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Cinema

1963-1982: il fandom nella città dei mille futuri

Il nuovo in tutte le sue espressioni — nell’economia, nella tecnica, nell’arte — a Trieste è di casa assieme all’immaginifico, all’esotico, al meraviglioso, come in tutte le città di mare. Ancor più in questa, dove alla fine dell’ ’800 visse e morì Sir R. Burton, il traduttore delle Mille e una notte. Uscita malconcia da due guerre mondiali, all’inizio degli anni ’60 Trieste sembra aver ritrovato un certo equilibrio economico e sociale.Di fronte al “miracolo economico” ed all’esplosione delle nuove tecnologie che stanno cambiando il volto del pianeta, la comunità si rivela ancora piena di energie, pronta ad affrontare l’avvenire.

Quando i primi satelliti artificiali cominciano a solcare i cieli ecco nascere — per iniziativa di un privato — Luigi Berto — un Centro Diffusione Scienze Astronautiche e Tecnologie dello Spazio, che offre un corso a puntate di astronautica. E un radioamatore — Gianfranco Giro — installerà in cima al castello di San Giusto delle antenne per la ricezione dei segnali dal cosmo. Le amministrazioni pubbliche non sono da meno nel cogliere il vento e nel luglio 1963 apre i battenti la prima edizione del Festival Internazionale del Film di Fantascienza, una manifestazione che diverrà classica e per vent’anni diffonderà il nome di Trieste nel mondo intero. In una stagione ricca di promesse in tutti i campi (il “miracolo economico italiano” sembrava poter ripartire alla grande), Trieste diventa veramente — e non solo per una settimana all’anno — la città dei mille futuri.

Per chi non vi abbia partecipato attivamente, è difficile comprendere cosa quella manifestazione abbia rappresentato. Soltanto dieci anni prima, appena uscita dalle elementari, la generazione nata dopo la guerra si era trovata fra le mani le prime riviste dedicate ad un genere letterario nuovo, seppure con illustri precedenti. Un’intera generazione, che dai banchi di scuola aveva imparato a conoscere il passato dell’Uomo come un’entità immutabile, vedeva adesso schiudersi una serie infinita di futuri possibili, per quanto immaginari. Una gamma senza limite di alternative in materia economica, psicologica, sociale, tecnologica — fondate su presupposti “scientifici”, anche se non sempre frutto di una logica rigorosa — inserite in un contesto avventuroso, affascina migliaia di giovani menti, stimolandone la fantasia. Il risultato è… “l’immaginazione al potere”, anche se in un’accezione ben diversa da quella che caratterizzerà i moti del ’68.

Da queste riviste e da un crescente numero di pellicole cinematografiche, nasce in Italia — a somiglianza di quanto era avvenuto nel mondo anglosassone — un vero e proprio movimento culturale. Esso interessa, ad un tempo, la narrativa, la saggistica e le arti grafiche e ricollegandosi a correnti come il futurismo, la avanguardia, il surreale, stenta a trovare accoglienza presso i “media”, ancorati a temi e canoni tradizionali. Da qui la tendenza, caratteristica della fantascienza, a dar vita a conventicole di appassionati che si riuniscono attorno alle poche tribune di volta in volta esistenti, sfociando non di rado nell’auto-editoria.

In questo mondo particolare, Trieste occupa sin dall’inizio un posto di rilievo. Su Oltre il Cielo e Galassia — le prime testate non effimere aperte agli autori italiani — appaiono racconti di giornalisti come Luigi Berto e Luciano Nardelli e di studenti come Gogo T. Carrara e Mauro Gallis. Assieme ad altri amici, gli ultimi due danno poi vita ad un “numero unico” ciclostilato, dall’emblematico titolo di Hypothesis. Contemporaneamente un altro gruppo — più duraturo — che condivide la magica quanto effimera stagione tra la fine delle superiori e l’Università, riunisce Fabio Pagan, Livio Horrakh, Massimo Tessarotto e lo scrivente; ne usciranno i due numeri di Decimo Pianeta. Si tratta di una vera e propria rivista (anche se fatta in casa) che offre racconti, poesie, saggi, notizie, recensioni.

Il livello è già professionale, sicché gli autori trovano subito altre palestre su cui esercitare il proprio ingegno. Pagan diventa giornalista scientifico a Il Piccolo, il sottoscritto tiene una rubrica di recensioni di FS sul settimanale Vita Nuova dal ’68 al ’72, Tessarotto trova la sua strada negli studi di fisica.

All’inizio degli anni ’60, dunque vi è nel nostro paese un crescente nucleo di appassionati di fantascienza, che leggono, scrivono, traducono, disegnano, collezionano pubblicazioni, un microcosmo che vede immediatamente nella manifestazione triestina un punto di riferimento essenziale.

