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Scrittura

Il Capricorno, Henry Miller e l’amico parassita

Sì, il Capricorno è l’animale della solitudine. Lento, metodico, perseverante. Vive simultaneamente su piani diversi. Pensa in cerchi concentrici. La morte lo affascina. E s’inerpica, s’inerpica di continuo. In cerca di stelle alpine, presumibilmente. O non potrebbe essere l’immortelle? Non conosce madre. Soltanto “le madri”. Ride poco e di solito dalla parte sbagliata del viso. Colleziona amici con la stessa facilità dei francobolli, ma non è socievole. Si esprime con franchezza, invece che cortesemente. Metafisica, astrazioni, esibizioni elettromagnetiche. Si tuffa in profondità. Vede stelle, comete, asteroidi dove gli altri vedono soltanto nèi, foruncoli, pedicelli. Divora se stesso quando è stanco di fare il pescecane mangia uomini. Un paranoico. Un paranoico ambulante. Ma costante nei suoi affetti… e nei suoi odi. Ouais!

Henry MillerNel 1936 la scrittrice Anaïs Nin presenta all’amico e collega Henry Miller tale Conrad Moricand destinato a diventare uno dei peggiori incubi dell’autore. Moricand, infatti, oltre ad essere un nullafacente patentato, è appassionato di astrologia e di occultismo e appena scopre che Miller è del Capricorno ne traccia il succitato profilo. L’autore americano non ne è affatto lusingato ma la sua indole curiosa lo porta comunque ad avvicinarsi ad un personaggio che egli stesso definisce: “Uno stoico che si trascina dietro la propria tomba”.

Il rapporto tra i due si rivela fin dall’inizio problematico e complesso anche a causa delle loro personalità contrastanti, tanto Miller è disordinato, creativo, altruista e disinteressato alle apparenze, quanto Moricand è ordinato, insofferente, schizzinoso ed elegante fino all’esasperazione:

Moricand […] nei suoi giorni di gloria era stato anche lui un generoso, a quel che ho sentito dire. E non s’era mai rifiutato di spartire quel che aveva quando aveva poco o niente. Ma non era mai andato in giro per le strade a chiedere l’elemosina! Quando la chiedeva, lo faceva su buona carta da lettera, con elegante calligrafia: grammatica, sintassi, punteggiatura sempre perfetta. Non s’era mai seduto a vergare una lettera del genere indossando pantaloni coi buchi nel sedere, e nemmeno pezze. La stanza poteva essere gelata, la sua pancia poteva essere vuota, la cicca che aveva in bocca poteva essere stata salvata dal cestino della carta straccia, ma… Credo sia chiaro che cosa intendo dire.

Henry Miller a Parigi

La loro amicizia, iniziata in un periodo di gravi difficoltà economiche per Moricand e di importanti cambiamenti per Henry Miller, che ha da poco pubblicato in Francia Tropico del Cancro, si protrarrà nel tempo facendo rivivere allo scrittore americano tutte le sofferenze e le angosce sopportate a Parigi negli anni di miseria nera. Conrad Moricand ha una personalità contorta, degna dei personaggi che popolano i migliori racconti del terrore di Edgar Allan Poe: vive nell’ossessiva convinzione che il suo destino sia già segnato, che la speranza per lui sia defunta da tempo e che l’unica via d’uscita sia aggrapparsi con tutte le forze a quegli amici che lo circondando e cercano di aiutarlo. Ma il suo aggrapparsi è paragonabile a quello dell’edera che distrugge i muri a cui si avvinghia. Incapace di accettare la propria miseria, incapace di fare qualsiasi cosa che non sia scrivere oroscopi e appenderli al muro, Moricand è un essere dalle mille sfaccettature, capace dei gesti più abominevoli e, come scoprirà Miller in seguito, anche pedofilo e psicotico. Il loro rapporto, inizialmente limitato agli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Seconda guerra mondiale, si evolve in modo drammatico dopo la fine del conflitto.

Henry Miller, appena trasferitosi con la terza moglie e la figlia a Big Sur, in California, decide di farsi carico della sopravvivenza di Moricand ospitandolo a casa sua; la ragione del gesto è legata a un regalo, per Miller estremamente prezioso, che l’amico ha fatto all’autore quando entrambi si trovavano ancora in Francia: una copia di Seraphita di Honoré de Balzac. Seraphita rappresenta per Miller quell’illuminazione letteraria di cui tanto sentiva il bisogno, è un testo importante perché dimostra come Balzac non fosse solo interessato alla natura mortale dell’uomo ma anche alla sua componente ultraterrena, e quell’erotismo mistico che pervade le pagine lo rende ancora più affascinante agli occhi dell’autore americano. Il debito culturale che Miller sente nei confronti di Moricand è tale da spingerlo a compiere una scelta rischiosa: prendersi in casa un parassita.

