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Percorsi

L’Avana, macero del turista

Segue da Pretesto Forgiato Avana

Preambolo per un continente

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto Marin

L’idea di approdare al Sud dell’America nacque a Cadice nell’aprile del 1996. Ricordo perfino l’attimo esatto: nel mattino brumoso, ancora indelebile, la città andalusa, fortificata sui tre lati rivolti al mare, mi sembrò lo sperone della vecchia Europa proteso a sfidare l’oceano. Avevo lasciato la città di un altro mare, la mia Trieste mitteleuropea, fin troppo stanco dell’eco deflagrante proveniente dai Balcani: rimbalzi di guerra spossanti sull’uscio di casa. Forse a causa d’un innato istinto argonauta — orfano dell’isola di Cherso — scrutando le mareggiate alte quanto muraglie, i venti e le correnti che le partorivano, il mio pensiero andò a Colombo, l’italiano che insistendo nei suoi calcoli matematici, e nel seguire i propri sogni, riuscì nella navigazione che avrebbe rivoluzionato il percorso della storia planetaria scoprendo, per caso, un nuovo continente. Con il Danubio lontano, rosso piuttosto che blu, cercai d’intuire quale, tra le tante leggende, indicasse le lande che il genovese toccò per prime, salpando poco distante da dove mi trovavo. Quel volo pindarico nato sui bastioni di Cadice decise al posto mio. Avrei fatto rotta su Cuba sospinto dall’abbrivio d’un folle genovese che preferì i viaggi alle guerre, proprio come stava capitando a me, appollaiato in quella strana città in grado di materializzare, con la sua architettura, il paradosso di costituire fortezza difensiva e prigione. In fondo difendersi, proteggersi di fronte a un oceano, non è forse sinonimo di auto-esilio?

L’America Latina la conoscevo, come un voyeur può amare segretamente una donna splendida… solo per aver letto avidamente l’opera dei suoi scrittori. Da più di dieci anni avevo abdicato la letteratura colta del centro Europa, troppo spesso intrisa di tensioni psichiche e nevralgie irrisolte, sintomo d’un disagio impalpabile da mercante in fiera; intelligente cortocircuito intento a rincorrersi la coda senza provare o tentare minime felicità; l’ombra sempre presente del conflitto imperituro, qualsiasi esso fosse, a ritmare e rinfacciare affari, sensi di colpa, e responsabilità tra i popoli. Cortazar, Scorza, Amado, Vargas-llosa, Neruda, Rulfo, Guimares-Rosa, Borghes, Castaneda o Marquez, invece, mi sapevano incantare ancora con il ritmo delle parole, nonostante la fantasia di certe vicende si ancorasse indissolubilmente a una realtà spesso dura e amara.

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto MarinChe differenza abissale quella latitudine letteraria del realismo fantastico: chiaroscuri liquefatti su chiavi di volta e architravi barocchi. Ossimori di un’analisi sociale obiettiva e naturale, miscela pura d’ebbrezze creative e dimensioni oniriche in grado di convivere trasudando una miseria polverizzata e seminata, nel tempo, da chissà quale oscuro e profumato semidio. Un realismo magico che arrivando diretto alla pancia prima che all’intelletto, proiettava letteratura dalla serie B del terzo mondo al Parnaso. Di Cuba, anzi, di L’Avana, (che non è la stessa cosa) sapevo delle Tre Tristi Tigri di Cabrera-Infantee di Lezama Lima, capace di definire la poesia “null’altro” che una lumaca notturna in un rettangolo d’acqua.

Ma davvero mi era dato di sapere, limitandomi a leggere senza conoscere?
Nell’immaginario, quell’immenso continente unito da un unico idioma, era crogiolo di mitologie eroiche: Bolivar su tutti. E poi Cuba! Piccola isola parata di fronte ai potenti nordamericani, neanche fosse vaccino di richiamo all’idealismo. Le vicissitudini del “Che” opposte alla politica codarda di chi si ritiene ancora padrone del mondo, costituivano, allora, dote parziale di personali fermenti giovanili non del tutto decantati.
Ritornai a Trieste con un’esigenza ben precisa in tasca: andare a vedere! Oggi sono un uomo fondamentalmente lento, in particolare quando viaggio, ma allora, a causa di un’eccitazione impellente, optai per una partenza al volo: un charter, due settimane a disposizione, praticamente un nulla farcito d’entusiasmo e da una buona dose di chimere. Pochi giorni prima del decollo, un amico mi chiese di portare i suoi saluti a una poetessa che viveva nel quartiere di Habana Vieja, il più antico di Cuba, quello che al tempo le guide turistiche sconsigliavano di frequentare: contatto sconclusionato e inaspettato che avrebbe spalancato un crocevia importante della mia vita.

