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Omnia

Fabrizio Ponzetta

Editoria e Utopia

Fabrizio PonzettaDa editore a scrittore, da artista a insegnante, ora nuovamente editore. Il percorso di Fabrizio Ponzetta segue direzioni personali mai scontate, accomunate però da una costante e dinamica esigenza di approfondimento.
Dopo un incontro avvenuto qualche anno fa, l’abbiamo incrociato nuovamente lungo il cammino per farvi scoprire la sua nuova avventura.

Cristina Favento (CF): Come ti è venuto in mente di chiamare una casa editrice Ah!? Cosa ha dettato la tua politica editoriale? Su che base hai scelto i volumi che state pubblicando?

Fabrizio Ponzetta (FP): L’anno scorso avevo prodotto dei libretti goliardici che sfottevano la mania della manualistica psicologica, tipo Come fare di tuo figlio un coglione o Rovinarsi la vita in sette giorni ed il nome “AH!” per la casa editrice era adeguato. Poi sinceramente non ho retto il gioco, i libretti sono carinissimi ma, mio malgrado, io sono una persona seria. Una notte ho sognato i miei autori preferiti, quelli che mi hanno segnato profondamente e questi mi hanno detto: “Senti un po’, il mondo è un casino, tu fai l’editore e noi in Italia siamo fuori catalogo, non ti sembra il caso di smetterla di fare il deficiente, acquisire i nostri diritti e pubblicarci?”. Detto-fatto. Ho creato una collana come Fabrizio Ponzetta Editore, a cui mi dedico principalmente, ed ho acquisito i diritti di due inediti di Heinlein, scovato testi di Noyes, Orage, Elbert Hubbard e, presto, William Morris.

CF: Che cosa intendi quando parli di “utopia” in senso editoriale?

Elbert Green Hubbard "Messaggio per Garcia"FP: Il filo conduttore della mia linea editoriale è l’utopia. Il termine ormai è inflazionato ed è sinonimo di irrealizzabile o di irrealistico; quindi dobbiamo intenderci: utopia significa ciò che non c’è, ma anche tu come sei adesso non c’eri dieci anni fa e non per questo sei o eri irrealizzabile. Questa è la prima cosa da dire. La seconda è che esiste una letteratura utopica. Anche se spesso non è etichettata come tale: ad esempio HG Wells è considerato fantascienza, ma ne siamo sicuri? Il risveglio del dormiente è la storia di un uomo che si risveglia nel futuro e questo futuro è occasione per l’autore per descrivere possibilità latenti nel mondo presente. Nel Rinascimento la letteratura utopica posizionava impossibili mondi possibili nello spazio geografico: per Thomas Moore, Utopia era un’isola al di là del mare; La Nuova Atlantide di Bacon e La Città del sole di Campanella erano nelle Americhe, allora misconosciute. Invece nel XIX e XX secolo, man mano che il mondo spaziale veniva scoperto dalla mente occidentale, ecco che l’utopia si sposta nel tempo e nell’inconscio: i romanzi di Bellamy, Wells e William Morris hanno tutti dei protagonisti che si addormentano o che vengono ipnotizzati e si svegliano in un futuro utopico.

La fantascienza nasce così. Il mio Heinlein è un maestro della fantascienza, ma ti sfido a trovare un solo curatore dei suoi libri degno di nota, che non l’abbia introdotto dicendo: “Accidenti! questo libro è più che semplice fantascienza”. Perché Heinlein contrabbandava le sue idee sociali e psicologiche in un genere che si prestava a tale scopo e che all’epoca andava di moda. Ciò gli dava i soldi necessari per vivere come voleva. Dunque tirando le somme: pubblico Heinlein, Morris ed Elbert Hubbard, che era sostanzialmente il paladino delle idee di Morris in America. Pubblico anche i libri di John Humphrey Noyes, uno dei saggisti più attivi sull’utopismo. Uno che sapeva di cosa parlava, tanto che fondò lui stesso un interessante esperimento utopico, il più longevo della storia, la colonia di Oneida.

