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Musica

Enzo Jannacci

L’uomo a metà

La fortuna di poter avvicinare Enzo Jannacci per un’intervista è coincisa con “Parole e musica”, uno degli incontri che il Comune di Cologno Monzese (MI) ha organizzato alla biblioteca civica. Lo scopo è quello di presentare gli artisti al pubblico in un modo più intimo, con un confronto diretto, in una realtà di piccole dimensioni dove ci si deve mettere a nudo. Jannacci non si tira indietro. Anzi. Esordisce manifestando tutta la sua felicità per una serata così particolare perché “è da tantissimo tempo che non faccio più il parlato, che non ho la possibilità di esprimermi liberamente, di potermi confrontare direttamente con chi mi ascolta e mi pone delle domande”. Lo spettacolo, infatti, scorre via piacevole, tra allegria e momenti struggenti con canzoni come “L’Armando” o “El purtava i scarp del tennis”, magistralmente accompagnate dal pianoforte. Profondo, diretto e realista, interpreta la serata nel migliore dei modi riscotendo un successo enorme.

Figura anomala, dall’apparenza scontrosa, ma con una sua coerenza ideologica espressa in quel balbettìo tanto famoso, risponde con gentilezza alle domande rivoltegli.

Non è sempre facile interpretare le sue risposte, spesso lontane dalle domande ma che descrivono il suo “vissuto” con un “discorso libero”, perché Jannacci è così, istintivo e sincero.

ENZO JANNACCI

Alberto Pitton (AP): Iniziamo…Oltre alla professione medica, la sua figura di uomo di spettacolo si è sempre divisa tra musica, teatro, cinema e televisione. C’è un ruolo che la gratifica di più o è il connubio di queste attività che la rende completo?

Enzo Jannacci (EJ): Sono cose molto differenti. Io ho faticato molto ad intraprendere l’attività di medico e poi quella di uomo di spettacolo, con la musica. Ho incontrato molte difficoltà sul mio percorso: erano anni di censura, anni in cui la DC ostacolava i miei brani. Ci sono stati episodi in cui mi dicevano “o fai così o torni a casa”… E io me ne sono andato in America per nove anni, a studiare, abbandonando tutto e poi tornando, un po’ per casualità, un po’ per fortuna. Affrontare il mondo della musica è stato faticoso perché ero usato come un burattino, andavo bene come un saltimbanco da mezza tacca. Se dicevo qualcosa di intelligente mi censuravano ed è per questo che ho scelto di andarmene in America. Ma ho avuto problemi con il passaporto e, soprattutto, mi mancava tutto quello che l’Italia offre, le mie abitudini, un bel piatto di pastasciutta. E poi negli Stati Uniti è difficile fare il chirurgo e riuscire a guadagnare decentemente: lì devi essere un dermatologo, un oculista o uno strizzacervelli.

Una volta rientrato incominciai a riappacificarmi con quella che è sempre stata la mia passione, la musica, e dal 1982 incomincia ad esibirmi in piccoli palcoscenici perché la mia dimensione erano i teatri, i tendoni.

ENZO JANNACCI

AP: Nella sua biografia si annoverano molte collaborazioni e molte conoscenze prestigiose. Quali sono stati i personaggi che hanno lasciato in lei un segno più vivo, non solo dal punto di vista professionale ma anche nella vita privata?

EJ: Sicuramente Dario Fo. Lui mi ha cresciuto sotto la sua ala protettrice: mi ha dato tutto, mi ha capito dal primo istante in cui ci siamo conosciuti. Mi ha detto: “ti aiuto io”. Nel mondo dello spettacolo è necessario capire chi ha il talento per raggiungere il grande successo. Il successo è una cosa aleatoria: solo chi ha grande successo è un talento. Ai giorni d’oggi ci sono un sacco di personaggi strani, come ex animatori che fanno trasmissioni televisive… Però ci sono ancora Beppe Grillo, Antonio Albanese, Paolo Rossi, gente che riempie i teatri anche di giovanissimi. Ci sono Cochi e Renato, Diego Abattantuono…

AP: è vero che ha definito Dario Fo il suo “maestro d’ironia”, come ho letto?