Denudamento di un turista, ovvero, l’iniziazione del viaggiatore

Un volo One-Europe Bologna-Matanzas esclude a piè pari l’ouverture alla destinazione finale che offre, invece, La Cubana de Aviacion, in partenza per L’Avana dalle principali capitali europee. Il motivo è scontato; in un charter vacanziero la gente si accomoda al suo posto in sottovuoto, con anima, aspettative e biglietto di classe turistica. La meta agognata che li accomuna è un egocentrismo ben oliato sui cardini delle ferie a basso costo. Si viaggia in comitiva estranea al punto d’attracco; niente da spartire con gli aeromobili della compagnia di bandiera, dove l’aria che tira sull’isola inizi a respirarla sin dalla fila per il check-in. I cubani non ancora emancipati volano tutti con la compagnia di bandiera nazionale: lì non salgono a bordo solo umanità e bagagli, ma vite dicotomiche pronte a rivelarsi grazie a un’estroversione funambolica dalla chiacchiera sciolta. Ma che ogni viaggio s’innesca diversi mesi prima dalla partenza — aeroporto compreso — l’avrei capito solo più in là.

Stavolta la fretta, acerrima moira del viaggiatore, mi sparava in un punto indefinito tra Matanzas e Varadero, santuario del luogo finto che ho sempre finito per schivare, nonostante il significato anagrafico del nome coniato nel 1885, umile e letterario al tempo stesso, rievocava nell’argonauta tradizioni ormai scomparse: cantiere dove si varano e riparano le barche. Il turista, centro del suo microcosmo, desidera passare inosservato, pretendendo, dal prossimo, le migliori attenzioni. Il viaggiatore, propenso a osservare il mondo, dimentica se stesso per gli altri, sciogliendosi in una ritualità quasi religiosa.

Mezzogiorno, e a Matanzas il nulla! Ossia un buco cardiaco dell’umano andirivieni, un nido per uccelli d’acciaio tra palme lussureggianti. Verde che toglie il fiato tanto è soffocato dall’afa. Mentre i passeggeri si dissolvono nell’anonimato, non mi resta che saltare dentro l’aria condizionata di un pulmino che ha per destinazione l’hotel Sevilla di L’Avana.

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto Marin

L’ho scelto per via del capogiro di profumi ereditato, soltanto poche settimane prima, dai gelsomini dell’Alcazar di Siviglia. Tipici auspici con i quali, nel suo lasciarsi andare, il viaggiatore solitario spesso s’intrattiene. L’autoradio diffonde Guantanamera, un classico. -“Chissà se mi trovo sulla medesima direttrice percorsa dagli uomini di Guevara e Cienfuegos, quando sognavano la Capital?”- Mi piacerebbe scoprirlo rivolgendomi alla coppia di conducenti che sembrano miei coetanei, ma le scritte elefantiache intraviste ai lati della strada, inneggianti alla vittoria, mi dissuadono. Non mi piacciono gli slogan, così innaturali e scontati. Che senso abbia, poi, propinarli in mezzo al selvatico rigoglioso che odora di mare, non lo capisco. È come se arrivando in paradiso un tabellone pubblicitario ti suggerisse “Dio c’è”. Qualcosa stona, e non avendo fatto in tempo a documentarmi, il senso di un proverbio nel dialetto mitteleuropeo che mi appartiene, rincula prepotentemente: “andar baùl e tornar casson”.

Nel leggero cloroformio indotto dal fuso orario, il tragitto si rivela un concentrato di linee collinari sinuose. La terra infonde di se stessa la sensazione e l’aroma di una madre in grado di alimentare qualsiasi cosa. Il mare non dà tracce di sé, Cojimar compreso, il porto peschereccio caro a Hemingway che gli ispirò “Il vecchio e il mare”. Secondo le mie carte, il posto dal quale lo scrittore salpava per infilare la corrente del golfo e tirar a bordo del fedele Pilar quanti più marlin fosse possibile, non doveva essere lontano.

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto Marin

Basta letteratura! mi dissi, rammentando ciò che Kapuscinski raccomandava ai viaggiatori intenzionati a conoscere: denudarsi di tutto, dimenticare quanto si è letto per vivere il luogo e la sua gente da soli, come per rinascita.