Il festival consente di incontrare scrittori e registi, di fare conoscenza con altri appassionati, in un ambito ufficiale, che fornisce al neofita una sorta di legittimazione culturale. Ciò viene agevolato dal fatto che l’iniziativa non è circoscritta alle proiezioni cinematografiche (lunghi e corto metraggi in competizione e retrospettive di pellicole da cineteca). Ad ogni edizione viene messo in cantiere un ricco programma di manifestazioni collaterali: conferenze, tavole rotonde, mostre di libri e periodici, rassegne di arti grafiche, rappresentazioni teatrali, financo sfilate di moda e concorsi gastronomici.

La poliedricità delle iniziative e la presenza di personalità di rilievo della letteratura, della scienza e dello spettacolo consente di raggiungere l’obiettivo, che è quello di dar vita ad una struttura autopropulsiva sotto il profilo culturale. Il festival diventa un palcoscenico aperto alla creatività dei giovani entusiasti che accorrono da ogni parte d’Italia, per presentare se stessi e le proprie opere. I triestini appaiono naturalmente privilegiati, non solo per la possibilità che viene loro data di incontrarsi sia con i professionisti che con i sempre più numerosi fans che giungono da ogni parte d’Italia e dall’estero. Amici incontrati a Trieste ma anche fuori, come alla HEICON ’70, l’annuale convention americana in trasferta ad Heidelberg, che vedrà partecipare, accanto ai rappresentanti del festival, anche due triestini giuntivi dopo un viaggio di 1.000 Km a bordo di una mitica ’600. Il raggio della cooperazione con il festival aumenta gradatamente, fino a raggiungere l’apice nel 1972, quando Trieste ospita la prima EUROCON. Si tratta del primo raduno-congresso degli appassionati europei, che viene organizzato dal Centro Cultori Science Fiction di Venezia e Trieste (nel quale è confluito il gruppo di Decimo Pianeta). Nell’occasione viene occupata l’intera Stazione Marittima, solo molti anni più tardi trasformata in palazzo dei congressi, che ospiterà tre mostre d’arte, una esposizione filatelica con annullo speciale, degli stands editoriali, un convegno ricco di una trentina di relazioni, con traduzione simultanea in quattro lingue. Vengono altresì assegnati per la prima volta i premi italiani ed europei per la narrativa e le arti figurative.

Nel momento in cui esso sta rinascendo, dopo quasi vent’anni di oblio, non sarà mai abbastanza sottolineato il ruolo fondamentale che il festival nel suo primo ciclo ha svolto a favore degli operatori culturali cittadini. Non soltanto esso ha portato a Trieste artisti, scrittori, registi e produttori di grande fama, ma ha offerto ai nostri talenti l’opportunità di mettersi in luce ed uno stimolo potente a lavorare per una prospettiva certa, a cadenza regolare. Ricordiamo le numerose collettive d’arte fantastica organizzate dal sindacato regionale artisti, le rassegne dedicate ai futuristi, (movimento che a Trieste ha avuto a suo tempo diversi seguaci), nonché le sculture di M. Mascherini e R. d’Ambros (astronave d’oro e asteroide d’oro), utilizzate come modello per i premi, la mostra Habitat fantastico, di L. Celli e Piccolo Sillani (1970); le mostre editoriali “I giovani e la fantascienza” (G. Battisti e F. Pagan, 1968), “Ieri per domani — riviste, libri e pubblicazioni di FS 1952-1976” (L. Fait), la rassegna grafica Atlante dei mondi lontani (P. P. Vetta, P. Tassinari, G. Lippi), l’atto unico di Dino Castelli Vantage, messo in scena dalla compagnia I Giovani, le rassegne Fant’Italia — il fantastico nel cinema italiano (1957-1966) e Fantamerica 1 (R. Codelli, G. Lippi, La Cappella Underground). Numerose, inoltre, le iniziative nate a Trieste e comunque grazie agli incontri maturati durante il festival, come la serie di copertine di Galassia tratte dai quadri di A. Bressanutti, l’antologia di autori italiani di G. F. De Turris, pubblicata in Romania da Jon Hobana, uno dei più assidui frequentatori del festival, il numero speciale di Fenarete — Letture d’Italia (fantascienza e futuribile, 1971), l’ingresso di Trieste come sfondo in alcuni romanzi di fantascienza, (dall’antologia FantaTrieste di L. Berto al famosissimo”ciclo del fiume” di Philip José Farmer).

Dopo aver atteso per anni di poter entrare nella stanza dei bottoni i fans cittadini avranno una poltrona di prima fila per l’ultimo atto. Nell’ ’82, è toccato ad un appassionato, Dario Santin, mettere mano per l’ultima volta alla macchina del festival. Pur essendo Commissario di un’Azienda di soggiorno a fine corso, Santin riuscirà a darci un finale in bellezza. Siamo in luglio: di lì a pochi mesi, in ottobre, il “confine più aperto d’Europa” verrà chiuso a doppia mandata. È L’inizio della crisi economica che porterà in un breve volgere di anni al collasso della Repubblica Federativa di Jugoslavia, con il suo scenario irreale da “dopo bomba”.

Questo testo proviene da Science+Fiction zerouno, catalogo del Festival Internazionale della Fantascienza 2001. E’ possibile ordinarne una copia facendo click qui.

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