EJ: No.. non proprio.

ENZO JANNACCI

AP: è una definizione nata dal fatto che le canzoni scritte con Fo sono state spesso definite un po’ ambigue o irriverenti, se si può usare questo termine…

EJ: Io non ho mai fatto delle cose irriverenti ma sempre sociali o politiche. Allora Dario Fo era l’unico referente al quale mi potevo rivolgere, eravamo come fratelli. E poi ho lavorato con artisti e amici di grande valore come Cerri, gente che ha capito tutto dall’inizio e con cui c’è sempre stata molta intesa fin dalle prime canzoni incise. È stato fondamentale. Comunque ci sono state un sacco di persone che mi hanno girato intorno: la fortuna è accorgermi di coloro che possiedono il talento, di chi ha davvero successo. Cioè, voglio dire… Boldi voleva fare il tassista ma è un comico nato! Bisogna distinguere: c’è l’umorista che deve aprire la porta e il comico che deve avere la porta già aperta. Lo stesso vale per Cochi e Renato, anche se Cochi è più attore ma è anche lui una persona molto spiritosa.

AP: I suoi brani sono spesso accostati alla doppia accezione, comica e tragica: da cosa dipende, secondo lei? Dal doppio ruolo, citato prima, di uomo di spettacolo e medico, quindi di vite e modi diversi di affrontare la realtà?

EJ: Sa, io nasco con un DNA tragico, con una serietà psichica, dolorosa: il medico sviluppa un senso del tragico diverso, più frivolo. Per la gente, il matto, quello che si fa male, il morto, fanno ridere, destano attenzione, creano attrazione. Quindi è proprio su questo che ho basato tutta la mia storia. Naturalmente mi era impossibile praticare la chirurgia senza lavorare in ospedale: uno non può mica operare a caso, in un camerino! Lì si è obbligati a stare a contatto con della gente che ha dei problemi.

AP: È così anche per la scelta del titolo del suo ultimo album “Uomo a metà”, un uomo diviso da sentimenti ed emozioni contrastanti?

EJ: Esatto. Sì.

ENZO JANNACCIAP: Parlando sempre della sua ultima opera, ho notato che i temi trattati sono molti: si passa dalla politica al sociale (ad esempio con il brano “Lungometraggio”, che affronta la guerra tra Palestinesi e Israeliani), al divertimento (con il “Pesciolone”, descrizione degli italiani in vacanza all’estero), fino ad arrivare all’“Arrivederci” di Bindi, un saluto…

EJ: è un saluto a tutti quelli che se ne sono andati, e anche a me stesso. Pochi capiscono il significato delle canzoni, come pochi hanno capito che il “sottotenente”, da me citato in una canzone, è in realtà Gesù Cristo. Alla gente basta che un ritornello sia divertente, sia associabile a qualcuno. “Ah, quello è Jannacci!”, dicono. “No, Jannacci un cazzo!”, rispondo io. Non sono uno omologabile, purtroppo. Ho avuto successo agli inizi. Vede, il successo crea clamore, confusione, ricerca. Per ottenerlo è indispensabile avere un difetto fisico: io tartagliavo con una voce da disgraziato, particolare che ha avuto molto seguito. Inoltre mi muovevo in continuazione, come un marziano: ero uno strano tipo, una “versione arrabbiata”, nata ai tempi de “Il cane con i capelli”. La gente non si pone mai il problema della diversità, non si chiede mai se “lui” è quello vero o quello falso.

AP: L’ultimo album risulta piacevolmente completo anche dal punto di vista sonoro grazie all’uso classico degli archi e a quello popolare degli ottoni. Lei lo ritiene tale?

EJ: Guardi, io un disco così bello non l’ho mai avuto. Il merito è di mio figlio Paolo che è di una precisione allucinante: è un grande artista che ha imparato dall’orchestra ma anche dall’uso del computer, sperimentando sonorità nuove. È così preciso che sono io che gli dico: “Basta Paolo, lascia stare. Se una canzone emoziona vuol dire che c’è già tutto”.

