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Bawrut: In the Middle
Bawrut

Bawrut: In the Middle

Intervista a Bawrut

BawrutIl DJ e produttore musicale italiano Bawrut ha pubblicato, il 12 novembre di quest’anno, l’album In the Middle. È una produzione intensa nei significati e nei riferimenti, che apre le porte a un nuovo cammino reinterpretativo della musica elettronica. Infatti, se fino ai giorni nostri le sonorità dance sono state associate a un aleatorio passatempo notturno – senza in realtà averne mai colto davvero i sostanziosi fattori sociali e culturali che hanno sempre smosso nei sobborghi del genere stesso –, ora l’elettronica sta cercando di creare uno spazio personale in altri orizzonti interpretativi. Bawrut rappresenta uno dei pionieri di questo esplicito intento.
Quali sono gli aspetti che distinguono quest’opera e perché può essere considerata uno spartiacque tra le varie correnti pop-elettro? Ho voluto incontrare di persona l’artista per poterne sondare le ampie motivazioni. Così, mi sono recata a Madrid, città che da otto anni circa rappresenta la sua dimora.
La chiacchierata si dimostra fin da subito fluida e piacevole, facilitata dalla sua gentilezza – nonostante il mio clamoroso ritardo all’appuntamento. Dopo avermi dichiarato un parallelo sentimento di malinconia verso Italia e di riconoscenza verso la Spagna, Bawrut inizia a raccontare le origini della sua rinascita artistica, avvenuta proprio nella capitale spagnola. Uno dei primi passi da lui compiuti fu la fondazione del sito web The sound of SILENCIO, il cui obiettivo era creare un’autentica identità digitale attraverso podcast, interviste ad artisti della Redbull Music Academy e proposte musicali settimanali. All’inizio del 2016, si avventurò nella produzione del singolo Ciquita, che inviò a vari media fino a trovar fortuna presso l’inglese Ransom Note. Questi si innamorarono del suo stile, producendo nel frattempo un premier per l’artista. Poco tempo dopo, erano già all’opera per la pubblicazione di un altro singolo: 1234. Bawrut stava quindi vivendo un importante periodo di svolta. Infatti, da questo momento, conquistò la possibilità di dedicare sempre più tempo alla sua personalità artistica, ottenendo un conseguente aumento di richieste live.

Lara Adobati (LA): Per quanto riguarda il tuo progetto artistico, quali sono le caratteristiche principali della tua identità musicale?

Bawrut (BW): Innanzitutto, facendo musica elettronica, ciò che ad oggi il panorama offre è qualcosa di noioso. È qualcosa di ripetitivo. Inoltre, se prima si elaborava una visione futuristica dell’uomo-macchina – citando i Craftwear, ora si compie semplicemente ciò che vuole il computer: il risultato è un tipo di musica che già fanno tutti, con nessuna particolarità da “essere umano”. È fantastico che sempre più gente possa sperimentare nel produrre musica. Questa occasione presenta però un lato negativo: la mancata libertà che si concede agli ascoltatori.
Un altro aspetto negativo di questo genere è che sempre si guarda al passato, agli anni Novanta/Duemila, ma mai avanti. O almeno a destra o a sinistra. I cambi nella musica sono sempre stati accompagnati da cambi tecnologici e adesso non abbiamo una nuova tecnologia che rimpiazza la vecchia. È un noioso errore continuare a guardare indietro. Per questo motivo, io scelsi di lavorare in modo manuale, modificando con le mie mani il suono e inserendo errori umani. In Ciquita, per esempio, il tema inizia con un’interferenza con una scheda telefonica. Tutti i tecnici del suono si allarmavano sempre quando iniziava il brano e la gente si risvegliava a seguito di questo segnale. Nemmeno questo aspetto è nuovo perché si utilizzava già negli anni Novanta. Ad ogni modo, è una tecnica che permette di apportare qualcosa alla produzione musicale digitalizzata.
Molti dei fattori con cui ho cercato di delineare quell’unicità iniziale sono presenti nel mio ultimo album pubblicato, In the Middle. Il titolo viene tradotto nella copertina dell’album in undici lingue, numero che corrisponde alle tracce presenti nell’album. Inoltre, undici sono le lingue che si possono incontrare nel Mediterraneo. Il concept, infatti, si concentra su un confronto tra la varie realtà sociali, culturali, civili di questa particolare area geografica, utile ad elaborare un’analisi riflessiva sugli aspetti positivi e negativi. In primo luogo, l’album si focalizza sull’idea di esprimere un mix culturale proprio del Mediterraneo. In seconda istanza, sottolineare questo aspetto convoglia allo sviluppo di una comunicazione aperta, che incentivi a eliminare pregiudizi storici, come quello dell’immigrazione. Bisogna concentrarsi sul concetto di lasciar fluire le idee, le persone, il tempo. Molti dei temi trattati sorsero in corrispondenza del primo lockdown dovuto alla pandemia Covid-19.

Bawrut

LA: Mi rendo conto che questo mix di culture si sta sviluppando a una velocità sempre più rapida, quindi è normale che si rifletta anche nell’arte attraverso molteplici forme. Nello specifico, come sopraggiunse l’ispirazione per questo album?