Il successo dell’esperimento Oneida deriva dal fatto che Noyes era un fine psicologo, anche se lui chiamava la sua psicologia… religione, si rifaceva infatti al cristianesimo primitivo. E qui veniamo ad un altro mio autore che potrebbe sembrare fuori luogo e non utopico: Alfred Orage. A livello letterario fu il maestro riconosciuto di Ezra Pound, che gli dedicò tre dei suoi cantos e al contempo fu uno dei principali divulgatori delle idee di Gurdjieff. Ora, a prescindere dal fatto che Orage fu anche un utopista come impostazione e background culturale, bisogna dire che considerato il termine come lo abbiamo inteso, la Quarta Via di Gurdjieff è utopia. Cioè si prefissa di far funzionare l’uomo fisicamente, emotivamente e intellettualmente al massimo delle sue potenzialità. Quindi è utopia al cubo, solo che, saggiamente, non si interessa alle riforme sociali ritenendo che il punto di svolta è dentro l’individuo e non fuori. La Quarta Via si concentra sull’individuo, perché ritiene che la società sia una sua estensione. In questo senso, allora, tutto ciò che pubblico è letteratura utopica ed ecco perché sotto il mio nome di editore faccio scrivere “editoria e utopia”.

CF: Che cos’è l’esoterismo? Qual è l’elemento (o quali sono, se più d’uno) che ti ha spinto in passato ad approfondire questo filone tematico e che cosa rimane oggi di tale eredità?

Alfred Richard Orage "Incontri con Gurdjieff"FP: Anni fa, come autore, avevo pubblicato un libro, L’esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra, mi ritenevo e mi ritenevano un esperto. Oggi come esoterismo intendo solo la così detta Quarta Via di Gurdjieff, in modo particolare negli aspetti legati ad Alfred Orage. Quindi ti rispondo con le parole di Orage: “Il massimo grado che si può raggiungere nell’esoterismo è il buon senso”. Ho motivo di sospettare che anche il famoso gran segreto della Massoneria sia qualcosa di simile. Ma ovviamente bisogna passare per tutti i gradi. È come quando Krishnamurti dice che la ricerca spirituale non ha senso; lo dice anche qualsiasi avventore del bar dello sport, ma detto da chi ci è passato attraverso ha un significato unico, profondo e diverso. Capisci?

CF: Come e quanto hai a che fare con i personaggi di cui ti sei occupato?

FP: I personaggi di cui mi occupo sono i miei eroi. A dodici anni il primo libro (senza figure) che ho letto interamente era di Heinlein. A vent’anni fu un altro suo libro a darmi il colpo di grazia. È una bellezza essere diventato il suo editore.

CF: Chi dovrebbero riguardare i temi e i volumi che stai curando? Chi è il lettore tipo al quale ti rivolgi e perché?

FP: Ogni tanto provo, come è saggiamente consigliato nel marketing, a delineare il mio lettore ideale, il target, come si suol dire. Quindi calibro la comunicazione di conseguenza. Di norma quando faccio così non vendo una cippa, viceversa quando faccio l’editore senza preoccuparmi del target, torno a vendere in modo soddisfacente, attirando lettori per criteri a me, e forse anche al marketing, sconosciuti.

CF: Lavori molto, moltissimo sulla parola, sulla potenza della parola. Quali sono i limiti? Dov’è che la parola non può arrivare?

FP: Sì, tempo fa mi sono interessato a Watzlavich, alla PNL, all’ipnosi ericksoniana e tutto sommato Heinlein era un grande studioso di “relativismo linguistico”. Io stesso ho tenuto corsi sulla comunicazione efficace, ma l’interesse generale su queste cose mira ad acquisire strumenti di comunicazione persuasiva mentre a me invece interessa la potenzialità di tali studi per squarciare il velo di Maya. La parola forma il pensiero che forma la vita e non viceversa. La parola è magia e oggi siamo tutti dei maghi impazziti. Le religioni di rimando ci danno questa intuizione, pensa al Logos, il verbo fatto carne, la sacralità delle lettere dell’alfabeto sanscrito ecc… Diciamo che con la parola costruisci mondi, perché selezioni aspetti della realtà rendendoli più reali rispetto ad altri. Ma il punto è un altro: chi è che costruisce questi mondi? Questa è la vera domanda che trasforma. Io non credo in questa bulimia comunicativa che è in atto per motivi puramente economici. Allo spot della Telecom di qualche anno fa che diceva “senza comunicazione che mondo sarebbe?” Avrei risposto: “Sarebbe un mondo meraviglioso!”. La comunicazione è una tecnologia interiore e tutte le tecnologie, quando sono abusate, hanno il vizio di atrofizzare potenzialità naturali.

