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Percorsi

Santiago lo scuro

Segue da Da Trinidad a Baracoa

Primo approccio sul nero ombelico

La casa d’Andréu, in calle Corona, è l’innalzato rifugio tra tetti santiaghini che Luis ci ha scovato da L’Avana. Lo abbiamo raggiunto, dal Terminal de Via Azul, sbracandoci, tanto da non crederlo vero, sui sedili portaerei delle Chevrolet che ci ha fatto trovare al nostro arrivo.

Santiago de Cuba

Ceniamo con la famiglia d’Andréu accolti da una luna affacciata sugli abbaini e dalle risate di Cuka, un pappagallo che i figli addestrano da mattina a sera in continui giri della morte sul trespolo. Più ride più ci fa ridere, con lui a reiterare risa mentre disegna ruote in un caleidoscopio di piume. È già notte, siamo appena giunti a Santiago, eppure si và all’appuntamento con gli chauffeur conosciuti alla guida dell’autobus di Via Azul Baracoa — Santiago de Cuba. Gli stessi che puntualmente hanno effettuato soste extra per acquistare sui cigli dell’asfalto caschi di banane, yuca e uova, avocadi e papaie: a L’Avana dove vivo costano cinque volte di più, e la famiglia ne mangia a bizzeffe, rideva Gregorio, il colossale autista con cui ho condiviso tascabili chiacchiere da viaggio.
Facciamo anche un servizio postale e trasporto di piccoli pacchi ben più sicuro e affidabile di quello statale. Gratis naturalmente. Pura solidarietà tra cittadini ammiccava.Quante immagini impigliate su quell’autobus: ho ancora negli occhi il vecchio messicano con mulatta che alla stazione di Baracoa ha ricevuto una “despedida” regale di voci e chitarre. Commosso e innamorato dell’isola e dell’America Latina, prima ancora che della ragazza, mi ha confidato di conoscere Cuba palmo a palmo: sono triste per non essere riuscito a salutare la Punta de Maisì, dove l’Est dell’isola si abbassa come ciglia sul Mar dei Carabi. E chissà se ci ritornerò ancora. Però ha comprato dieci chili del meraviglioso cioccolato coltivato e venduto nella regione orientale: un regalo per tutti i bambini che incontrerò sulla strada che porta a L’Avana.

Santiago ci viene incontro quanto un ombelico. Il suo notturno è d’un barocco meglio conservato che in Capital. Le macerie quasi non esistono; città più integra e integralista è capace d’emanare potenza oscura da ogni angolo. Per raggiungere Gregorio al Dimar, locale all’aperto che resta di fronte al tempio e stadio di baseball Guillermón Moncada, attraversiamo di buon passo mezz’ora di notte santiaghina. Vie pressoché deserte e movimento minimo rendono più dense prospettive e sensazioni d’attesa. Quando i due chauffeur ci vedono arrivare erompono in saluti felici. Gregorio ha il volto d’un puma dagli occhi color miele. Magnetico e dolce al contempo, mentre Alex pare il ritratto di ciò che potrebbe diventare con gli anni il mio amico Xavier esiliato a New York. Il gruppo in festa ci mette niente ad amalgamarci. Gregorio mi presenta Josè, un decano della Via Azul ora in pensione. È fenomenale e probabilmente pure alticcio, dalla battuta ferocemente ilare sempre carica e pronta. Dimostra più dei cinquantasei anni che si porta addosso, ma è solo una questione di sollecitazioni fisiche subite, evidentemente, visto che conserva l’animo d’un giullare compañero, combatiente y maniaco sexual ribadisce.

