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Fumetto

Jessica Abel

Artbabe e non solo

Una breve premessa

Ho conosciuto Jessica via e-mail; ho iniziato ad apprezzare la sua opera, invece, grazie allo Schizzo presenta n.5 a lei dedicato, edito dal Centro Fumetto “A. Pazienza”, di cui potrete ammirare la copertina e alcune tavole cliccabili.
L’Italia continua ad apprezzarla: Artbabe vol.2 è in uscita in italiano per la Black Velvet di Bologna, e, stando a quanto mi scrive l’autrice, altre sue apparizioni in italiano non sono da escludere.  
Jessica tiene a segnalare la sua presenza all’Expocartoon, a Roma, per la fine di marzo.

Immagine articolo Fucine MuteFabio Bonetti (FB): Mi pare che le storie di Artbabe si basino su soggetti semplici, arricchiti tuttavia da profonde riflessioni sulla vita di tutti i giorni e dai bei dettagli del tuo disegno. Al lettore (come ha giustamente sottolineato Daniele Cauzzi nel suo articolo di presentazione su “Schizzo Idee”, nda) rimangono le intense sensazioni dovute al fatto che tu sei anche un’ottima scrittrice. Ho reso l’idea? Puoi indicare se ne esista uno al quale ti sei ispirata per il tuo lavoro? (chiedo scusa per quest’ultima domanda. Spero che le “Top Seven Questions” non passino a otto).

Jessica Abel (JA): Sembra una buona descrizione del modus operandi che seguo per le mie storie brevi. Quando lavoro in una forma relativamente breve (sotto le trenta pagine, intendo), provo a concentrarmi su una sola crisi, un solo punto di svolta, nella vita di una persona, e di catturarne un certo numero di diverse angolazioni. Chiamerò la collezione di Artbabe vol.2 (in inglese) “Mirror, Window”, perché le storie che ho scritto per quel volume sembrano avere a che fare con la percezione — la percezione di se stessi, principalmente, così come la percezione della relazione con gli altri. A volte uno vede solo un riflesso di ciò che già si pensa di conoscere, e talvolta, in un lampo di introspezione, vede improvvisamente (e spesso brevemente) cosa si nasconde all’interno. Da questa prospettiva, penso si possa notare l’influenza sul mio lavoro di una delle mie autrici preferite, Jane Austen. È magnifica nel modo in cui analizza le personalità, e in cui permette ai suoi personaggi di giungere all’inevitabile crisi a causa dei loro stessi punti ciechi e delle loro particolari attitudini.

FB: Discutendo con un’amica (in riferimento all’editoriale di FM n.10, nda), si sottolineava la bontà della definizione “schegge impazzite” in riferimento ai giovani: spesso anime in pena, in perenne ricerca, sempre pronte a mettersi in discussione. Ma nemmeno la confusione, nemmeno i problemi quotidiani nascondono la forte moralità e la dignità che, in questa ricerca, la nostra generazione (io ho 24 anni) dimostra di possedere. E talvolta mi sembra di cogliere questa particolare visione in Artbabe: cosa ne pensi?

Immagine articolo Fucine MuteJA: Be’, di base penso che ogni generazione dimostri una sorta di moralità e dignità — o perlomeno qualcosa che si possa definire tale per il momento di cui si parla. Non sono una grande sostenitrice del discorso “generazionale”. Penso che siamo più simili di quanto pensiamo. Detto questo, per ritornare al tuo primo punto, certamente i giovani passano un sacco di tempo esaminandosi e parlando di se stessi. Tuttavia, trovo che si tratti piuttosto di un fatto culturale. Molti Americani passerebbero ore parlando e analizzando il proprio comportamento, quello dei loro amici, così come le varie manifestazioni della propria cultura. Ci appassioniamo nel guardare la pubblicità, ad esempio, e nello scovare il suo significato soggiacente fino a quando non capiamo quale messaggio segreto il pubblicitario ha cercato di utilizzare per vendere il prodotto, e a quel punto ci piace rifiutarlo. Amiamo parlare degli amici e analizzare il loro comportamento in modo completo, citando precedenti e tendenze, talvolta fornendo persino diagnosi psicanalitiche amatoriali. Parliamo di tutto, e lo potremmo fare fino alla morte. Qui in Messico, tuttavia, ho trovato un modo di parlare molto meno analitico. Non che la gente non parli dei propri amici, ovviamente lo fa. Ma tendono a discorsi del tipo: “È fatto così. È la sua personalità”, laddove un Americano vorrebbe capire “perché” questa è la sua personalità. Mi sono spiegata? Non so come siano gli Italiani su questo livello, ma il mio punto di vista è che non possiamo generalizzare basandoci sull’età.
In Artbabe non devo necessariamente simpatizzare con le opinioni dei miei personaggi; simpatizzo con loro semplicemente considerandoli persone qualunque. Provo a capire da dove vengono, e cosa tutto ciò comporti sul loro modo di vivere la propria vita. Provo ad entrare nelle loro vite, effettivamente, piuttosto che descriverli da un punto di vista esterno. Il che non significa che la loro moralità sia necessariamente forte e positiva.
In Artbabe vol.2, n.4, ad esempio, il personaggio di Dirk è un vero stronzo. Ma provo ancora a capirlo, e non a giudicarlo. Si sta scavando la fossa da solo: non dovrò farlo io per lui.