CF: Se tu dovessi descriverti…

FP: A vent’anni avrei voluto fare l’editore di Heinlein… Non ho più vent’anni… lo faccio!

Sito web della Fabrizio Ponzetta Editore

CF: Che cos’è per te la tradizione? Chi sono i tuoi maestri?

FP: Ho il sospetto che per questa intervista hai guardato a del mio materiale vecchio. Infatti c’è stato un periodo in cui ho cercato risposte nel così detto Tradizionalismo; mi sembrava che tutte le conquiste della modernità si erano capovolte contro chi doveva beneficiarne e quindi mi sono chiesto se non avevano ragione i tradizionalisti, Evola, Guénon o per lo meno gli anti modernisti come Massimo Fini e Alain de Benoist. Non mi sono ancora dato una risposta definitiva. I miei Maestri comunque sono gli autori o gli argomenti di cui tratto come editore e questo innesta in me un circolo virtuoso che fa del mio lavoro la mia ricerca e viceversa. In pratica lavoro sempre quindi non lavoro mai.

CF: Qualche anno fa dichiaravi: “Ho passato trent’anni a capire che non c’è niente da capire e per la strada ho raccolto parecchie simpatiche informazioni in proposito, quindi non sapendo far altro nella vita non posso che condividerle creativamente”.

FP: …qualche anno fa, come fanno tutti i giovani, avevo fretta di invecchiare e dicevo cose del genere.

CF: Definiresti ancora in questo modo il tuo lavoro? Che cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato, da allora?

FP: Voglio ridare dignità al libro, ad esempio, nonostante i problemi che sorgono coi distributori, mi rifiuto di mettere il codice a barre sui libri. Figurati che pubblico libri di personaggi che erano contro le ingerenze dell’industrialismo nell’editoria…

Elbert Green HubbardCF: Dichiaravi anche una sorta di antipatia verso dei modelli preconfezionati, verso chi assume dei punti fissi di riferimento. Non si rischia però in questo modo di non scegliere mai la propria collocazione, identità, direzione di movimento? Ce ne sono, oggi, di punti di riferimento che in qualche modo riconosci?

FP: Un esempio è una buona cosa. L’esempio di Elbert Hubbard, un imprenditore contro l’industrialismo che era un utopista e riusciva a fare business con prodotti di qualità senza danneggiare l’ambiente, è un buon esempio; ma è un esempio e basta; un modello invece è qualcosa che ti modella appunto. E Dio non fa le cose in serie. Non fa due cose uguali. Anche Lui dev’essere contro l’industrialismo. A parte gli scherzi questo è uno dei pilastri della filosofia di Orage, la differenza tra avere dei modelli e avere degli esempi.

CF: Gira che ti rigira, all’editoria sempre torni. Perché? Che cosa c’è alla radice di questo desiderio ricorrente?

FP: Sì, dopo una prima esperienza con le edizioni Jubal ho provato a fare altro, ma mi sono sempre ritrovato in situazioni degne di un film di Dino Risi e a me i film di Dino Risi piace guardarli, non recitarli. Comunque, visto che fai domande da psicanalista ti rispondo a tono: quand’ero lupetto facevo un giornalino con la macchina da scrivere che mi prestavano all’oratorio. Scrissi che i capi scout ci davano calci in culo quando disubbidivamo a qualche ordine e mi fecero chiudere; in modo sottile ovviamente, censura da boy scout. Un anno dopo bazzicavo nel bar di fronte all’oratorio con brutte compagnie. Credo che il mio bambino interiore ha voluto riprendersi il suo giornalino e lasciare le brutte compagnie a se stesse.

CF: Hai mai pensato di entrare in politica?