Santiago de CubaHa partecipato alla guerriglia cubana in Congo, ma è deluso dalla linea che i Barbudos hanno assunto dopo aver pietrificato il potere. Tra una cerveza e l’altra continua a gridare alla luna: Se muriò el cartero! È una presa per i fondelli di Fidel, che avendo l’abitudine di leggere, per ore, discorsi trascritti su fogli di carta, vive con quel nomignolo affibbiatogli addosso dal popolo: cartero, postino appunto. Quel Il postino è morto annunciato alla luna piena la dice lunga sulla scarsa popolarità che il Leder Maxìmo riscuote tra le stesse persone che confidarono sugli ideali da lui predicati per quarantacinque anni: tempo ben più biblico di quella peregrinazione in Sinai che permise di toccare Terre Promesse, si narra.
Il Dimar è frequentato da puri cubani, gente dalla pelle nero Harlem che trasmette un cipiglio duro, scuro, aggressivo. Alex conferma quanto di notte Santiago divenga la città più pericolosa di Cuba.

Il baccanale al tavolo degli chauffeur va su di giri, ma attorno noto più di un “osservatore”, probabili segnalatori con il compito di riportare ad altri notizie sui gringos. Un codice muto che ho imparato a palpare a sensazioni. Al tavolo di Gregorio, oltre a Josè, siede un meccanico di bus accolito di Oggun. Con i ricordi che racconta passa dalla guerra in Angola, fatta assieme ad Alex e Gregorio, ai ringraziamenti per un santero a cui deve la vita. Quando bevo una birra, il primo sorso lo dedico sempre a lui in modo che continui a proteggermi il cammino. Assieme mi spiegano come sia perfettamente fattibile affittare il pullman intero, chauffeur compresi, ad un gruppo d’amici che intenda girovagare l’isola del tesoro. Basta telefonare al numero della compagnia Via Azul, con sede a L’Avana, e chiedere l’affitto del bus n° 841 di Alex e Gregorio: guidiamo da anni sempre lo stesso mezzo e dopo tanto attaccamento rischiamo d’amare più il nostro 841 che le mogli in attesa a L’Avana.

L’oracolo della birra Bucanero diluisce sentimenti, scioglie lingue traducendo pensieri reconditi in parole. Un bus vorremmo comprarcelo per conto nostro e invece non riusciamo a mettere assieme nemmeno il denaro per un lettore CD che ci permetta d’eliminare, durante i viaggi, le distorsioni riprodotte dalle musicassette. Frammenti di piccole esigenze quotidiane — la famiglia di Alex vive negli Stati Uniti — si misturano alla passione per la salsa, ai commenti sugli aspetti sporchi del bloqueo nordamericano, alla stanchezza che i cubani dimostrano nei confronti d’un sistema politico ben vetusto. Ma pure a spunti d’orgoglio, quando ribadiscono che Compay Segundo è nato vissuto e morto a Santiago de Cuba, senza lasciarla mai. Un uomo legato alla sua terra, tanto quanto lo siamo noi. Io – dice Gregorio — non potrei vivere senza Cuba, l’amo troppo. Non potrei farne a meno. A volte soffro, ma resto.

Polo MontañezLa giovane amante di Gregorio a Santiago, rivelandosi esperta di Santeria, mi promette visite guidate, libri, chiarimenti. Discussioni si aprono e schiudono a ventaglio, improvvisamente, assorbendo energia e scambi di gesti amichevoli. Così si passa dagli aneddoti dei reduci di guerra in Africa alle figure più amate della musica cubana: Polo Montañez è il cantautore che amo di più, un uomo semplice, del campo, ma capace di trasformarsi in Orfeo nei testi d’amore. Diventato famoso in Venezuela, si è “importato” a Cuba, ma il successo è riuscito a goderselo ben poco. Una notte ha permesso al figlio minorenne di condurre l’automobile su cui viaggiavano: sono finiti sotto un camion fermo in panne nel bel mezzo della strada, privo di qualsiasi segnalazione d’emergenza: tutti morti sul colpo. Cuba ha pianto per mesi e continua ad ascoltarne i versi tristi. Manolin “il medico della salsa” espatriato in Florida per poter vedere il figlio, affidato alla moglie separata partita anni prima, subisce una censura a tutto tondo.