FB: Ma allora possiamo parlare di una “artbabe generation”, dal momento in cui assumiamo che artbabe è anche uno stile di vita? (ricordi? “.. an artbabe is a stylish, sassy, creative, kinda nutty, slightly wild young woman (or man, actually)[…] that will surprise you with her/his perceptiveness and smarts”, dall’introduzione all’edizione italiana di Four Seasons). Non è una domanda di tipo sociologico, ma curiosità rispetto alle nuove leve del fumetto americano: puoi notare un’analoga sensibilità nei colleghi tuoi coetanei? Puoi indicarci qualche nome?

JA: Non mi ha fatto molto piacere che Daniele abbia deciso di mandare in stampa quella frase! (Daniele è sempre Cauzzi. Chiedo scusa per la gaffe! nda). L’ho scritta in due minuti, ed è un po’ sciocca. E di nuovo, non parliamo di “generazioni”, dal momento in cui io, a trent’anni, appartengo già ad una generazione diversa dalla tua. Essere un “artbabe” NON è uno stile di vita, è una personalità ed un particolare approccio alla vita. Non puoi decidere un giorno di metterti occhiali strani e fare arte, e diventarlo improvvisamente. (ometto una frase dell’intervista in cui Jessica capisce che non ci siamo intesi per problemi di traduzione: in effetti, ho utilizzato erroneamente il termine “lifestyle” per indicare esattamente ciò che l’autrice sta invece puntualizzando. “Lifestyle”, in inglese, indica qualcosa di più superficiale, un modo di apparire anziché di essere e di comportarsi. L’equivoco quindi è esclusivamente frutto di una mia leggerezza. f.b.).

Immagine articolo Fucine Mute Ci sono molti altri meravigliosi giovani — e non solo — fumettisti statunitensi che abbracciano una vasta gamma di sensibilità. Non riesco a pensare a nessuno il cui approccio sia direttamente assimilabile al mio, ma alcuni di coloro che condividono il mio modo diretto di raccontare potrebbero essere Jason Lutes, i fratelli Hernandez, forse Peter Bagge. Debbie Dreschler nel suo ultimo lavoro, sicuramente. Un altro artista che lavora in inglese con cui sento di avere una certa affinità, sebbene non sia americano, è Dylan Horrocks. Tuttavia, in verità, non molti fanno quello che faccio io, e la maggior parte di loro non mi sono vicini per età. Così come per i fumetti che semplicemente mi piacciono, spero di inserire una lista di fumetti consigliati (in gran parte in inglese) sulla mia webpage.

FB: In Italia qualcuno ti indica come la migliore espressione del giovane fumetto americano per il nuovo secolo (per questo motivo ti ho posto l’ultima domanda sugli autori a te vicini). Cosa mi puoi dire di edizioni straniere dei tuoi lavori? Hai qualche progetto a breve termine?

JA: Be’, mi piacerebbe che uscissero più edizioni di Artbabe in altre lingue, ma non ce ne sono così tante all’orizzonte. Black Velvet, naturalmente, che sta pubblicando integralmente il vol.2 per marzo, e si è interessato a me un editore franco-canadese, ma altrimenti, niente più di qualche storia breve ed isolata (in francese per PLG e Spoutnik, in portoghese per Quadrinhos, in tedesco per Lips, Hits, Tits, Power!, in spagnolo per Complot…). L’Italia è stata sempre la migliore per me, ad ogni modo. Qualche anno fa, il Centro Fumetto “A.Pazienza” fece uscire una traduzione del mio primo full-size comic, The Four Seasons (24 pagine).

FB: Vorrei farti una domanda a proposito della tua abilità come ritrattista; voglio dire, molti personaggi dei fumetti si differenziano per alcune caratteristiche — l’acconciatura, le dimensioni — ma non nei lineamenti. Tu invece presti particolare attenzione a questi dettagli?

