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Scrittura

La sintesi negata

Medicamenta di Valduga


Della poesia di Patrizia Valduga viene evidenziata soprattutto l’importanza nella creazione di un linguaggio poetico originalissimo, capace di mettere in discussione quanto è già stato elaborato dagli altri autori per mezzo di un confronto continuo e diretto con le forme più classiche ed ostentate della tradizione letteraria. Ne “La parola immedicata” (1) — il saggio introduttivo a Medicamenta e altri medicamenta — Luigi Baldacci afferma di non avere “memoria, tra i moderni, di un poeta che abbia allacciato così strettamente la propria urgenza di esistere con l’urgenza di dire e di dirsi”, dando una interpretazione della poetessa in una chiave, per così dire, “linguistica”.

L’ottica da cui mi pongo in questo scritto sarà diversa: credo che un’analisi dei contenuti e dei messaggi esistenziali dell’opera, in cui il linguaggio sia posto in una prospettiva funzionale ed espressiva anziché ontologica, possa far emergere aspetti assai interessanti della poesia della Valduga, utili per una profonda riflessione su noi stessi e la nostra crisi.

Nelle tre sezioni che compongono la raccolta Medicamenta (Notti dei sensi; Notti incolori; Notti mancate) emergono la presenza di un forte anelito all’unione amorosa con l’uomo, visto come il proprio opposto e il complementare, e nello stesso tempo l’amara percezione dell’impossibilità di raggiungere tale sintesi e quindi della propria ineludibile sconfitta esistenziale. Consapevole di ciò, la donna protagonista della parabola Medicamenta fin dall’inizio persegue una coraggiosa rivendicazione a vivere (o perlomeno a sopravvivere: “se vissi, malvissi” (2) è il verso conclusivo della silloge) secondo la propria peculiare natura di donna, nella libera manifestazione della propria personalità, di cui soddisfa senza cedere ad inibizioni e convenzioni culturali gusti ed esigenze; la poetessa ottiene una piena emancipazione ed affermazione d’identità: ciononostante la meta ultima della propria esistenza rimane irrealizzabile; il rifugiarsi nella dimensione della notte dei sensi e della carnalità è l’estrema reazione, in attesa della fine che incombe (qui rappresentata dall’alba), a questa tragica sconfitta.

Il rapporto con l’uomo, che fin dall’inizio della raccolta si rivela impossibile al vero amore (“…fra trafficar di sguardi dove pace, / dove l’incompenetrabilità…/dove il tempo in quest’ombra… Lui tace / in un empio silenzio a farne fornace…” (3); inoltre, due sonetti più avanti: “… tanto / amor non muta e muta mi trascino. / Ancora sete ho di te (…) O marea d’amore viverti accanto / e arresto del cuore, amor mio divino, / che eterni della vita luce e canto. / La mia ne muore… dal ricordo sino / al qui ancora verso il cuore in cammino, / verso te, mio dissorte eppur destino… / se non di morte… ora di te rimpianto (…) Ma tu incatenami all’amato incanto, / resta, è giorno, vieni più vicino.” (4)), è ancora fortemente caratterizzato dallo schema di dominio-sottomissione dell’uomo sulla donna o viceversa: questa desidera essere “colta” “saggiata” “provata” “tormentata” “bollita” “addentata” …(in “Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…”; ma la consapevole esasperazione dei toni potrebbe segnalare una volontà di ironizzare su quello stesso schema)(5); in “La tentazione”, poemetto uscito nell’85 — tre anni dopo Medicamenta — viene invece assalita e violentata da un’orda di uomini: “… fu ben triste / venire a resa pur gridando ‘No!’, / per fame di carne grassa di grasso / e sangue… e per mia scusa che dirò?’” (6).

Ma molto più spesso è la donna che si procura liberamente e consapevolmente il piacere: “…L’avevo d’un tratto / incatenato al letto, inchiavardato. / Ma che ho fatto? chiedeva, Ma che ho fatto? / Tu del mio cuore non ti sei curato.” (7); per poi decidere la rottura di una relazione ormai logora: “Perché il tempo ora è venuto, viene, /(…) di raschiarti via da cuore e mente,/ di sviare il ricordo che mi tiene / la notte del volere nuovamente, / del Vieni fuori, dunque! se in un botto / mi assalisse la smania di star sotto” (8). Un sonetto in forma di tenzone con un ipotetico corteggiatore svela con ironia l’ipocrisia degli atteggiamenti galanti e dei modi della poesia amorosa della tradizione:

Ti voglio far provare il bel piacere:
Pur mal mio grado? Lasciami tranquilla!
Da troppe sere e troppe primavere…
Dei superni desiri ecco la squilla.

