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Scrittura

La democrazia dispotica di Michele Ciliberto (I)

La democrazia dispoticaIl punto di partenza del saggio di Michele Ciliberto, La democrazia dispotica, come ammette lo stesso autore all’inizio del prologo, è una riflessione sulla situazione attuale dell’Italia in campo sociale e, più ampiamente, politico: «sul piano sostanziale, il nostro paese è in una fase di grande travaglio e di profondi sconvolgimenti» è l’incipit dell’opera (p. VII). Riflessione che lo porta a un’analisi rigorosa di quelli che a suo avviso sono i problemi della democrazia italiana – e per estensione della democrazia tout court – condotta con i metodi dello storico della filosofia sulla scorta del confronto, sempre critico, con alcuni grandi pensatori del passato. I principali sono Alexis de Tocqueville, che costituisce il “nume tutelare” dell’intero saggio, Karl Marx e Max Weber. In seconda battuta, ma comunque con elementi importanti per lo svolgimento della tesi, l’autore interpella Thomas Mann, Benedetto Croce e Antonio Gramsci. Tuttavia, uno dei motivi d’interesse del saggio – anzi, forse quello che lo rende più stimolante alla lettura – è che la parte filosofica non risulta fine a se stessa. Ciliberto, infatti, non mira a una mera ricognizione di alcuni classici per trovarne elementi che in modo preveggente e “automatico” spieghino l’oggi: «le convergenze ‘morfologiche’ non possono togliere […] le differenze esistenti tra le analisi dei ‘classici’ e i caratteri specifici» della situazione contemporanea (p. XIII). Egli, invece, si serve di alcuni nodi teorici messi in luce dai pensatori citati come base di un’analisi critica delle difficoltà odierne della democrazia italiana, per comprendere le quali questi nodi, opportunamente rielaborati e messi in fila, si rivelano di estrema utilità e persuasività.

La struttura stessa dell’opera rivela questo intreccio di attenzione al presente e sguardo ai classici del passato, secondo «una tecnica che se si trattasse di un film si potrebbe definire del flashback» (p. XIV). Il saggio si articola, infatti, in un prologo seguito da tre parti, la prima delle quali (quella filosofica) separate dalle due seguenti da un’ Entr’acte con funzione di ricapitolazione dei concetti filosofici emersi e contemporaneamente di raccordo con le analisi più centrate sull’attualità. La seconda parte affronta direttamente i problemi della democrazia italiana degli ultimi venti-venticinque anni, focalizzandosi da un lato sui tratti caratteristici della costruzione di potere di Silvio Berlusconi e sugli strappi al tessuto politico e civile che essa ha cavalcato e contemporaneamente imposto; dall’altro, sui limiti della proposta dell’opposto versante politico, che ha obliato la grande tradizione alle sue spalle e per ovviare alla perdita di contatto con il popolo si è affidato da ultimo alla soluzione delle “primarie”, le quali, argomenta fondatamente Ciliberto, se non ben gestite sono anch’esse potenzialmente dispotiche. La terza parte, infine, propone alcune vie d’uscita che l’autore individua come idonee a «rimettere il tempo in sesto», come dice citando Shakespeare.

Il prologo assolve a tre compiti: innanzitutto delinea il punto di partenza che ha stimolato l’avvio delle riflessioni dell’autore, ovvero la situazione politica dell’Italia nel 2010, caratterizzata dal fenomeno del berlusconismo in fase calante, il quale rappresenta «una forma patologica della democrazia dei ‘moderni’» (p.VIII) – e quindi una degenerazione certamente con spiccati tratti indigeni, riconducibili alla storia nazionale italiana, ma che chiama in causa più in generale tutte le democrazie occidentali: elemento, questo, da non perdere di vista.