Quando il mare si affianca lungo la Playa dell’Est, sono perso in pensieri ancestrali. Forse gli antichi abitanti dell’isola sapevano della rotondità della terra prima di Colombo, conoscevano più di un Dio, ben coscienti che quanto il navigatore genovese definiva paradiso, era casa loro. Per folle intreccio dei punti di vista, se ne sarebbe potuto dedurre che quegli abitanti erano Dio, e Colombo una loro creatura, un figliol prodigo? Squinternato fin che si vuole, il ragionamento illuminava e ribadiva in cuor mio le tesi di Kapuscinski, anticipando ciò che negli anni d’esperienza avrei riscontrato spesso in America Latina: un continente tramutato, sotto il giogo europeo, in continua scenografia di mentalità contrapposte, diverse e in teoria poco malleabili alla comprensione reciproca. La sua storia risulta fin troppo satura di miscele, attriti, imposizioni e prevaricazioni. Eppure l’armonia d’insieme che ne risulta ha del miracoloso! Mi sarebbe riuscito, tolte le zavorre, d’entrare in sintonia con il sincretismo di questa prima latitudine d’attracco? Così assorto nel mio fuso, non mi accorsi del posto di blocco che suggellava l’accesso ad Avana, tra le fortezze di Lanto ed El Morro. Subito dopo, il chauffeur che annunciava l’hotel Sevilla mi restituì alla seminuda realtà del viaggio.

Lo spatolato della hall color miele leggero; il sobrio ed elegante mulatto al pianoforte incapace di smuovere dalla noia dei cohiba, attempati turisti dall’aria esigente; il pathos delle linee interne, impreziosite da palme, patii e fontane andaluse, mi catapulta, all’inizio, nei fascinosi anni Cinquanta della capital descritta da Cabrera Infante. Corre voce che il Sevilla sia uno dei migliori alberghi di L’Avana. Tre anni di restauri tra i cantieri lo hanno restituito, nel 1993, alla nobiltà coloniale del passato, e alle atmosfere delle Tre Tristi Tigri. Troppa letteratura ancora? Poi, però, la tristezza inaspettata dell’addetta alla reception, e la consapevolezza che l’assordante rumore da biplano del condizionatore non mi farà chiudere occhio nella camera monacale affibbiatami a un piano indefinito, mi restituiscono a quotidianità meno sognanti. La finestra, per di più, dà su un grigio cavedio poco edificante. Esco sulle scale per cercare qualcuno che mi ripari quel coso. E sulle scale incontro l’anima di quel cetaceo barocco: Luis, che veste la divisa dell’hotel, edè un uomo bianco, esile, dall’espressione vivacissima. Potrebbe snocciolarmi un poker di lingue, ma preferisco comunicare con lui nel mio spagnolo casereccio.

Il rombo del biplano passa quasi in secondo piano, e lì sulle scale finiamo per scambiarci notizie l’uno dell’altro: professore di matematica lui, italiano io, entrambi separati da poco, il gioco del calcio, Silvio Rodriguez, Bola de nieve e Compay Segundo, la politica, i suoi figli… Tre Tristi Tigri… Sembriamo parenti, e in fondo lo siamo quando scopriamo d’essere quasi coetanei, e del segno del capricorno, una setta. E il biplano? Guarda dentro, fa una smorfia e mi dice di aspettare, sparendo come Giona nel ventre di una balena. Quando torna m’invita a seguirlo sulle scale, fino in cima. Apre una porta, entra, spalanca sei finestre sui tre lati della camera e sorridendo mi chiede se mi piace. Dopo tante chiacchiere non ho più parole. Siamo in alto, e l’intera città si schiude in un’aura di luce polverosa, tra me e il mare. La stanza è più grande di casa mia, con il letto a baldacchino rosso e il ventilatore a pale. Esco nel terrazzo e sul momento non capisco, sembra una città in macerie, bombardata, bella per controsenso!

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto Marin

I palazzi coloniali ne sono gli araldi antichi, sparsi alla deriva pei quartieri. In periferia si sgretolano, cedono e sussultano: quasi immagini di un vecchio film in bianco e nero adattato da Wenders alla metropoli caraibica. Qua e là, le architetture transatlantiche finiscono dentro le reti di un cantiere, e allora, s’assiste al tentativo di rianimarle, di restituirle a nuova vita. La stessa cosa dev’essere accaduta con l’hotel Sevilla. Per anni è stato abbandonato ai suoi sospiri profondi, polveroni e venti che sfiatavano da ogni breccia aperta sui muri, dalle finestre scardinate, voci provenienti da un tempo remoto messe lì ad affumicare, con i cani ad abbaiare e a marchiarlo sugli angoli. L’Avana dall’alto, quasi in volo, in un gioco chiaro scuro di ombre e luce: città d’architetture e baratri accostati sotto un cielo diurno perennemente blu, come se fosse l’unico colore rimasto d’avanzo agli alisei.

Il fuso orario mi anticipa l’esigenza di cenare già nel tardo pomeriggio. Uscendo dal Sevilla, scorgo il museo della revolucion che non avevo notato prima; aerei e blindati archeologici nel giardino di casa abitato da uccelli nascosti tra le fronde. Il desiderio d’iniziare a captare l’essenza della gente, mi fa evitare i ristoranti consigliati da Luis. Sfilo tra una parata d’automobili d‘epoca scortate da portieri d’albero, eleganti quanto attori della dolce vita, cercando un bugigattolo frequentato dalle persone del posto, il popolo.

