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Musica

Il Deus Ignotus di Andrew King

Uno strano attivismo sembra aver contagiato i protagonisti storici del folk apocalittico. Dopo Peaceful Snow di Death In June dello scorso anno, è arrivato prima il nuovo album di Current 93, recensito su queste colonne dal sottoscritto, e poi The Cruellest Month dei Sol Invictus, di cui spero di occuparmi presto. Il richiamo generato da questi artisti ha rinfocolato l’ispirazione di altri rappresentanti di quel periodo (cioè inizio/metà anni Ottanta).

Andrew King

I lupi escono di nuovo dal bosco, rivelando al mondo le proprie innegabili doti compositive e di ricerca, rispondendo ai numerosi e, in alcuni casi, validi epigoni che a loro si sono ispirati. Fra tutti risalta di luce propria Andrew King: schivo, riservato, criptico, questi alcuni degli aggettivi che potrebbero essere usati per descriverne la personalità. Tra tutti i musicisti appena nominati, King è quello maggiormente legato alla musica tradizionale britannica, utilizzata come base di partenza per le sue composizioni. Troppo facile immaginarselo intento a comporre  i suoi lavori a mano, su pergamena e con una penna d’oca intinta nell’inchiostro, magari davanti ad un buon bicchiere di scotch, proprio per questa sua propensione a rifugiarsi nelle atmosfere nebbiose della Old England. La sua opera di scoperta e rilettura dell’immenso bagaglio musicale della tradizione britannica, in particolare quello delle zone rurali, non si limita alla mera riproposizione di quelle sonorità accattivanti, rese famose ieri da gente come Fairport Convention, Shirley Collins e Pentangle e oggi da Loreena McKennitt ed Enya. In realtà King rivede le folk ballads attraverso la lente della musica industrial, del minimalismo e del rumorismo. Tutto questo potrebbe far inorridire i puristi, ma in realtà non è un’operazione così astrusa come si potrebbe pensare dopo una analisi superficiale. L’industrial e il noise possono essere considerati come la musica tradizionale della modernità, del rapporto uomo-macchina e degli agglomerati urbani. L’opera di Andrew King consiste nell’aggiornamento della tradizione rurale con quella urbana moderna o, meglio, di una fusione fra due epoche diverse, alla ricerca di un punto di contatto. La sua storia è fatta di numerose collaborazioni, anzitutto quella con Tony Wakeford (Sol Invictus, Duo Noir, The Triple Tree), cui lo lega una forte amicizia, ma Sir Andrew si è prestato anche ad altri progetti, ad esempio al francese Les Sentiers Conflictuels per il cd 1888 oppure al duo Brown – Sierra per lo strano Thalassocracy.

Deus Ignotus, copertina

Gli album pubblicati a suo nome sono stati in realtà appena tre, diluiti in ben quindici anni di carriera: The Bitter Harvest del 1998, The Amfortas Wound del 2003 e infine Deus Ignotus. Tutta la musica di King è sì permeata dall’attrazione per le sonorità tradizionali anglosassoni, ma queste sono spesso trattate e presentate in maniera diversa nei tre album. In The Bitter Harvest la voce dell’autore era costantemente in primo piano, sottolineata da scarne trame elettroniche. Anche le tematiche trattate nei testi erano orientate verso il lato più oscuro e morboso del folk britannico, con frequenti incursioni nel simbolismo e nell’esoterismo. Il secondo album, The Amfortas Wound, mostrava una progressione nella struttura e nella complessità dei pezzi, che – partendo dalla base folk cara a King – venivano arricchiti dalle atmosfere industrialoidi di un trio di accompagnatori d’eccezione, come Hunter Barr, Andrew Trail e John Murphy, meglio conosciuti come Knifeladder. A unire questi primi due album ci sono sempre le liriche rosso sangue, grondanti un senso di morte e violenza che si confonde con la celebrazione del paesaggio rurale inglese, una commistione che potrebbe sembrare strana se valutata frettolosamente, ma che risulta pregnante se consideriamo come la natura in generale nasconda, dietro l’apparente bellezza, una forza ed una ferocia sublime e spaventosa, dove spesso è il più forte a vincere. “Lo stato naturale di tutta la materia creata è il dolore” sentenzia King nelle note di copertina: come dargli torto osservando il mondo che ci circonda? Da queste premesse nasce, dopo nove anni di gestazione, l’ultima fatica discografica di Andrew King, Deus Ignotus. Rispetto al precedente lavoro cambiano, anche se di poco, i collaboratori. Non c’è più Andrew Trail, al suo posto vi è la presenza della violinista Maria Vallanz. La quasi totalità dei pezzi è rappresentata da brani tradizionali arrangiati da King, ad eccezione dell’iniziale Corvus Terrae Terror, una lenta introduzione strumentale che si apre alla maestosità solenne di The Three Ravens, brano del Seicento di Thomas Ravencroft, durante il quale la voce possente di King viene sottolineata in maniera mirabile dall’harmonium e dalle percussioni di John Murphy, che scandiscono con pochi colpi un ritmo lento e marziale. The Wife Of Usher’s Well è un pezzo scritto da King su un testo tradizionale scozzese – con richiami alle antiche tradizioni matriarcali – che si muove tra tastiere eteree e scarne, a tracciare un mood inquietante, con l’interpretazione fortemente evocativa di Andrew, che alterna fasi di recitato all’esplosione di quella potenza baritonale che gli è propria. Sono invece i Carmina Burana la fonte di ispirazione di Sic Mea Fata Canendo Solor, un canto di morte che celebra  la forza della musica come atto consolatorio al momento del trapasso, riprendendo le tradizioni ancestrali dei riti funebri. Musicalmente il pezzo parte in maniera soffusa, per poi aumentare di intensità grazie a tastiere e percussioni che però mai mettono in secondo piano King. Edward è, invece, un’altra murder ballad del ‘200, pescata dall’immensa tradizione britannica e condotta con la sola voce, stavolta calda e commossa.