FP: Ogni tanto per le mie idee sulla decrescita qualche cerebroleso mi dà del grillino. Purtroppo non posso essere un grillino perché ho perso la vocazione a lavorare gratis, anche per la politica. Ma apprezzo molto i ragazzi del movimento 5stelle che lo fanno. Detto questo sono più a destra di Evola e più a sinistra di Marcuse e non credo che troverei una collocazione negli attuali panorami. Credo che il futuro, nel bene e nel male, sia la cosa pubblica amministrata come un condominio e chi ha idee di riforma esistenziale farebbe meglio a smetterla di combattere contro i mulini a vento e approfittare di un regime che, tutto sommato, è liberale per creare i suoi sotto mondi all’interno di questo e influenzarlo con dolcezza, con l’esempio appunto.

Fu ciò che tentarono i socialisti utopici di fine ‘800. I marxisti e gli anarchici volevano fare la rivoluzione, i riformisti volevano entrare nei parlamenti; il socialista utopico si ritagliava la sua terra e creava il suo mondo edificando comunità e cooperative. Ben inteso che tali esperimenti duravano pochissimo, perché le dinamiche umane quali invidia, gelosia, traumi irrisolti dell’infanzia e altre sciagure affini sono sempre in agguato. Ma un manipolo di uomini, circa trecento, riuscì a fiorire per trent’anni in una comunità chiamata Oneida, sotto la guida di John Humphrey Noyes. Praticavano la comunione dei beni ed erano organizzati in un matrimonio collettivo in cui tutti erano sposati con tutti. Come hanno fatto a durare trent’anni è un mistero.

La risposta tuttavia è nei libri di Noyes: praticavano una sorta di efficace psicoterapia serale, detta “mutuo criticismo” e gli uomini praticavano la ritenzione del seme per controllare le nascite e rendere l’atto sessuale sacro. Stiamo parlando di gente che viveva in epoca vittoriana, cristiani e timorosi di Dio e non di una comune hippie. Ecco questi fiori rari della storia, con le loro luci e le loro ombre, sono la mia attività di editore giardiniere. Mi guardo bene, ovviamente, dal farne o incoraggiarne un’ attuazione politica; perché tali idee in mano a qualche pazzoide degenerano; e i pazzoidi sono molto bendisposti a digerire velocemente tali idee per poi defecarle in qualche grottesca, patologica e criminale situazione. Ma la conoscenza di altre possibilità rispetto a ciò che riteniamo possibile, studiata con rigore storico, con i piedi per terra e, sopratutto, con una robusta autoironia può ampliare i limiti delle nostre menti, senza renderci de-menti. Di questo sono convinto. È la mia mission aziendale. Mission impossible, forse, ma questo mi è toccato in sorte e questo faccio meglio che posso.

Comunità Oneida

Fabrizio Ponzetta

A fine anni 90 fonda e dirige con lo pseudonimo di NN, l’ITS (Istituto Teatro Sciamanico), nel 2003 fonda le edizioni Jubal (poi acquisite da Re nudo) per ripubblicare la rivista underground degli anni 60 Insekten Sekte di Matteo Guarnaccia; poesie inedite del cantautore Claudio Rocchi e i discorsi di U.G.Krishnamurti. In quegli anni scrive anche saggi storico antropologici quali L’Esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra; Storia e storie di un’eresia chiamata Zen; Il complotto da Vinci, scontro demenziale tra Chiesa e neognosticismo (Ed. Re Nudo 2005). Negli anni successivi sperimenta la video comunicazione con Tele Kalì Yuga e Taocrazia e riprende l’attività di facilitatore, tenendo corsi di metacomunicazione e meditazione. Nel 2011 apre la casa editrice AH! e nel 2012 la collana che porta il suo nome, nella quale pubblica testi che lui definisce “utopia in salsa scettica”.

Commenti

2 commenti a “Editoria e Utopia”

  1. una scia imprevedibile…complimenti 😉

    Di Franco | 23 Giugno 2012, 08:47
  2. ciao ragazzi, vorrei contattare l’autore e la casa editrice AH!
    ma non trovo riferimenti, nemmeno il suo sito fabrizioponzetta.com è in realtà attivo o meglio non c’è alcun riferimento. mi potete aiutare? grazie mille!

    Di maeba | 17 Novembre 2015, 13:03

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