È uno Jannacci che vuole raccontarsi ed esprimere liberamente i propri pensieri, tanto che le domande sembrano superflue, sembra non sentirle. È un fiume in piena in cui è piacevole immergersi per capirne la coerenza e l’esperienza accumulate. Prima di congedarlo, però, mi preme approfondire due tematiche “leggere” a cui è stato spesso collegato: una “affettiva” che riguarda il rapporto con la “sua” Milano e una sportiva, dato che è un riconosciuto grande tifoso del Milan.

Invano cerco di raccogliere una testimonianza in cui mettere a nudo i suoi sentimenti, ma neanche temi del genere mi regalano un finale poetico: il discorso ricade su fattori politici e polemici.

ENZO JANNACCI

AP: Ho letto recentemente una sua intervista su un settimanale in cui lei parlava di Milano, del suo rapporto con questa città che è cambiata molto negli ultimi anni. Che tipo di cambiamenti ci sono stati?

EJ: Non lo so mica. So di preciso che sono tutti fascisti. Alle ultime elezioni i manifesti in giro per la città erano tutti di AN. Li posso anche capire: De Gasperi nel ’46 ha deciso di mettere dentro anche i fascisti, i repubblichini, mentre bisognava rispettarli. Io non li rispetto, però. Ma so che non ha scherzato neanche la DC che spesso mi rigava i dischi, mentre Berlusconi non l’ha fatto: sono sicuro che non mi impedirà mai di fare uno spettacolo, di dire delle cose. Questa libertà per me è importante, il resto non conta. La DC si è comportata in modo intelligente fino a quando è arrivato Craxi, che abitava nello stesso palazzo di mia moglie, e che ho conosciuto bene. Mi raccontò tutte le cose che sarebbero successe…

AP: Altro concetto. In passato ha proposto al pubblico canzoni come “Linea bianca” in cui ha parlato di sport, di calcio, della sua passione per il Milan: le è ancora così caro questo svago o non lo ritiene più un divertimento come un tempo?

EJ: Se tu hai delle soddisfazioni nella vita, il Milan o seguire la Nazionale sono un qualcosa in più che può rallegrare. Ma se tu lavori in trincea hai solo il Milan, con tutto quello che comporta. Il problema è che se i giocatori adesso guadagnano 800 milioni (di vecchie lire) al mese vuol dire che c’è stata una involuzione. Le uniche cose che rendono più appassionante una competizione sono il campanilismo e la passione. Quando io ero un disgraziato, un personaggio, andavo in Curva Sud a S.Siro: le “Brigate Rossonere” le abbiamo inventate Beppe Viola ed io. Eravamo dei tifosi sfegatati: ricordo che alla fine di una partita ci volevano delle ore prima che l’entusiasmo della folla permettesse a gente come Rivera di uscire dallo stadio. A quei tempi il calcio era diverso, più vero, le partite venivano giocate in maniera corretta. Adesso anche i calciatori si basano solo su astuzie e furberie. Ieri sera ho visto giocare la squadra del Porto: ragazzi, sembravano dei gatti! Tiravano le maglie, simulavano… Oggi, poi, se non hai i piedi buoni devi picchiare da tutte le parti. Il nostro campionato è pieno di picchiatori, come Di Biagio, Tacchinardi, Materazzi. Nell’ultimo derby Shevchenko è stato fortunato perché con il calcio che ha subito all’altezza della pleura poteva morire.

AP: Ritiene che questa tensione provenga da pressioni esterne, da coloro che circondano il mondo del pallone?

EJ: Guadagnano un sacco di soldi: se non hanno il carattere è meglio che stiano a casa! Molti giocatori di classe come Del Piero, Zidane — anche se a volte perde le staffe anche lui —, Figo o Roberto Carlos, per citarne alcuni, non hanno bisogno di tirare calci, di far male all’avversario. Non ne hanno neanche il tempo. Sono talmente veloci, bravi, che non hanno bisogno di strafare. Io del calcio moderno ammiro molto i portieri. Oggi sono eccezionali e sono loro a rendere divertente lo spettacolo. Ed è ancora più divertente con quella punta di campanilismo da parte, magari, di persone non gratificate o appagate ma che vanno fedelmente a vedere il Milan o l’Inter…

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