Josè che riconosce in Ivo una certa somiglianza con il suo, di erede, vorrebbe adottarselo. El dueño del Dimar, che qui chiamano “direttore”, ha combattuto in Nicaragua e in Venezuela; ora mette in riga le teste calde e i più provocatori tra i giovani che frequentano il locale. Via vai di Viados, ballerine di salsa in pailettes dove si mimetizzano gli “osservatori”, squali guida del branco sicuramente disseminato lungo la via notturna del nostro rientro a casa. Siccome sono una continua fucina di quesiti che rivolgo al gruppo “gregoriano”, ad un tratto “El puma” mi punta addosso i suoi occhi color miele ghiaccio, sparando a bruciapelo: non sarai mica un cubano vero? Magari un agente di chissà quale CDR speciale che si spaccia tra la gente per sondarne inclinazioni ed opinioni politiche? È un dubbio che nemmeno tanto raramente mi sono sentito esternare durante gli eterni vagabondaggi habaneros. Un prezzo saldato dalla mia curiosità.

Quando i dubbi si dissipano, con la stessa naturalezza con cui sono nati, si ritorna ai brindisi, agli inni d’amicizia, alle promesse di rincontrarci a L’Avana Vieja per condividere cene e feste.

Santiago de CubaAlcuni squali d’Harlem di Santiago lo scuro chiedono di poter finire la bottiglia di rhum bianco anejo Avana Club che Alex ha portato con sé. Alex ne respinge l’assalto e quasi contemporaneamente si accende un dibattito generale sulla bontà dei vari rhum cubani. La notte sembra non aver nessuna intenzione d’affievolirsi. Nuovi giri di birre e rhum mentre “il meccanico”, bocca e mente impastate, non riesce a spiaccicare più nulla. Gregorio, invece, mi spiega che esiste una massoneria cubana della quale fa parte. Una sorta di società trasversale e apolitica diffusa in tutto il paese che aiuta gli accoliti e i più bisognosi: Anche a Cuba esistono i malati di cuore o chi ha necessità di cure mediche d’alto livello, trapianti o trasporti d’urgenza in elicottero. Noi permettiamo tutto questo, in una massoneria davvero comunista. A sentirlo con le proprie orecchie sembra una blasfemia gigante, totalmente aliena dai canoni abituali. Il venerabile viene eletto apertamente e la sua persona non viene protetta da alcun segreto. Sin dagli anni settanta, la massoneria fu totalmente osteggiata dal comunismo di Fidel che dimenticava, così, quanto lo stesso Josè Martì ne avesse fatto parte. L’intervento dello stesso Allende, pure lui massone, chiedendo a Castro di assecondare la presenza delle logge sull’isola, ne preservò l’esistenza.

Santiago de Cuba

Oggi è per lo meno rispettata. Gregorio manda un amico a recuperare un’automobile per accompagnarci a casa: sarebbe imprudente e pericoloso farvi ritornare a piedi a quest’ora. Il ragazzo sontuoso che la conduce si presenta: Mi chiamo Ariel, e se durante il vostro soggiorno a Santiago de Cuba dovreste aver bisogno di una macchina, non esitate a chiamarmi. A qualsiasi ora. Non fa nemmeno in tempo a lasciarmi il suo biglietto da visita che giungiamo a destinazione. Sono le quattro del mattino quando ci arrampichiamo sulle scale del castello sospeso tra i tetti di Santiago che è la casa d’Andréu in calle Corona.

Il cammino di Santiago lo scuro

Ritratti e popolazione nera a Santiago; modelli d’una bellezza che pesca tuttora nei tratti somatici e nel carattere ancestrale degli schiavi africani. Attraversarne le vie è una carrellata d’immagini intinte nell’architettura sucia d’una città santera, dove il sole insiste a cuocere pietre e ornamenti del barocco spagnolo.

Tutto è pervaso da un senso d’antichità traducibile, sì, nelle aure e nelle zone d’ombra della tradizione animistica e della storia, ma pure decodificabile, nei lembi delle sue periferie, in una sorta di trascuratezza. La gente di Santiago ha negli occhi una rabbia muta in cui si può indovinare l’astio per un abbandono o un tradimento subito e non detto. A tale status c’è chi, in pochi metri, attorno alla chiesa della Virgen del Cobre, pescata anch’essa per tradizione nel mar de Caraibi, resiste e reagisce in modo del tutto differente: i mendicanti sembrano rannicchiarsi, quasi barricarsi, all’ombra del tempio più che al sole della fede cattolica. Nelle piazze che la contornano, invece, musicisti di strada offrono spettacoli ai pochi viandanti, improvvisandosi saltimbanchi prestigiatori e mangiafuoco.