Il secondo ruolo del prologo è l’esposizione di come il saggio si articola, di cui abbiamo dato conto, e il terzo e più importante, infine, è l’esposizione della tesi di fondo che Ciliberto esprime sul contesto della democrazia, italiana e poi – per estensione – occidentale. La tesi è articolata in tre punti:

  1. il fenomeno berlusconiano rispecchia dei movimenti di fondo delle democrazie occidentali che si sono rivelati prima e più fortemente in Italia a causa delle specifiche fragilità del nostro Paese: «la situazione italiana interroga direttamente la democrazia in sé e per sé, il destino del sistema democratico; e, in tale quadro, pone la questione delle ‘patologie’ proprie della democrazia dei ‘moderni’» (p. X);

  2. la figura di Berlusconi e la sua azione politica, le cui caratteristiche si possono assimilare a quelle del “dispotismo mite” delineato da Tocqueville, sono figlie della crisi della politica nelle sue forme novecentesche: per superarla bisogna ricostruire in forme nuove il suo valore, e a questo scopo servono le considerazioni che Ciliberto svolge nella terza parte del volume;

  3. più in generale, negli ultimi trent’anni si è passati da una situazione di “politicizzazione di massa”, nella quale l’individuo contava soltanto se inserito in una rete di relazioni sociali con gli altri membri del suo gruppo (i compagni di partito, di classe, o comunque i concittadini dello stesso Stato) ad una opposta – ma non per questo migliore per il singolo – ovverosia quella di un individualismo estremo. Questo processo «non ha avuto fra i suoi esiti una emancipazione e una liberazione egli individui», anzi, il nuovo dispotismo democratico ha invaso gli spazi lasciati liberi e ha inserito gli individui in «nuove, e più profonde, forme di soggezione» (p. XVII).

TocquevilleÈ forse quest’ultima l’articolazione più interessante della tesi di fondo del saggio, articolazione che si richiama direttamente, come si vedrà, ad una dialettica interna al pensiero di Tocqueville come espresso principalmente ne La democrazia in America, oggetto del primo capitolo della parte “filosofica” dell’opera di Ciliberto.

Questa dialettica riguarda il “libero arbitrio” degli uomini, e come esso viene esercitato in un regime assoluto e in uno democratico-liberale. A giudizio di Tocqueville, infatti, «nell’epoca dell’assolutismo, i “cittadini” […] sono stati più liberi di quanto non accada nell’epoca del ‘livellamento’ democratico», poiché «la ‘disuguaglianza’, in quel contesto storico» ha consentito agli uomini di difendere la loro individualità attraverso il conflitto col potere sovrano (p. 11): proprio dal conflitto, per il pensatore francese, scaturisce la libertà e il progresso della società. La fine di questa ostilità, corrispondente all’ottenimento delle libertà “borghesi” a seguito dei movimenti rivoluzionari del XVII-XIX secolo, «ha avuto effetti assai gravi sul piano politico, sottraendo forza […] alla stessa sovranità popolare, che nei regimi democratici si riduce ad una funzione periodica […] senza peso dal punto di vista dell’esercizio reale del potere» (ibidem). Il libero arbitrio dei cittadini viene dunque compresso, e il popolo “sovrano” non finisce altro che per affidarsi a «un nuovo potere che ne amministra in modo tanto “mite” quanto inesorabile la vita, su tutti i piani» (p. 12, corsivo nostro). Attraverso un lungo processo che esclude totalmente la libertà come era intesa nell’ancien regime in favore della rivendicazione dell’uguaglianza, aggiunge Tocqueville, si instaurano i germi del dispotismo, giacché l’uguaglianza mette fine ad ogni gerarchia sociale e come conseguenza fa precipitare l’uomo in «un nuovo ethos di carattere ‘individualistico’ da cui sono scaturiti apatia, indifferenza, tendenza alla servitù» (p. 18).

