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Scrittura

Acciaio

Nel nome dell'acciaio

Copertina del libro Acciaio di
Titolo: Acciaio
Autore: Silvia Avallone
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Rizzoli, Milano
Collana: La Scala
Pagine: 368
Prezzo: 18,00 Euro
ISBN: 17037631

Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone ed amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?”

L'autrice, Silvia Avallone

La domanda compare nelle prima pagine di Acciaio, romanzo d’esordio di Silvia Avallone, ed il libro stesso ne traccia in qualche modo la risposta: una risposta netta al punto da essere fastidiosa, irritante.
La Rizzoli ha puntato molto su questo romanzo, che non ha in effetti deluso le aspettative. Il clamore intorno alla Avallone, però, non poteva certo nascere senza generare anche qualche disappunto: gli abitanti di Piombino, città in cui la Avallone è cresciuta ed in cui è ambientato il libro, protestano contro l’eccessiva cattiveria espressa nei confronti della vita operaia di un paese che si estende all’ombra della Lucchini, acciaieria di fama mondiale.
Diversi i pareri che si scagliano contro la facilità e la prevedibilità di intreccio e personaggi, contro una scrittura ingenua ed infantile che non si avvale certo di uno stile retorico ricercato. Espressioni banali, come “carne maciullata”, “corpi drogati di luce”, lo stomaco che è un “ribollire di succhi gastrici arrabbiati”, fanno gridare ad una ovvietà linguistica e ad una eccessiva aggettivazione che non soddisfa i lettori più eruditi. Ma questo è solo il primo romanzo della Avallone, che ha appena 25 anni, e critica e pubblico dalla sua. Acciaio non è certo un grande classico, questo è vero. Ma non pretende nemmeno di esserlo. A rileggerlo si scoprirebbero forse errori ed imperfezioni di un libro che però merita davvero, in linea con la sua scrittura, il tempo di una lettura veloce. Una lettura vorace.  Le pagine, infatti, scorrono una dopo l’altra, e si ha l’impressione di tuffarsi in un mondo al contempo vicinissimo e lontano. Un mondo che ha le sue regole feroci, la sua dinamica ridondante da cui emerge lentamente una struttura industriale, ritmata a suon di escavatori e bracci meccanici. Possiamo capirla, riconoscerla, come se ci venisse raccontata un’immagine vaga ma già esistente nella nostra mente, debole ma definita come quella di un sogno. Ed è d’altronde ciò che le viene criticato. Di banalizzare il reale. Ci sono la mora e la bionda. Le belle e le racchie. Gli operai cattivi che pensano solo ad ubriacarsi e l’elegante figlia del dottore. Sessantottine disilluse, donne meridionali sottomesse, padri violenti e lavativi. C’è la fabbrica. Soprattutto, la fabbrica. Il lavoro che distrugge e dà la vita, come l’amore, ma meno dolcemente. La droga che serve non solo per uscire il sabato sera, ma anche per alzarsi la mattina alle 6 ed arrivare fino a sera senza spararsi un colpo.  Tutta questa “stereotipicità” risulta per certi troppo poco intellettuale, troppo poco ricercata sia nella presentazione stilistica sia nei contenuti per un lavoro che ha venduto così tante copie.  Eppure, questi stereotipi non cadono mai nella ridondanza: ciò rende il libro al contempo piacevole e crudele.

Silvia AvalloneAcciaio parla in un linguaggio che tutti possono capire di cose che forse nessuno vorrebbe capire, che vengono rimosse non tanto dall’inconscio personale quanto da quello sociale e collettivo, ovverosia dei disagi e delle difficoltà in cui una certa classe sociale vive, o sopravvive, magari senza rendersene conto.
Questo non significa, come hanno voluto accennare alcune critiche, affermare che tutti gli operai sono dei farabutti ignoranti. Vi è dignità e distinzione in qualsiasi tipo di lavoro ed in qualsiasi gruppo sociale, ma semplicemente non è di questo che parla il libro.
Acciaio afferra ciò che non vuole essere detto: le serate che finiscono nei night club, i primi amori che non hanno mai nulla di romantico, la noia delle lunghe giornate estive. E lo fa, a differenza di tanti altri libri finto-moralisti, senza il distacco, il velo critico e rammaricato di un intellettualismo borghese che vive di asprezze e pregiudizi. Vi è solo una rabbia cupa, a volte violenta, viscerale, contro il “profilo sdentato della fabbrica” che rovina la costa ed il paesaggio circostante.
Vi è poi, ovunque, un amore spasmodico per i dettagli, per i bambini che giocano nei giardini, le finestre che si aprono e si chiudono, le magliette che si spostano, i gatti malaticci dal pelo arruffato. I colori degli zaini per andare a scuola, i toni glitterati degli ombretti, l’odore delle vie e delle stanze di casa.
“La realtà esige. La realtà vince comunque, qualsiasi cosa fai o pensi.”
Ed è la realtà anni Novanta che vibra in questo libro, integra e compatta come in una vecchia cartolina. Una realtà in cui gli operai iniziano a votare Berlusconi e non più la sinistra, perché il comunismo è fallito. In cui si ballano le canzoni di Corona, la pop star, rubando le cassette trasparenti ai fratelli maggiori e ascoltandole nei mangianastri con il volume al massimo. Una generazione che per certi versi rischia di apparire anche un po’ vuota, dispersa, per la quale è stato più facile che in passato restare senza grandi ideali o grandi motivazioni.
Ma che non deve per questo rimanere nell’ombra.

Silvia Avallone, classe ’84, è laureata in Filosofia e si appresta a conseguire la specialistica in lettere. Acciaio è il suo romanzo di esordio per la milanese Rizzoli.

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