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Cinema

Florence Korea Film Fest 2020

Florence Korea Film Fest 2020

Black MoneyIl Florence Korea Film Fest, svoltosi quest’anno dal 23 al 30 settembre in edizione ibrida a Firenze e sulla piattaforma MyMovies, ha saputo offrire agli spettatori, nonostante le difficoltà che ne hanno fatto slittare la programmazione, una serie di pellicole tra le più interessanti e originali del panorama sudcoreano nonché masterclass con attori e registi disponibili in streaming.

Il film d’apertura, Black Money (Soldi sporchi), di Ji-Yeong Jeong, è un noir sul mondo dell’alta finanza costruito sugli stessi presupposti di Margin Call (2011) e La grande scommessa (2015) che però cerca di creare una maggiore identificazione del pubblico con il protagonista raccontando la storia evitando il ricorso a un’eccessiva complessità strutturale e puntando soprattutto sulla comprensione dei fatti. Il procuratore Yang Min-Hyuk, dell’ufficio centrale di Seul, soprannominato Bulldozer, si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda di capitalismo finanziario e corruzione quando un biglietto lasciato da una donna morta in circostanze più che discutibili lo accusa di molestie sessuali. Da quel momento in poi l’uomo cerca di utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per incastrare i veri colpevoli che hanno sfruttato la falsa accusa per insabbiare qualcosa di ben peggiore.
Jin-Woong Cho, nel ruolo principale, cattura subito le simpatie del pubblico dando vita innanzitutto a un personaggio umano, con le sue debolezze e i suoi difetti, molto lontano dal classico “giustiziere” americano destinato a punire i cattivi e anzi portando sullo schermo un uomo che per quanto lotti non può sconfiggere un sistema ormai radicato. Lee Hanee, nel ruolo di una glaciale e seducente avvocatessa apparentemente interessata a tutelare il suo paese, gli fa da perfetto contraltare, in un’interpretazione senza eccessi che ben rispecchia la mentalità di un personaggio che detiene il potere di denunciare una società perversa ma si astiene quando scopre il coinvolgimento della sua stessa famiglia. L’unica pecca è forse l’impostazione un po’ troppo occidentale della pellicola, infatti, gli unici elementi prettamente sudcoreani finiscono purtroppo per essere il consumo di pesce crudo e le forme rispettose di saluto.

The 12th SuspectMolto ben concepito e degno di nota è il film The 12th Suspect (Il dodicesimo sospettato), di Ko Myoung-sung. Ambientato nel 1953 nei pressi del monte Namsan, riserva allo spettatore più di una sorpresa. La storia parte come un classico giallo ambientato in un luogo chiuso, in cui tutti i personaggi finiscono per ritrovarsi, e si converte in un dramma di denuncia contro le nefandezze della guerra e di funzionari che si permettono di scaricare le loro colpe sugli oppressi. Dopo l’uccisione di un poeta, un uomo misterioso si presenta in una casa orientale del tè dove sono radunati diversi artisti: poeti, romanzieri e pittori. Incuriosito dalle loro reazioni nei confronti della morte dell’uomo, inizia a porre domande scomode fino a rivelare la sua vera identità e a trasformarsi in un carnefice alla ricerca di nuove vittime.
I personaggi vengono introdotti allo spettatore attraverso didascalie che ne espongono il nome e la professione, salvo l’uomo misterioso che è l’unico a presentarsi da solo. La pellicola è inoltre strutturata con una serie di flashback che portano a rivivere i rapporti di ognuno con il defunto e che sono perfettamente incorporati nella narrazione, senza spezzarla. Le numerose panoramiche forniscono quella visione d’insieme che induce a chiedersi chi ha fatto cosa mentre in rare occasioni una parte dei dialoghi viene udita solo da chi guarda lasciando il personaggio misterioso all’oscuro della situazione. Queste scelte registiche infondono ancora più bellezza a una storia tragica che trova il suo punto di forza proprio nella narrazione, in quel mantenere costantemente alta l’attenzione dello spettatore grazie a continui ribaltamenti di prospettiva che rendono la realtà ben diversa da come la si era ipotizzata all’inizio.

Tra i cortometraggi si segnalano Noryang Battle (La battaglia di Noryang), di Kim So-Hyun, che narra la vicenda della giovane Yeonju, che per la quinta volta sta cercando di superare l’esame per diventare insegnante, e della sua ossessione per il berretto con pompon di procione indossato dalla compagna di corso del banco davanti che le impedisce di seguire proficuamente le lezioni. La “battaglia” di Yeonju per strappare quel pompon finirà per coinvolgere anche un coetaneo, conosciuto in circostanze tragicomiche, impegnato a sua volta nell’esame per entrare in polizia.
La regista trasforma con abilità la rimozione di un oggetto feticcio nel simbolo della frustrante lotta dei giovani sudcoreani per occupare un posto di rilievo all’interno di una società in cui bisogna sempre primeggiare per non correre il rischio di essere considerati dei falliti anche dai propri stessi genitori. Non è casuale il riferimento nel titolo alla celebre battaglia di Noryang.

To each your SarahDi diversa impostazione To each your Sarah (A ognuno la sua Sarah), di Kim Deok-Geun, che vede una donna benestante di cinquantuno anni obbligata, dopo il tradimento del marito e l’imminente divorzio, a ritornare nella propria città d’origine sotto falso nome per farsi assumere in un mattatoio. Il tentativo di preservare le apparenze, con conoscenti e amiche, sforzandosi allo stesso tempo di non provare disgusto per il nuovo lavoro che ha dovuto intraprendere è destinato a fallire costringendola a prendere coscienza della dura realtà dei fatti.
Il regista narra, puntando anche molto sul non detto e sugli scambi di sguardi tra i personaggi, la vicenda di una donna che fatica a rinunciare allo status ottenuto grazie al matrimonio e soprattutto che non vuole perdere la faccia di fronte a chi l’ha sempre messa su un piedistallo.

Il film di chiusura, Bring me Home (Portami a casa), di Kim Seung-Woo, riporta sul grande schermo Lee Young-ae, nota per la sua interpretazione in Lady Vendetta, nel ruolo di una madre il cui figlio, affetto da un lieve ritardo mentale, è stato rapito anni prima. La vita sua e del marito, destinato a morire di lì a poco in un incidente causato da un macabro scherzo, è quasi completamente dedita alla ricerca del bambino scomparso ma, come ben presto lei stessa avrà modo di appurare dopo essere rimasta sola, non c’è nessuno disposto a sostenerla in questa lotta, nemmeno il cognato che pensa unicamente al modo più appropriato di approfittare della situazione per ricavarne denaro. Informata da una segnalazione della presenza di un bambino, simile a suo figlio, in un approdo di pescatori, la donna si troverà di fronte una comunità dedita agli abusi e allo schiavismo minorile dove anche la polizia pensa solo al proprio tornaconto personale.

Bring me Home

L’impostazione thriller e una protagonista che continua a non arrendersi malgrado le avversità rendono la storia avvincente, tuttavia, nell’ultimo quarto d’ora, la decisione del regista di virare verso l’action movie risulta alquanto fuori luogo, con alcune sequenze che finiscono per sembrare inverosimili. L’interpretazione di Lee Young-ae è il punto di forza della pellicola e il suo essere madre anche nella realtà ne favorisce sicuramente l’immedesimazione in una donna che ignora il destino del proprio figlio. Un film da vedere malgrado le parziali cadute di tono.

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