Andrew King

La tradizione cristiana, di cui la storia dell’Inghilterra è ricca, si affaccia con il brano The Elders Of The People Took Counsel, dal Vangelo di Matteo e arrangiata da Eric Arnold, una corale che introduce l’harmonium minimale di In Upper Room, dove King raggiunge l’apice quanto a interpretazione. Questo è uno dei pezzi migliori del lavoro, perché a un inizio – come detto – essenziale corrisponde un crescendo epico e percussivo che apre le porte a un finale mistico, con tanto di sirene che ricordano sinistramente gli allarmi dei bombardamenti e che lo collegano al successivo Judas, vero e proprio capolavoro sulla natura umana, sulla sua forza e sulla sua debolezza. L’accompagnamento austero mette in evidenza il recitato di King, le percussioni di Murphy non danno scampo nella loro precisione e inflessibilità, mentre il vibrato del violino della Vallanz e i cori creano un’atmosfera fortemente tesa, che ben accompagna il quadro di umana disperazione descritto dal testo. Il disco si chiude con Lord Lovel e Sir Hugh, due tradizionali: il primo viene costruito solo sulla voce, come già avvenuto nel precedente Edward, mentre il secondo è un tripudio di percussioni, campane, tastiere, a creare quasi un atmosfera di fiera antica o si “sabato del villaggio”. C’è poi Froleichen So Well Wir, scritta dal compositore sudtirolese Oswald von Wolkenstein e ricca di tastiere, che rimanda alle prime cose dei Der Blutharsch con un mood mitteleuropeo che comunque non stona all’interno del disco. Questo brano fra l’altro, era già stato proposto, in versione diversa, in uno split con gli americani Blood Axis.
Più che un disco, Deus Ignotus sembra quasi un compendio di musica antica, peraltro completato da un booklet ricco di  note sulla genesi e la storia di ogni brano. Da questo punto di vista forse è un’operazione un po’ troppo documentaristica, quasi che l’autore abbia voluto in tutti i modi far emergere la sua grande capacità, fra l’altro ampiamente riconosciutagli a tutti i livelli, di archeologo musicale della tradizione britannica. Questa sensazione, però, svanisce subito dopo l’ascolto delle tracce, che sono forti, ispirate e magiche, e che coniugano mirabilmente la forza della tradizione e le infinite possibilità della tecnologia. Come nei precedenti album, anche in questo King opera la rivisitazione dei classici della musica e della letteratura britannica, ma con una maggiore attenzione all’aspetto musicale, che si fa più ricco e variegato. Deus Ignotus è senza dubbio una delle uscite più importanti di quest’anno e può essere considerato una pietra miliare nella storia del neofolk inglese. E adesso? Bisognerà aspettare altri nove o dieci anni? Si spera di no, ma anche se dovesse essere, è meglio un bel disco ogni tanto che un brutto disco a cadenza annuale. E anche in questo Sir Andrew è maestro.

Deus Ignotus
Epiphany 2011

Tracklist

01. Corvus Terrae Terror
02. The Three Ravens
03. The Wife Of Usher’s Well
04. Sic Mea Fata Canendo Solor
05. Edward
06.1 The Elders Of The People Took Counsel
06.2 In Upper Room
07.1 Judas
07.2 Could Ye Not Watch With Me One Hour
08. Lord Lovel
09. Fröleichen So Well Wir
10. Sir Hugh

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