Una volta focalizzato questo punto centrale, e tenendo presente il fil rouge che permea l’intero discorso del pensatore francese – cioè il confronto tra il modello democratico americano e quelli che si stanno sviluppando in Europa – gli altri elementi fondamentali che Cilberto mette in luce del pensiero di Tocqueville si possono riassumere come segue:

  1. la constatazione dell’inevitabilità del destino democratico degli Stati europei, nei quali sono destinate a formarsi delle democrazie basate sul concetto di uguaglianza e che quindi relegano in secondo piano, quando non negano, la libertà (diversamente da quanto accade in America, dove i cittadini «sono stati capaci di intrecciare eguaglianza e libertà» (p. 24);

  2. la riflessione sul fatto che le democrazie europee – anche in ciò diverse da quella americana, in cui vigono forti elementi di democrazia diretta – si sviluppano sempre più nel senso di una progressiva concentrazione e burocratizzazione del potere: l’amministrazione prevale sulla politica;

  3. infine, la soluzione che Tocqueville propone per uscire dal “dispotismo democratico” che l’evoluzione politica europea lascia intravedere: le associazioni di cittadini, che servono a conservare la propria libertà e difendere il cittadino, come avviene in America. Soluzione comunque problematica per Tocqueville stesso, che si rende benissimo conto di come esse siano difficili da creare dal momento che «i cittadini moderni vivono in uno stato di quiete, di stasi, di mediocre benessere che il nuovo potere salvaguarda e favorisce per sviluppare il suo dominio ad ogni livello della società» (p. 53). La condizione paradossale dell’uomo moderno, scrive Ciliberto a mo’ di riassunto concludendo la sua ricognizione di Tocqueville, consiste nel fatto che «l’unica sua possibilità di salvezza è uno ‘strumento’ precario, insicuro, incerto» (ibidem).

MarxAnche affrontando Marx, Ciliberto si concentra sulle critiche che questi muove alla democrazia nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico e nella Questione ebraica. Gli strali marxiani nei confronti della democrazia “borghese” che egli osserva si concentrano su due elementi: la scissione fra citoyen e bourgeois, cittadino e borghese con interessi separati e contrapposti; e, discendente dalla prima, l’opposizione che si crea fra i diritti politici solennemente proclamati come uguali per ciascun uomo, e la reale condizione di disuguaglianza che fra gli uomini permane. Secondo Marx, la democrazia è la dimensione sostanziale dell’umanità, cioè «l’idea madre […] di ogni forma dello Stato» (p. 65), e quella moderna deriva dalla scissione fra la sfera dello Stato e quella della società civile. Questa scissione ha di positivo il fatto che fa uscire l’uomo dalla fase “feudale” in cui tutto era Stato e non c’era spazio di libertà per l’uomo; d’altra parte, tuttavia, crea la distinzione fra il cittadino (sfera dello Stato) e borghese (sfera della società), foriera di quello che comincia a delinearsi come lo scontro tra le classi.

Marx sostiene che da questa contraddizione si potrà uscire soltanto quando la “società civile” sarà penetrata nella sfera politica, però sul metodo con cui questo processo deve avvenire le sue idee mutano nel breve periodo che va dalla Critica alla Questione ebraica. Nella prima, sosteneva che la leva del processo dovessero essere le elezioni di deputati non delegati ma mandatari (cioè titolari di mandato imperativo). Nella seconda, fece un passo ulteriore, proclamando che l’unica via era la democrazia diretta.

La soluzione di Marx al problema della democrazia e del potere oppressivo che essa, degenerando, può provocare, possiamo dunque dire che è “più” democrazia, quindi un’azione maggiore dei cittadini nell’ambito politico come primo passo verso l’emancipazione umana (che non può verificarsi solo nell’ambito politico se le condizioni reali non mutano), diversamente da quanto sosteneva Tocqueville, che predicava la necessità di associazioni intermedie che difendessero il cittadino dallo Stato.

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Un commento a “La democrazia dispotica di Michele Ciliberto (I)”

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