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Scrittura

Riflessioni verso Mui Ne

A bordo di un bus di linea in condizioni decisamente opinabili, lascio Saigon quando il torrido delle 10 ha già infestato la città. Il viaggio verso Mui Ne, piccolo villaggio costiero a quattro ore di distanza, non è scevro di disagio, giacché, seduto nel back del bus, ogni irregolarità dell’asfalto si riverbera lungo tutta la schiena, provocandomi un crescente irrigidimento di muscoli e articolazioni. Cham, ancora una volta accorta messaggera, mi aveva avvertito: attraversare il paese su gomma – siano le gomme di una bici, uno scooter, un’auto, o un bus – è un’esperienza fertile di astonishment. Proprio così aveva detto: “astonishment”. Sbigottimento. Smog e polveri dai finestrini, il rutilante déroulement del motore in sottofondo e una buona dose di suspense ad ogni tornante, è così che mi vedo costretto a ridefinire, sulla via per Mui Ne, il mio concetto di “sbigottimento”, in direzione di una rinnovata sorpresa nei confronti dell’attaccamento – tutto personale, s’intende – alla vita. Come sempre, veicoli e soggetti di ogni sorta popolano la strada senza curarsi troppo di concedersi reciproche attenzioni, sicché mentre ognuno, in questo perdurante esodo pagano, si dimena per raggiungere la propria meta, su tutti grava e impera la sola legge naturale dell’evitarsi, metodicamente, al centimetro, lasciando coloro che non sono abituati all’esperienza – come il sottoscritto – aggrappati al proprio respiro come si trattasse dell’ultimo; l’ultimo afflato di esperienza terrena prima del trapasso nel parabrezza di qualche trasporto altrui. Poi, ciclicamente, l’ingorgo o il sorpasso sublimano in un acuto cacofonico di clacson e, nonostante nessuno sollevi il piede dall’acceleratore, né tantomeno tocchi quello del freno – di cui dubito l’esistenza – il peggio è solo accarezzato, come per intercessione divina, senza trascendere (quasi) mai in nulla di più: il respiro viene ri-soffocato nei polmoni, già dolenti per l’umidità, e pensi quasi, in un rimprovero di auto-commiserazione, di esserti preoccupato oltremodo. Fino al successivo incrocio fatal-ista. Je voudrais bien croire dans le Dieu Caodist, maintenant.

Traffico sulla statale costiera

Attraversiamo barocche baraccopoli senza fine dove il fasto miraggio del benessere è ridotto, ancora, alla Cola e alle automobili. Le curve del paesaggio si addolciscono solo quando siamo ormai lontani centinaia di chilometri da Saigon, là dove la terra riconquista sull’uomo un provvisorio dominio. Poi, verso l’una, l’autobus giunge nei pressi di Mui Ne e mi scarica, senza troppi cerimoniali, lungo una strada a due corsie, infarcita dal lato sinistro – quello dell’entroterra – di tiendas e negozi, e dal lato destro – quello del mare – di scintillanti resort, alcuni smezzati, altri terminati, altri in fase di rinnovamento, ma tutti che si perdono nella via di fuga tracciata da quella stessa lingua arsa e polverosa su cui mi trovo, il cui destino prosegue per una decina di chilometri ancora, fino al vicino villaggio. Il timore che anche qui il denaro abbia neutralizzato e de-sensibilizzato la vita autoctona mi prende d’un fiato. I am afraid it’s too late, but for what? La mia coscienza non può che impregnarsi, once again, di interrogativi viziati.

Paradossalmente, l’avvento delle ruspe ha avuto qui un effetto ancora più evidente e tranciante che non a Saigon, città nella quale l’occupazione progressiva del cemento, a eradicare e soppiantare la varietà del sensibile, ha richiesto (e sta richiedendo) diversi anni, germinando un sincretismo storico e urbano affastellato e incoerente, ma nel quale tendenze moderne, contemporanee e pre-moderne – rurali – si resistono a vicenda, insinuandosi nei rispettivi incustoditi interstizi. Certo, senza una politica di (ri)equilibrio, si tratta pur sempre di una resistenza destinata a cessare, ma non per questo rinunciataria alla lotta. A Mui Ne, invece, il cemento si è, molto più semplicemente, insediato, soffocando la resistenza autoctona nel giro di qualche anno. L’occupazione è stata imponente, monolitica, stanziale, senza la speranza di alcuna negoziazione, sicché di quegli sparuti residenti che ancora sfuggono alla tentazione del turismo, l’immagine che ne ritorna è di soggetti tanto stoici quanto sprovvedutamente disarmati.

Fermo immagine di Orte ripresa di Pasolini

E allora, lungo questa strada bollente che trasuda un arricchimento precoce, penso a Pasolini, alle sue grida isolate, inascoltate, derise finanche, in difesa della campagna italiana, di cui testimoniava la scomparsa, ogni giorno, sotto i suoi stessi occhi e attraverso quella sua sensibilità così legata al rurale e al rituale, intellettuale e uomo, infine, troppo scomodo, troppo accorto, troppo scomodamente accorto, per essere davvero compreso. E penso a Orte, Sabaudia, al litorale romano, emblemi, per lui, dello sfacelo antropologico italico, della de-umanizzazione del territorio e della irreversibile violenza inflitta al corpo e alla terra. Penso a tutte queste cose, mentre mi incammino a piedi alla ricerca di una cheap accomodation, e mi chiedo quanto davvero io possa capire questi luoghi, e quanto sia giusto, ancora una volta, che io applichi su di loro valori che sono miei e non del tutto loro. Orte e Sabaudia non sono Mui Ne, eppure sono state tutte e tre soggette, in tempi diversi, alle stesse leggi, alle stesse dinamiche. Sicché, mi domando, se il capitalismo pare davvero essere l’unico modello di sviluppo rimasto – e ad ogni modo quello a cui in misura sempre maggiore i paesi ambiscono – significa che tale modello sia conseguentemente valido (e con “valido” intendo, globalmente applicabile)? Non siamo forse menati nel labirinto della competizione da una mera illusione? Allo stesso tempo, è lecito parlare del Capitalismo – in maiuscolo – come di un unico modello? O bisognerebbe forse parlare di diversi, contingenti, capitalismi? Possibile che non ci sia un’altra idea? Une autre solution possible? Il caldo è infernale.