Santiago de Cuba

Modi diversi di resistere a un’indigenza non dichiarabile. Nei cerchi concentrici delle calli che si espandono da quel centro, carrettieri, venditori di pomodori e arance, rigattieri e restauratori di macchine antiche condividono doppi sensi, precedenze e marciapiedi. Evelin ne è delusa: aveva letto su Santiago de Cuba prima di partire dal Cile, e contava d’incontrare un ambiente intellettuale effervescente, gruppi di musicisti ad ogni angolo di calle pronti a omaggiare la figura di Compay Segundo.

Le colpe delle miseria e delle pochezze, invece, che riscontra nelle strade della città, le attribuisce al vergognoso embargo perpetrato dagli Stati Uniti. Io sinceramente non so e non ne capisco. Viaggio di continuo in questo nostro mondo colmo di contratture sognando, se non pace, almeno serenità, e già per così poco mi sembra d’arenarmi perennemente nell’utopia. La mia amica cilena vede la gente cubana come un popolo forte e invincibile, allenato alla resistenza ad oltranza — per assurdo — dallo stesso regime auto-condannato al potere. Io, invece, di quella resistenza avverto solo le frustrazioni, potenti quanto ordigni ad orologeria e colpi di genio fuori dalle regole ai quali la gente è costretta per sopravvivere, non per gioia. Di quella resistenza storica e invincibile, non sono certo gli uomini a darne testimonianza apparente, bensì pietre antiche e opere d’arte. Oggi dovrebbe essere la cosiddetta modernità ad assumersi la responsabilità di modellare l’umanità come un’opera d’arte.

La fortezza del Morro, è un esempio di questo passato glorioso: nel golfo che domina a volo pindarico s’incrociò più volte il destino di Cuba. Da qui e da questa città, un tempo capitale, durante gli ultimi anni dell’ottocento i cubani si apprestavano a disintegrare l’impero spagnolo, quando la marina americana, con la scusa d’appoggiare la rivoluzione appiccata da Martì e Maceo, fiaccò per sempre la flotta della corona di Castiglia ed Aragona. Da quel momento l’isola divenne, in forma più o meno ufficiale, un governatorato degli Stati Uniti, fino a quando la ribellione castrista definì, proprio su queste latitudini, una linea di lotta e indipendenza decisa, guidata e mai recalcitrata.

Santiago de CubaFu tale sconfitta subita dall’imperialismo americano, che ha sempre considerato “irrinunciabile” la propria area d’influenza sull’Isla Grande, a indurre il governo di Washington a quell’operazione di blocco economico nei confronti di Cuba, che secondo i calcoli doveva fiaccare la rivoluzione di Castro, ma soprattutto il livello di sopportazione della gente impoverita. Eppure, nonostante le durezze, le privazioni e le prevaricazioni, la resistenza continua indomita, pazza, romantica, drammatica. Ma la resistenza di cui parla Evelin da segno di sé solo la notte, ossia in quel tratto oscuro del giorno che la notte rappresenta e che, per assurdo, proprio lei non distingue. Per una ragione che non capisco, giunta la sera, vuole raggiungere a tutti i costi “La casa della Trova”; forse su indicazione di qualche amico o per averlo letto da qualche parte; forse perché su qualche guida per viaggiatori ha saputo che si cena e si balla per cinque euro a testa. Ma il mondo di chi resiste ha altre regole, va giù più duro, e non guarda in faccia a nessuno. I cinque euro valgono solo per l’entrata e qui inizia il suo show, quando pretende di parlare con un’improbabile ufficio reclami al quale vorrebbe rivolgersi per vedersi rimborsare i quattrini. Nessuna soddisfazione per Evelin, ovviamente, mentre alcune ragazze che incontriamo diverranno le nostre guide nel Bronx notturno di Santiago.