BW: Nacque per una serie di storie. All’inizio doveva essere solo un omaggio a Madrid, città che mi ha cambiato molto. Poi alla Spagna e poi a tutto il Mediterraneo, perché iniziai a rendermi conto dell’essenza propria degli abitanti del sud Europa. La motivazione a trattare un’analisi simile divenne sempre più forte in base a ciò che stava succedendo in Italia: in una fase specifica di due anni fa, un nostro politico stava impedendo ai migranti di entrare nelle nostre frontiere. Non li lasciavano attraccare in un porto sicuro. Si fomentò odio nell’ambiente italiano. Volevo fare qualcosa. Il problema della musica elettronica, però, consiste in una difficile comunicazione diretta, essendo essa priva di testo. Comunque, mi sono focalizzato su un generale problema di tipo nazionalista che non ha senso di esistere: l’Italia stessa è un territorio colonizzato e che ha colonizzato. La storia di qualsiasi popolo o cultura è il risultato di geni che si sono uniti, fatto che si può vedere in modo pratico nel cibo. La pasta al pomodoro per esempio è araba, con un tocco aggiunto da spagnoli, che passarono per l’America. Non siamo così originali come pensiamo, perché prima di un’identità nazionale esiste una mescolanza di culture.

BawrutLA: Il primo singolo pubblicato di questo album fu Je ‘o tteng e t’o ddòng’s. Il brano presenta una collaborazione con l’anonimo artista Liberato. Già solo questo dettaglio potrebbe essere interpretato su un piano metacomunicativo: il cantante allude all’importanza della collettività e della cooperazione, senza nessuna identità reale che si faccia carico del discorso. Ciò può voler trasmettere il valore di dover creare un’identità collettiva più forte di quella personale.

BW: Al mondo d’oggi l’egocentrismo predomina. Creare con qualcuno che ha scelto di tralasciare la propria presenza e la propria faccia, per permettere che la gente si concentri solo sulla sua essenza e sulla sua estetica artistica, è qualcosa di forte. Sul tema della cooperazione, Napoli è stato un luogo interessante perché colonizzato da greci, arabi, romani. La città si è quindi lasciata influenzare, dimostrandosi però sempre in grado di trasformare queste connessioni con una eccentrica singolarità. In questo momento, la traccia parla di stare in comunità quando si fa festa ed è vero che ne abbiamo bisogno, soprattutto dopo questi ultimi due anni.

LA: Crossing for a golden blanket: un tema forte. Dall’armonia, creata sulla base di un ciclo di beat che non concludono i propri giri, si intuisce un’inquietudine, ritracciabile nel rappresentativo video musicale. Quest’ultimo richiama in modo lampante al problema dell’immigrazione.

BW: L’unico futuro dorato che i migranti incontrano è una manta offerta loro una volta sbarcati sulle sponde europee. In venti/trenta/quaranta anni, la nostra società europea dovrà fare i conti con le pessime politiche che sta praticando. Era un aspetto che non poteva mancare nel mio album, se non forse uno dei perni principali.

LA: Il filo rosso dell’immigrazione, infatti, si riscontra anche nell’ottava traccia, Fe Samaa. So che la sua composizione iniziò in un tempo statico di riflessione, come quello che ha caratterizzato le nostre vite durante la pandemia. L’introduzione del brano è costituita da una voce nel deserto, proveniente da lontano, che canta in arabo. Sembrerebbe un richiamo ancestrale. Cosa comunica questa voce?

BW: Il linguaggio utilizzato è l’arabo marocchino. Fe Samaa significa “nel cielo”. Il video su Youtube presenta sottotitoli in inglese. Le prime parole sono le domande che fanno le forze dell’ordine quando si entra in Marocco: chi è tuo padre, chi è tua madre, da dove vieni, ecc. “Parla come se mirassi al cielo”. Speri che le cose vadano bene quando ti muovi da un posto all’altro, ma in realtà nulla è come vorresti.
Inoltre, il disco è arricchito da altre tracce. Alfredo and Ricardo brought me here è un omaggio e un ghigno positivo a personaggi liberi nella loro espressione artistica, per ricordare al mondo della musica elettronica come ci si dovrebbe esprimere in questo campo. Tisno memoriae è un brano ispirato alla città croata Tisno, luogo dedicato a fantastici festival organizzati da inglesi. Questo tema rappresenta una particolare nostalgia per la vita anteriore alla pandemia. La sua interpretazione può anche essere svincolata da uno specifico contesto storico, alludendo così a una tipica malinconia invernale verso gli accesi ricordi estivi.

Il disco pullula di collaborazioni importanti nel sipario di produzione. Molteplici sono i riferimenti culturali, come mostra la collaborazione con il giornalista italiano Valerio Nicolosi, che investiga su tratte migratorie. Fino ai dettagli più celati, questo album intenta esprimere un unico valore, che ritorna in modo ciclico: l’importanza della contaminazione. Mischiare culture, unire conoscenze, non limitarsi a propri limiti per permettere così un solido sviluppo umano.

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