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Cinema

Riccardo Milani

La lotta delle voci inascoltate

Immagine articolo Fucine MuteFucine Mute (FM): La prima intervista nell’ambito della manifestazione Maremetraggio vede per protagonista Riccardo Milani, regista di L’extraterrestre e Il Posto dell’Anima.
Intanto benvenuto a Trieste e, visto che oggi è la prima giornata di inaugurazione di Maremetraggio, una battuta iniziale sull’evento: è la prima volta che vieni a Trieste?

Riccardo Milani (RM): Sì, è la prima volta che vengo a Trieste e sono ovviamente curiosodel pubblico, del posto e della manifestazione.

FM: Presenti prima L’extraterrestre che è un cortometraggio e poi Il Posto dell’Anima che è invece è un lungometraggio: che differenza c’è, per un regista, nell’approccio alle due prospettive?

RM: Essenzialmente la misura. Il problema infatti è quello del raccontare una storia: o la si racconta in sei minuti, come nel caso del cortometraggio, e quindi in una misura più breve, oppure in un arco di tempo più lungo, come può essere l’ora e mezza del lungometraggio; ma il problema reale è raccontare e quindi avere un arco narrativo, chiudere i personaggi, dare un’emozione… Insomma è solo un problema di misura.

Immagine articolo Fucine Mute

FM: Sei un regista di cui si sta parlando molto in questi giorni e con buone critiche, soprattutto per Il Posto dell’Anima, che tratta un tema importante, ovvero quello della provincia, e che vede, come interprete principale, l’attore Silvio Orlando.
Riccardo è stato definito — lui ci darà o meno una conferma — un minimalista, un narratore suggestivo di “piccole cose” e cioè, volgarmente, un naif.
Allora, Riccardo, ti chiedo se questa definizione de Il Posto dell’Anima e, più in generale, del tuo percorso cinematografico sia giusta oppure no e se tu ti percepisci in altro modo.

RM: Non lo so. Di certo questo è un film che parla dell’economia di mercato, che racconta le trasformazioni di questo paese negli ultimi vent’anni, che parla di famiglie disgregate dalla disoccupazione.
Questo non mi sembra molto minimalista. Mi pare piuttosto che i temi in gioco siano tanti e penso che il cinema possa e debba raccontare l’umanità marginale in generale; di quest’umanità ci si occupa pochissimo e pare che in epoca moderna se ne possa fare a meno, ma in realtà non è così: gli operai ci sono ancora, permangono le classi marginali e il grosso del nostro paese, secondo me, è tuttora caratterizzato da una realtà di disagio e di difficoltà di adattamento al mercato.
Quindi se è solo una definizione, va anche bene.

FM: Ne ho pronta subito un’altra. Il tuo film è confrontato con La Classe Operaia Va In Paradiso di Elio Petri. Come vivi questa sorta di noblesse oblige?
Mi spiego: evidentemente, se si cita questo grande film del ’70 perché si torna a parlare — come hai detto tu prima — di operai, significa che, anche se sono passati molti anni, non è stato disegnato alcun nuovo capitolo cinematografico di rilievo paragonabile a quello; rispetto a questa critica, che è uscita su parecchi giornali, ti chiedo qual è la tua reazione.

RM: Sì, ma l’accostamento è stato fatto anche con Rocco e i suoi fratelli,ad esempio, oppure con I Compagni di Monicelli.
La realtà è che il nostro cinema italiano ha raccontato bene il nostro paese e, devo dire, lo ha raccontato superbamente in alcuni film di commedia; questo mio film, in qualche modo, cerca di seguire un po’ quel filone, specie nel tono a volte un po’ ironico, a volte un po’ leggero, nonostante racconti dei drammi…Se l’accostamento è questo, io ne sono ovviamente felice: è una cosa che mi fa molto onore, ne sono molto contento, sia da regista che da spettatore, perché credo che di quel tipo di cinema se ne senta la mancanza.
Mi manca anche in qualità di spettatore: quando vado al cinema oggigiorno vedo raccontare, sempre di più, drammi di architetti in crisi eccetera, mentre io credo che la vita sia fatta di altre cose.

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FM: Anche nei tuoi precedenti film sei molto attento ai problemi sociali. Sei parimenti attento alle problematiche psicologiche?

RM: I problemi sociali rientrano comunque in tutti i film, anche in quelli che apparentemente non si schierano da nessuna parte. In realtà dal sociale peschiamo tutti.
E per quel che concerne le dinamiche psicologiche, sì. Il problema è solo quello di raccontarle in maniera un po’ più leggera, tentando di non forzare la mano sui drammi.

FM: Hai lavorato con grandi registi: tra gli altri, Mario Monicelli e Nanni Moretti. Che cosa ti hanno lasciato come esperienza e che cosa ti hanno insegnato?

RM: Credo il piacere di fare questo mestiere, cioè la passione per un lavoro che ti permette di raccontare e dire delle cose in maniera difforme, come nel caso di due registi così diversi, in parte anche per un fattore generazionale.
Soprattutto questo, e poi anche il piacere di lavorarci come spettatore perché in realtà prima di svolgere questo mestiere ero un ammiratore di registi importanti, come Monicelli e Moretti appunto.

FM: Qual è stato invece il rapporto con gli attori e le attrici nel tuo ultimo lavoro?

RM: Anche qui il nodo è quello del piacere di lavorare, e quindi, anche in questo caso, il problema era far sì che gli attori fossero molto vicini ai personaggi che raccontavano, ovvero degli operai, gente che per definizione fa un mestiere molto duro e vive problemi molto concreti.
Ecco allora che il vero problema era colmare questa distanza.

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FM: Qualche anticipazione sul futuro, hai qualche progetto?

RM: Molto presto, sì, ma nelle sale. Si tratta ancora una volta del tentativo di raccontare gli aspetti della società con la consueta attenzione e rispetto del problema sociale.

FM: Questa presunta — senz’ombra di sarcasmo — rinascita, ad opera dello stesso Milani, ma anche di Muccino ed altri, del cinema italiano che è stato definito negli ultimi decenni quasi un cadavere sempre sul punto di resuscitare e tuttavia sempre mancante di qualcosa, è un trionfalismo fuori luogo?
Ora sembra che ci siano dei buoni film, dei bravi attori, degli ottimi registi: tu vedi un riscontro in tutto questo o un’invenzione della stampa?

RM: No, io credo che questo sia un problema che non esiste: il pubblico italiano, per una serie di motivi, ha in parte ignorato un cinema che era invece importante, specie negli anni scorsi.
Io credo che molti film siano stati all’altezza e che molti registi abbiano fatto dei buoni film; penso però che anche lo spettatore più attento abbia molto spesso un occhio di riguardo per il cinema straniero perché, diciamola tutta, un po’ esterofili noi lo siamo: siamo sempre molto ben disposti di fronte a film che vengono da fuori, che non ci appartengono e raccontano storie diverse dalle nostre, sia come contesto sociale, che come toni e tutto il resto, e nonostante ciò subito ce ne appassioniamo con estrema facilità. È una sorta di esterofilia che ci fa male, sia dal punto di vista cinematografico che dal punto di vista culturale in generale, per il rapporto di dipendenza che si instaura sempre.

FM: Eppure, senza cattiveria, si innalzano al rango di miti dei film che non meritano tale affetto.

RM: Questo fortunatamente lo dici tu e non lo dico io; però un po’ accade così.
Naturalmente è una considerazione abbastanza semplice e ovvia: abbiamo fatto la storia con capolavori che spesso erano film piuttosto mediocri. Mi fa molto piacere che tu lo dica.

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