Qui si vive di resistenza notturna

Durante la notte ogni angolo di Santiago si converte in un continuo crocevia di mondi carichi e storie parallele, di ambiguità e naufragi. Forse qui, più che in qualsiasi altra città dell’isola, la resistenza notturna si manifesta e ti inghiotte con i tentacoli dell’attrazione e della repulsione istintiva, dei giochi e della disperazione sessuale, libidica, e gli amici cileni sembrano pagarne il dazio. A Santiago, Evelin non ha trovato alcuna traccia della cultura sperata, nessun concerto degli accoliti di Compay Segundo, nessuna dolcezza ha accompagnato il suo viaggio, inasprendo il cuore a lei e ai suoi figli, impedendo loro d’abbandonarsi alla corrente senza alcuna aspettativa, nonostante il percorso argonautico potesse sembrare oscuro. Hanno vissuto la giornata senza capire dove mettessero i piedi, con l’unica reazione di perdere la testa convinti di potervicisi asserragliare dentro, che poi è la stessa cosa, vivendo con preoccupazione e ansia qualsiasi situazione. Ma il cammino di Santiago lo scuro non è quello di Compostela: è un’arena loca ed animale, che ti mostra le zanne come un cane, quando si accorge d’aver di fronte la paura di un umano attento solo a schivarlo.

Forse per questo, in pieno giorno, Evelin è stata presa di mira dalle scalmanate urla di un pazzoide, e Gabri, invece di lasciarsi andare, nella Casa della Trova, al ballo che un giovane le proponeva, si è persa per ore in discussioni metafisiche. Prima ancora che sia notte non reggono più e vorrebbero rientrare a casa, ma sulla strada il ragazzo rasta con il quale Josè Manuel ha condiviso la serata lo prende di petto, gridandogli in faccia se lo considera poco degno di una semplice amicizia. Non si capisce cosa sia successo, corro in suo aiuto senza capire niente, senza chiarire niente; negli occhi ho soltanto i volti di due ragazzi impauriti che, per chissà quale diavoleria o sortilegio, non si comprendono nonostante parlino la medesima lingua madre, con me a non capire che bisogno ci sia di mettersi le mani addosso. Eppure esiste ben altra maniera di mettersi le mani addosso a Santiago.

Santiago de CubaLe ragazze con le quali Ivo Nestor e io abbiamo ballato ci hanno seguito, e ci invitano a far notte fonda. Dove? – gli chiedo. Per strada, esiste un posto all’aperto dove si può ballare sino all’alba. Ecco il crocevia di mondi che può cambiare passo, nonostante tutti siano consapevoli che l’approccio delle maghe Circe di Santiago, rappresentino l’aggancio, quella privata resistenza notturna che potrebbe finire dentro l’alba o in un matrimonio, comprese tutte le diversioni, gli svincoli, le variabili possibili e incrociabili sulla strada che all’alba conduce. Uno straniero che non viva tutto questo come se fosse giunto nel paese dei balocchi, negandoselo a priori, si vedrebbe costretto a vivere in una città sottovuoto, quando, al contrario, è innegabile che Santiago lo scuro, sia duro e carnale. È per questo che accettiamo di andarla a vedere, e quel che vedremo e vivremo saranno balli per le strade in zone rischiose e complicate.

Eppure nel momento in cui ci si affida alla notte si diventa un tutt’uno protetto e benedetto, dove ognuno decide per sé, liberamente, secondo etica e coscienza. Santiago de CubaDove i neri dell’harlem santero marcano il proprio territorio con il Reggaeton, imponendo le regole della vitalità alla propria patria, macinata e mista tra la rabbia e la voglia sacrosanta di vivere. Alle quattro del mattino provo a chiamare Ariel, l’amico di Gregorio che ci ha accompagnato a casa con la sua macchina ieri sera. Il cellulare suona libero. Vengo a prendervi. Durante il tragitto che infila la notte, gli chiedo se potrebbe accompagnarci l’indomani per un giro di Santiago che ci riveli il mondo massonico, la Santeria — e magari — qualcosa che dell’arte stia resistendo. Certo che è possibile, ti porterò al Teatro stabile della danza del Caribe. Sono amici miei, e sono sicuro che domani provano. Non roba per turisti, però — mi accerto. Ariel sorride divertito. Basta questo per intenderci, fatto che dimostra quanto possa valere la resistenza notturna… anche per un argonauta finito fuori rotta.