Veduta di Big Sur

Big Sur è un vero paradiso, un luogo tranquillo e isolato in cui uno scrittore può trovare la pace di cui ha bisogno per concentrarsi sul suo lavoro, un posto talmente sereno che, Miller ne è convinto, persino Moricand riuscirà a viverci sentendosi perfettamente appagato. Miller, ahimè, si sbaglia; Moricand non è capace di vivere ma solo di sopravvivere, non è in grado di affrontare i problemi della vita, le angosce e le sofferenze che questa comporta, non crede in niente salvo che nel fato e passa le giornate a lamentarsi del caldo, dei temporali, delle sigarette francesi che non può avere, della sua marca preferita di borotalco di cui sente la mancanza. La situazione peggiora quando inizia a provare un fastidioso prurito, a suo dire dovuto a qualche strana malattia da lui contratta, in realtà di natura psicosomatica. Miller cerca in tutti i modi di metterlo a proprio agio, si indebita pur di mantenerlo e tenta di alleviare il suo prurito rivolgendosi ad una cara amica che prova invano a infondere in lui un briciolo di fiducia nella vita. Ma Moricand reagisce in malo modo: lui non vuole sentirsi dire di essere il diretto responsabile delle proprie sofferenze, lui vuole un mago, un santone, un ciarlatano qualsiasi che con la sola imposizione delle mani lo guarisca per sempre, e Miller inizia davvero ad averne abbastanza:

Mi stufo di tutte queste chiacchiere sull’astrologia quando vedo la gente studiare il proprio oroscopo per trovare una via d’uscita alle malattie, alla povertà, al vizio, o a qualsiasi altro guaio. Mi sembra un penoso tentativo di sfruttare le stelle. Parliamo del fato come se fosse qualcosa che ci sovrasta; dimentichiamo che ci creiamo noi stessi il nostro fato ogni giorno che passa. E per fato intendo i dolori che ci colpiscono, che sono il semplice effetto di cause non tanto misteriose come vorremmo far credere. La maggior parte dei malanni di cui soffriamo possiamo collegarla direttamente alla nostra condotta. L’uomo non soffre delle devastazioni create dai terremoti e dai vulcani, dai nubifragi e dalle maree; soffre per le proprie cattive azioni, la propria stupidità, la propria ignoranza e il disprezzo delle leggi di natura. L’uomo può eliminare la guerra, può eliminare le malattie, può eliminare la vecchiaia e forse anche la morte. Non ha nessun bisogno di vivere nella povertà, nel vizio, nell’ignoranza, nella rivalità e nella competizione. È in suo potere mutare tutte queste condizioni. Ma non le potrà mai mutare finché si preoccuperà esclusivamente del proprio destino individuale.

Capricorno

Il rapporto tra i due precipita quando l’amico, dopo una cena a cui ha preso parte anche la figlia ancora piccola di Miller, racconta in una sorta di delirio di come a Parigi approfittò di una ragazzina grazie alla complicità della madre. Miller prova un disgusto tale che si prodiga in tutti i modi pur di liberarsi di Sua Satanica Maestà, come egli stesso lo definirà in seguito. Lo porta fino a Monterey, con l’aiuto di un altro amico, e poi si mette a disinfettare accuratamente la stanza dove “l’essere” ha trascorso le sue giornate. Moricand, però, non è disposto a mollare; dapprima gli invia lettere cortesi in cui chiede dei soldi, poi lo minaccia pretendendo che Miller lo mantenga a vita, e infine giura di rovinargli la carriera rivelando agli americani i contenuti pornografici di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Miller non si scompone – gli americani lo hanno accusato di pornografia già da tempo – e da buon Capricorno che si esprime con franchezza, lo abbandona a se stesso liberandosi definitivamente del problema:

Gli risposi immediatamente che se stavolta non prendeva l’aereo, se perdio! non si toglieva subito dai piedi e non mi lasciava in pace, gli avrei tagliato i viveri. Gli dissi che non m’importava una merda della fine che avrebbe fatto. Per quanto mi riguardava, poteva anche buttarsi dal ponte Golden Gate. In un post-scriptum lo informavo che Lilik sarebbe andato a trovarlo di lì a un giorno o due, con la pendola, che poteva ficcarsi su per il culo, oppure impegnare al monte di pietà e vivere di rendita per il resto dei suoi giorni.

Il resoconto dell’esperienza diventerà l’argomento principale di Paradiso perduto, il cui titolo inglese A Devil in Paradise rende meglio l’idea della personalità diabolica di Moricand.

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