La luna scorre su acque nere e brilla…
Oh, tu vai alto per volermi avere!
Ed io ti prenderò come un’anguilla.
Dentro da me per vie d’acqua o vie aeree…

E perché più e più in te s’interni…
Entrerai mai e mai, primavere o inverni.
Dall’alto scenderò con giri alterni…

Pensatore di donne, mio amatore…
Fin ch’io ti prenda, fin che l’incaverni…
Ad averti c’è poco per il cuore.(9)

La poetessa raggiunge la sua emancipazione soprattutto rivendicando il proprio diritto a scegliere liberamente dell’amore e del piacere e a disporre autonomamente del proprio corpo, di farlo come “donna”, senza cioè mascolinizzarsi nei gusti e negli atteggiamenti: “Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno / e quanto dolce, ove per fine avermi, / ove odore di maschili epidermidi / più non curi, e sguardi, corpi dattorno, / lor secrezioni, escrezioni contermini, / con il sangue che ruota torno torno, / viaggi spermatici andata e ritorno …” (10); “In me cogli anni crescono, a mio merito / o demerito, quei danni d’ascrivere / interi a plurime carnali sterili / dilettazioni in cui involta o proclive / m’affatico… a diletti semiseri / e periferici… alle loro derive…” (11); “…solo chiesi alle mie vite / lucifuga e solare, imbelle tra / tumulti tra sussulti e risse ardite / la vera carnale festosità…” (12); il suo modo tutto femminile di percepire e concepire la vita ci rivela in: “Rilasso il ventre ch’è quasi mattina, / se non funzione pur sempre richiamo / all’arduo mio zampettio di gallina / su per la via alla vita, assai confusa, / chiocciante…”. (13)

L’estremo tentativo di raggiungere l’uomo legandolo a sé con insidie, secondo un altro classico schema culturale (“Questo tuo maledetto andare errando / finisca (…) Amor m’impiaga ma mi sto armando: / chiuso sarai nella trappola e preso. / Quando sensuale sia la sera, quando / ai sensi sale, in insidie che ho teso / cadrai disteso per telecomando, / mio bell’amore, d’un colpo, indifeso…/ (…) Per un lungo soggiorno del tuo seme, / ci scaleremo ad innescare il cuore…” (14)), si rivela del tutto inefficace: “Fior tra i fiori al saluto del sole / maledici in catene il tuo dio…/ ed io sposa segreta al tuo cuore / penso solo alle mosche e al ronzio” (15); “Mi dispero perché non ho parole / che ad attrarti e tenerti sian ventose, / né a impaurirti parole-pistole / del pari del vetriolo perniciose” (16); “…non ho che poche erose scrofolose / parole.. che non sanno far niente” (17); “Ahi tanto amai il non amante amato” (18).