Nei pressi dell’empedrado, la prima strada che fu lastricata a L’Avana, trovo ciò che fa per me. In una fumera quasi ridicola, c’è qualcuno che cucina, all’aperto, carne alla griglia e banane fritte. Faccio appena in tempo a ordinare, che mi trovo seduta accanto una ninfea di mangrovia suadente, esageratamente profumata. Dice di avere diciotto anni, ma non mi convince. Ordino anche per lei. Lo sguardo intenso d’un azzurrino profondo, le movenze, che mirano a farti sentire il contatto delicato della sua pelle, rendono palese l’intento, in rimbalzi tra cuore e imbarazzo. Il suo approccio è invasivo, immediato: m’invita a passare la notte con lei nell’edificio di fronte; al Sevilla le è proibito entrare, ma lì, per soli 10 dollari. La mia perplessità le fa insorgere il dubbio, ironico, di non essere il mio tipo. Non ti piaccio? Non è quello il punto: è tutto troppo veloce, assente il fascinoso gioco degli sguardi, la raffinatezza del corteggiamento al quale sono abituato… e poi potresti essere mia figlia! Non è di questo che ho bisogno. Non sono venuto a L’Avana per questo.

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto Marin

La sua delusione, priva di qualsiasi inibizione al sesso — tipica nei monoteisti — viene interrotta dal sopraggiungere del poliziotto notato proprio di fronte all’edificio indicato da Marlen. Rabbrividisco al solo pensiero di quel che rischia la ragazza. Le regole della revolucion sono ferree: punizione esemplare per qualsiasi contatto con gli stranieri, figuriamoci la prostituzione! Temo per lei, anche se lui sembra conoscerla quanto una fratello. Chiedendole il carnet, le parlotta amabilmente. Il carnet da noi è un programma teatrale, qui il documento d’identità, ma come mi sarà rivelato tra poco, l’identità d’un individuo e le regole del sistema, fanno soltanto parte d’una pantomima teatrale. Il poliziotto s’allontana fischiettando. Apparentemente non è successo nulla. Però, a farci caso, mentre Marlen mangia carne e insiste per la mia, noto che altre ragazze si avvicinano al tizio, accompagnate da turisti smargiassi; porgono il carnet ed entrano nell’edificio. Ho perso l’appetito.

Mentre il cielo si predispone all’imbrunire, la questione mi chiude lo stomaco e mi apre un baratro: il poliziotto, e c’è ne uno ad ogni angolo di quadra, invece di evitare il proliferare della prostituzione, è il magnaccia di una quindicina di ragazze e, per par condicio, di qualche ragazzo. Bacio Marlen, pago e me ne ritorno al Sevilla. Il tratto che mi separa dall’albergo conferma quel che credo d’aver capito, e con il calar della notte il fenomeno s’amplifica. Nel giro di trecento metri sarei potuto finire a letto con quattro donne diverse, sotto gli occhi diverti dei poliziotti. Il mio idealismo, e quel che sapevo di Cuba per averlo letto sui libri di storia, si sgretolano di fronte alla prima esperienza diretta.

Fotografia scattata a L'Avana da Paolo Ghiotto MarinMa il Che si sacrificò e lottò per cose del genere? Solo slogan gli anatemi di Castro? Cos’è L’Avana, mi chiedo, mentre dai ristoranti si espandono le note di Buena Vista Social Club. Dov’è è rintanato il fiero popolo di Cuba? Sono solo queste le tracce che lascia dietro di sé? Soltanto con un po’ di fortuna e togliendomi i panni del turista inebetito, potrò toccare il fondo d’una realtà caleidoscopica, maledettamente intricata. L’Avana, una città da fotografare soltanto con una pellicola in bianco e nero, tralasciandone i colori? Nella mielosa hall del Sevilla si aggirano creature femminili di una bellezza sconvolgente: particolare divertimento offerto a clienti danarosi. Queste sì che ce l’hanno il permesso di entrare, sussurro tra me.

Il terrazzo della suite è un ponte levatoio che non mi permetterà la planata su queste latitudini, rimanendo un limite invalicabile, per sempre. Sin dal primo giorno, si fa largo nel mio cuore una convinzione: non rimarrò su questa tratta. L’Avana, macero del turista, si tinge di rosa e malva, quando il tramonto sembra infondere un senso d’equilibrio e di giustizia all’accozzaglia di controsensi adagiati sui quartieri diroccati. Un santuario del divertimento per Argonauti senza scrupoli. La notte spossata mi accoglie, per sarcasmo, in un turbinio di sogni erotici. Eredità di Cabrera Infante? Ma no, semplicemente quella d’una lumaca notturna in un rettangolo d’acqua… lasciva.

Segue con L’Avana come Euridice

Foto di Paolo Ghiotto Marin ©

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