I jot down these notes, protected by the shadow of a big palm; lo zaino, sudato accanto a me, mi scruta silenzioso. O forse ho solo preso troppo sole. La penna scorre, pagina dopo pagina, lasciando dietro di sé il lamento di domande senza risposta; dopotutto, è la scrittura medesima a far vibrare il diaframma dell’incertezza: la scrittura è in-scrizione e io non posso che in-scrivermi in essa, ovvero proiettarvi un personalissimo e schizofrenico simulacro che genera già, di necessità, una primordiale scissione tra il pensiero e il linguaggio, tra il dubbio e l’ipotesi, between myself and the world. La scrittura diviene trama che mi lega all’Altro, all’esteriorità di un mondo che mi pare sempre un passo troppo distante. Non potrò mai eludere, after all (postuma consolazione anglofona), il punto di vista che, in quanto occhi, volto, mani e gambe in movimento, corporalmente rappresento, nonché la cultura, la conoscenza e, soprattutto, l’ignoranza, attraverso le quali marco la mia presenza, traccio il mio percorso e anticipo le mie stesse conclusioni. Has everything already been said? Probably yes, but not from anybody. E, grazie a Dio – questa volta è proprio lui che invoco! – il linguaggio, arzillo pater della comunicazione, si mantiene in movimento insieme a me giacché, sebbene le parole perpetrino, sì, l’originale peccato di cui la mia in-scrizione si sostanzia, lo fanno in forme sempre nuove – diverse, spero – ovvero rimestando in continuazione il mio essere viaggiatore, uomo bianco occidentale – italiano, più precisamente, per quel che conta la nominale appartenenza a confini solo cartografici – ma anche, sotto tutt’altre stelle, ex-giornalista, ex-insegnante, ex-studente, ex-credente, amante della letteratura e della fotografia, nonché del calcio – già, il calcio, altro modello universale di comunione e comunicazione – e infine soggetto benedetto dalla fortuna, circostanziata eppure inalienabile, del poter viaggiare, figlio integrante e arruolato di una generazione dal gemito facile, certo, ma dalle armi anche piuttosto spuntate. Letale alchimia. Proprio come quegli abitanti che ancora credono di poter resistere. Et alors, elle est où la sortie? C’è davvero un’uscita?

Rien d’autre, je crois, peut être dit ou écrit à propos de ce moment, véritable abîme temporel trascorso al riparo dal sole più cruento. Ciò che posso imparare, qui, ora, aujourd’hui et pour l’avenir, è la necessità di interrogarmi – come soggetto – e di interrogare lo sguardo che esercito sul mondo circostante, soppesandone doverosamente il vizio e l’onestà, senza per questo cadere in una sospensione agnostica di giudizio, né nello stucchevole vizio dell’onestà. “Write the right thing!”, il monito di Cham mi risuona ora nella memoria in tutta la sua lapalissiana veridicità, ovvero nella potenziale falsificazione che la mia autorità peripatetica e scrivente si porta appresso. Potrei, forse – ma chissà quanto, in fondo! – diluire tale rischio, quasi fosse un acquerello pronto a colorare, in tono, forma e sostanza, la rappresentazione dell’esotico Oriente; potrei, dicevo, diluire tale rischio dimorando a lungo in questa terra, e tra queste genti, “faire partie du monde“, come sostiene Richard, ma si tratterebbe, dopotutto, di una forma proto-stanziale di conoscenza. E non restano (che) parole. So, what are travel and writing, eventually? Difficile dirlo; credo, anzi, che una risposta univoca non sia possibile; ma ciò di cui sono sicuro è che la distanza di cui il viaggio e la scrittura si connaturano – distanza fisica e metaforica, ovvero tra sé e il mondo, tra sé e il proprio simulacro – siano in ultimo incommensurabili e vano e arrogante sarebbe pretendere di colmarle con una fugace comparsata nelle terre del trans-culturale. Perciò, mentre riprendo il cammino verso una possibile guesthouse, realizzo che non mi rimane che una sola strada da percorrere: criticare, ad ogni passo, la mia scrittura, ora e in futuro, metterne in crisi i pensieri, le emozioni, i sapori, gli odori, senza per questo, spero, cessare di nutrire la passione per la sorpresa – the astonishment – che la mantiene in movimento.

Villaggio di pescatori a Mui Ne

Giunto all’estremità opposta della strada, là dove alcune case di pescatori si raggruppano segnando il confine del paese, trovo una confortevole guesthouse che mi mette a disposizione un bungalow a ridosso della spiaggia. Non siamo in alta stagione; la pineta è quasi completamente libera; il prezzo è meno di quanto mi aspettassi, 15 dollari. Il villaggio è immerso in una quiete da sesta pomeridiana che ne risalta la delicata routine. Forse, non tutto è perduto. All’interno del bungalow, un ventilatore muove delicatamente l’aria; una rete copre il letto da cima a fondo, per evitare di essere assediati dagli insetti; la toilette consiste in una turca open air, appena nascosta da una recinzione in canne di bambù. Mi stendo sul letto, è ora di pranzo, ma dopo qualche minuto mi addormento pesantemente, accompagnato dal suono del mare. Il suono del mare.

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