Nell’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro per mezzo dell’amore, l’esistenza viene percepita come priva di senso (…”non mi viene dal preterito / il come e tanto meno il cosa vivere…” (19); “Di vacuità, vacazioni di sé / in assenze… e il futuro che sta là / e non si fa presente… né si sa / se rinnegarlo o prevenirlo in sé…/ Darsi uno scopo che ancora non è / vita… se il vacuo invita o addita…” (20)); al soggetto femminile non rimane che il rifugio nella dimensione della notte, luogo degli istinti dei sensi e della carne sentito, pur nella sua incompletezza, almeno come più genuino e veritiero rispetto al giorno, il quale sarebbe contraddistinto dalla falsità della gente e dall’ipocrisia: da una forte simpatia iniziale per la notte, già presente nelle prime due sezioni della raccolta (“E nottetempo la gente si arrappa, / s’ingrifa, al serra serra si disgroppa(…) Ponte sui sensi, avendoli, s’acchiappa / con mutua trappola, greve s’intoppa / fino allo scoppio…” (21); “E converrà che la notte mi amichi, / la notte che s’incrina coi suoi scricchi / e cigolii, coi suoi fruscii impudichi, / che attenda, e spii… e altri giorni conficchi, e dei passati l’arruffio districhi” (22)), si giunge, nella terza e ultima sezione, a un chiaro elogio della notte quale dimensione salvifica e rifugio: “…Notte / sifone del mio sangue e alba dei lenti / lenti piaceri, disperdi le rotte / d’amore, sveleniscile ai tuoi venti” (23); che è una concezione presente anche in “La tentazione”, opera di quattro anni successiva: “E tu, alba, giungi ben tardi e greve, / se ancora par che tocchino le mani / e il ventre palpita e geme e beve / dalle sue vene salive segrete…/ Questo è il mio schifo, il mio dover tra breve / tirarmi su, venir dove voi siete, / vere ombre e fantasmi e larve vere. / Odio voi, odio il giorno e la sua rete, / ma nel mio buio so quasi tacere” (24).  Una chiara simpatia per la notte è presente anche in Altri medicamenta, scritti tra l’80 e l’82 e aggiunti nell’89 a Medicamenta: “Se per la notte un uomo è poco ancora, / il giorno è men che la notte… Ma dura / l’odore degli amori e a giorno s’anima… / Dolce notte, più dolce della notte / sognata (…) A te venga, mia calma, tanta notte / dura… Anima grande è in lei, amore ancora” (25); “E bella notte è questa che nel cuore / si fa per me armatura interiore…” (26); “O notte senza oggetti, dal tuo lato, / dove non corre tempo, io ho cercato / una gioia lontana dal mercato / del giorno che m’imbara, disensato” (27).

Tra la gente sembra impossibile la nascita di rapporti d’amore spontanei, ossia senza il ricorso a “esche” o insidie: “…non so uscire dal buio stamane, / dal cavo della mia notte catrame, / tra geli duri e colpi di caldane, / e sollevarmi e via con voglie grame (…) per i giorni di guerra e bulicame / e per predar le prede piene e vane, / e a vedere come senza esche o trame / poco lega l’amoroso legame…” (28). L’ipocrisia della gente è denunciata, in Altri medicamenta, fin dal sonetto d’apertura:” E dicono: ‘Se ne vada all’inferno / a star coi morti !’ e fanno segni osceni. / Nella cena mi mettono veleni. / ‘Sia dannata in eterno!’ (…) Se in voglia di seme sola secerno / succhi per chi di me non sa le fini. / E giuro che a nessuno ho detto ‘Vieni! / Dammi!’ Né curo far prede e bottini. / Ma loro: ‘Un male a morte l’incateni!’ (29).

Il ritirarsi nella notte si rivela una soluzione illusoria, poiché il rifugio viene percepito come un luogo estraneo alla vita vera, in cui alberga la noia e il tempo è scandito dal cupo richiamo della morte: “Già una nuova notte si solleva / e trasale… mi spia… maledice la mia malinconia. / E dalla luna: Ascolta, / la tua vita è bugia. / Ma ancora non lo so l’alba che sia” (30); “Meglio del sole ci scioglie l’argilla, / ovvero il frale, un rollio o tremitio / e travaglio lustrale e imo sciacquio…(un dondolio / lieve è in cuore). Qui scende… l’obito (…) Premorienza ci quieta a maraviglia” (31);”Ma vita addosso vita e vasta vita / che mi viene e m’investe e mi si vieta / via via sempre da capo e non ancora” (32); la noia sembra trionfare nella terzina conclusiva del penultimo sonetto della raccolta Medicamenta:

Dal ventre della notte la rugiada,
scolta all’aurora, tutte le passate
con sé tira, le dure e le squagliate,
le vaporate in paure… e che accada

non pare… e se ne venga dalla strada,
oltre inferriate, oltre porte sprangate,
oltre inverni a venire… con l’estate,
con le sere inumane, venga e invada

d’un rovescio di luoghi annate e ghigne…
“Su guarda! Guarda ancora!”… come trottola
o come spola passa…il dolce inghiotte

e sputa la sua broda di maligne
ore, nei cuori larghi una pallottola,
lunghi un turno di guardia nella notte. (33)