JA: Provo veramente a rendere i miei personaggi differenti l’uno dall’altro, per alcuni motivi: 1. rende la storia più facile da leggere, 2. è più interessante da disegnare, 3. le persone reali appaiono veramente differenti, quindi mi sembra giusto che ciò accada anche nei fumetti. Comunque è la ragione meno importante. È interessante che tu abbia detto questo, perché ricevo piuttosto spesso il commento opposto, ovvero che i lettori non riescono a distinguere i miei personaggi. Trovo tutto ciò molto frustante, dal momento che si tratta di uno sforzo consapevole, e di una sensazione diffusa.Immagine articolo Fucine Mute

FB: Hai spaziato attraverso diversi generi: racconto realistico, avventura, reportage… Quali sono le tue intenzioni per il futuro? Continuerai con Doc Trader o Jessica Abel:Intrepid Girl Reporter? Sapevo che DT era un fumetto in tre parti, così mi chiedo se hai cambiato idea rispetto alla sua conclusione, se qualcuno sta pensando di raccogliere i tuoi lavori in volume (una raccolta di storie brevi, ad esempio), o se hai altri progetti in proposito.

JA: Doc Trader non era ad ogni modo un comic book, era una striscia su un settimanale di Portland, Oregon, che uscì per meno di un anno (mi ero stufata). Ho stampato alcune strisce in due (non tre) minicomics, ma solo poche, giusto per darle agli amici. A questo punto, non ho in progetto di continuare la striscia, ma farò uscire un libro che contenga quelle strisce ridisegnate, colorate, accompagnate da un testo illustrato di stile pulp. Questo volume uscirà in settembre per Slab-O-Concrete, un editore inglese. Non ho intenzione di farne altri, però. È un’esperienza conclusa.
JA: IRG non era un fumetto autoconclusivo, era una raccolta veloce e non proprio ben fatta. Continuo a fare fumetti non di finzione su queste linee regolarmente, sebbene non abbia fatto molto di interesse generale e in bianco e nero per un lungo periodo. Realizzo una striscia bimestrale per lo University of Chicago magazine (il periodico degli ex-studenti della mia università), ma riguarda questioni dell’Università di Chicago, e a colori.
Ho completato recentemente un fumetto giornalistico/educativo di 32 pagine per This American Life, un programma radiofonico americano. Era una distribuzione per chi donava soldi alle stazioni radiofoniche (il bizzarro sistema americano, troppo difficile da spiegare), ma sarà in vendita al pubblico da maggio per la Fantagraphics.
Non faccio progetti nei termini “questo mese farò X di fumetti giornalistici, X di fiction, X pagine di minicomics… la prendo come viene, e mi godo il cambio di ritmo tra un tipo di lavoro all’altro, e così via.Immagine articolo Fucine Mute

FB: Ultima domanda: non ti voglio chiedere se scrivi fumetti femministi. Ma, secondo te, cosa porta i fumetti dei giorni nostri a rappresentare il miglior funzionamento delle relazioni fra donne (sentimentali così come di semplice amicizia)? Non credo sia solo una mia impressione. Molti film (non sempre buoni, ma è un altro discorso) parlano di questo, e parecchi fumetti (Strangers in Pardadise, Love & Rockets, alcuni episodi di Sandman… tutti autori maschi, ad ogni modo).

JA: Sì, forse si dovrebbe guardare a chi crea queste opere. Tutti uomini (ad ogni modo, per favore non ammucchiare Love & Rockets con tutti quegli altri! È un diverso piano di esistenza). Veramente non penso che nella vita reale sia cambiata tanto l’amicizia tra ragazze o tra donne, quanto piuttosto la loro vita: ad esempio, maggior mobilità, maggior indipendenza, più rapporti esterni oltre casa e famiglia. L’amicizia e le relazioni sentimentali, ai giorni nostri, riflettono queste moderne circostanze. È semplice. Ma ci sono un sacco di prove del fatto che le donne hanno sempre avuto stretti rapporti con membri dello stesso sesso. La vera domanda è: perché i rapporti, sia sentimentali che platonici, tra uomini e donne funzionano meglio? Sinceramente il poter rispondere è oltre la mia portata, ma probabilmente ciò ha a che vedere con il femminismo, e con gli assunti di uguaglianza che esso comporta.
Così come gli uomini hanno a lungo considerato i propri amici maschi come coloro con cui potevano condividere le proprie idee, la propria vita, oggi gli uomini illuminati possono avere rapporti altrettanto — e forse più — appaganti con le donne. Questa è la vera vittoria del femminismo. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la rappresentazione del rapporto donna-donna è migliorato: perché questi artisti uomini hanno largo accesso ad amicizie femminili, e sono più propensi a guardare alle loro vite con rispetto ed interesse, piuttosto che con preconcetti ingiustificati. E se vedi cattivi film o fumetti che fingono di parlare di relazioni fra donne, ma suonano falsi, probabilmente è perché l’artista non ha reali amicizie femminili su cui basarsi. O accade questo, oppure è semplicemente un cattivo artista. Succede anche questo.

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