Questioni di fede

In questo paese si sopravvive nella fede. Fede nei principi rivoluzionari del vincere o morire, fede in valori antichi, fede in divinità ancestrali o in nuovi Dei. Fede fatta in casa quando manca altro. Fede nella famiglia e addirittura fede nella sensualità e nei suoi poteri taumaturgici. Cosa implichi tutto questo non importa, l’importante è aver fede in un’entità che allacci l’individuo alla vita, o a un’idea di essa. Senza fede in qualcosa di alto, in quest’isola sarebbe impossibile resistere, al di là di qualsivoglia e facile retorica.

Anche per questo voglio vedere il santuario della Mercedes del Cobre, la madonna nera che, come vuole la leggenda, venne raccolta al largo di Trinidad da pescatori che la scorsero emergere, una notte, dal mare in burrasca. Sebbene sia una madonna pescata con le reti, è chiamata regina del rame, perché venne accolta in una chiesa, poi divenuta santuario, che sorge in una località circondata da cave di rame, a venticinque chilometri da Santiago. La madonna nera, in occasione della storica visita di Giovanni Paolo II° a Cuba nel 1998, venne traslata nella cattedrale di Santiago, dove il pontefice l’adornò personalmente con una corona d’oro. Si spostò lei, non il papa. È Domenica. Lei è bellissima, sfolgorante, nera nel candido raso di pizzi, con ninnoli d’argento e il dono d’un pontefice quasi santo a farle da diadema. Sembra una bambola felice, di quelle che diventavano la gioia delle femmine quand’ero piccolo, ma la chiesa è pressoché vuota.

Santiago de Cuba

Di messe se ne svolgono solo due durante la giornata del Signore, una per gli adulti e una per i bambini. È come se le liturgie passassero in secondo piano in una regione che si nutre di Santeria. La chiesa e le sue navate vengono trascurate, lasciate in balia di qualche eco sparuto. Spoglie, poco intime.

Per aver fede a Cuba, qualsiasi essa sia, non è possibile sedersi ad ascoltare sermoni, sono già in molti a parlare, anche troppo. È necessario, invece, il contatto carnale, il contatto fisico con lei, la madonna di legno nero nemmeno accolta in chiesa, ma dietro l’altare maggiore, in una cappelletta linda e luminosa che sembra trasformare l’oggetto del culto in uno di quei souvenir messi dentro palle di cristallo. Giri e c’è la neve, solo che qui non nevica mai. Forse per questo la piccola cappella mi ricorda il cabildo di un santo. Il cubano vuole parlarle, immaginarsi di vederla piangere, disegnare un cenno, annusarle il profumo, magari regalargliene uno nuovo, sorriderle. Come si fa con San Gennaro a Napoli.

La vergine nera, Santiago de CubaLa vergine nera, qui, la colmano di fiori, raccoglie ex voto, le maglie dei campioni di atletica o pugilato, le palle dei migliori lanciatori di baseball. Un vecchietto si avvicina con due bicchierini minuscoli. In uno, che nasconde tra le candele assieme a un mozzico di sigaro, ci versa un po’ di rhum. Accende un cero portato da casa, versa rhum nel bicchiere che ha con sé e nel silenzio rivolge un brindisi alla Mercedes del Cobre. Ecco Cuba e la sua fede nei santi. Sul retro ambulanti non autorizzati litigano, come a Siviglia, per regalarti un mazzetto di rocio e ricevere qualche spicciolo di mancia dai turisti. Quando sopraggiunge una camionetta della polizia, in servizio fisso presso la cattedrale, si scatena il fuggi fuggi. Rimane un piazzale battuto dal sole con te a cercare d’indovinare riflessi di rame sulle ferite delle colline aperte come cave.

Prosegue con San Giacomo della luce

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