo quaranta festival altrove, il nostro film è riuscito ad approdare anche nelle sale italiane. Purtroppo è uscito soltanto con 3 copie ma, ciò nonostante, ringrazio l’Istituto Luce che l’ha distribuito. Uscire con 3 copie significa essere molto penalizzati, se si pensa che oggi un film medio esce con 200 copie, per non parlare poi di altre cifre, come ad esempio l’ultimo film di Verdone che esce con 900 copie. È chiaro che noi siamo stati penalizzati in partenza.

SG: Prossimi progetti?

CA: È molto rischioso fare un cinema così nuovo, e non solo tecnicamente, ma anche nei contenuti. Ho subito delle forme di censure già nell’altro film, che si chiamava Come mi vuoi, e che raccontava la storia d’amore tra un poliziotto e un travestito. È stato probabilmente il primo film a tematica transgender del cinema italiano… era uscito con pochissime copie ma adesso proprio non esiste più, è praticamente scomparso.

Scena del film Cover boy

Poi c’è stato il problema di restrizione al badget — del quale ho parlato prima — con Cover Boy. E adesso il mio tentativo di fare un terzo film è già stato stroncato, perché non mi è stato concesso il fondo dal ministero. La cosa più grave è che hanno dato anche un giudizio morale: cioè mi è stato tagliato anche perché — e secondo me questo molte persone lo ignorano — all’interno della commissione statale c’è un rappresentante della CEI.
Se si pensa che tutto il cinema, ormai il 90 %, deve passare le ‘forze caudine’ del ministero, è ovvio che questo percorso finisce per limitare la libertà espressiva. Così l’unico cinema indipendente possibile in Italia, in realtà, sono i ‘cinepanettoni’, perché sono film che non hanno bisogno del sostegno statale.

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