Anche nei successivi Altri medicamenta permane la consapevolezza di quanto sia lontana la propria realizzazione: “…Ecco nera la notte, / dalle mura ecco si spenzola e ancora / il cambio è da venire (…) Ora tu vai sulle acque, ogni tuo senso / come in guerra, te ne vai a vela, anima / bella… Ma l’approdo per te / ancora è lontano, lontano ancora / per me che chiamo terra e giorno e notte.” (34)

I Medicamenta possono essere letti come la parabola di una sintesi mancata; si tratta di riflettere se sia questa un’isolata sconfitta individuale o si tratti invece di una sintesi negata dalla situazione di crisi in cui sono invischiati la donna e l’uomo della nostra epoca.

Uno degli aspetti dell’odierna crisi di valori è l’improvviso e radicale cambiamento dei rapporti tra l’uomo e la donna: in seguito al crollo dei vecchi schemi che governavano in passato il rapporto tra i sessi non si sarebbero ancora trovati dei modelli adeguati alla nuova realtà. è un problema interessante di cui la cultura e l’arte non si sono ancora occupate in maniera adeguata — forse perché gestite prevalentemente da uomini —, che qui ci viene presentato attraverso lo sguardo di una donna: di fronte a questo sguardo l’impossibilità di comprendersi e amarsi, l’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro determinano addirittura la propria sconfitta esistenziale.

La scelta di rimanere nella dimensione della notte apre altre tematiche di notevole complessità, poiché potrebbe essere interpretata non soltanto come una regressione, ma anche come la scelta consapevole di fermarsi ad affrontare il proprio lato oscuro — l’ombra — prima di partecipare attivamente alla vita sociale.

Ciò permetterebbe di spiegare il disgusto dell’autrice per la dimensione diurna, percepita come falsa e ipocrita: “Questo è il mio schifo, il mio dover tra breve / tirarmi su, venir dove voi siete, / vere ombre e fantasmi e larve vere. / Odio voi, odio il giorno e la sua rete, / ma nel mio buio so quasi tacere” (35); da Altri medicamenta:”…Non dà più molto l’uomo. / Tutto è un vomito, un’eco fuor di tono, / che non vien voglia di riserve d’uomo” (36); e, nel sonetto precedente, anche la descrizione della vita diurna dell’amico è tutto fuorché idilliaca: “…mio sacramentale amico, / collettore di voglie e solo ausilio. / Mentre il tuo dio ti mangi e bevi vino, / lasci la pace a produrmi un destino, / e predichi che cristo di martiri / contro gli accanimenti del mattino, / che la ruota dei giorni giri giri / muta di baci e muta di sospiri” (37).
L’umanità si sarebbe cioè precipitata a dominare il giorno, a seguire la propria brama di potere con l’uso della scienza senza avere prima affrontato il lato oscuro ed aver risolto le proprie lancinanti contraddizioni, provocando il violento riemergere dell’ombra che sarebbe ora capace di provocare danni più gravi.

La riflessione potrebbe ampliarsi e continuare, prendendo in considerazione anche le opere successive dell’autrice. Certamente da un ottica di tipo esistenziale la poesia della Valduga si dimostra portatrice di messaggi profondi e stimolanti, assai genuini ed attuali; è la nostra crisi che percepiamo nei versi sofferti della poetessa, rappresentata secondo lo sguardo potentemente originale e nuovo di una donna.


Della poesia di Patrizia Valduga viene evidenziata soprattutto l’importanza nella creazione di un linguaggio poetico originalissimo, capace di mettere in discussione quanto è già stato elaborato dagli altri autori per mezzo di un confronto continuo e diretto con le forme più classiche ed ostentate della tradizione letteraria. Ne “La parola immedicata” (1) — il saggio introduttivo a Medicamenta e altri medicamenta — Luigi Baldacci afferma di non avere “memoria, tra i moderni, di un poeta che abbia allacciato così strettamente la propria urgenza di esistere con l’urgenza di dire e di dirsi”, dando una interpretazione della poetessa in una chiave, per così dire, “linguistica”.

L’ottica da cui mi pongo in questo scritto sarà diversa: credo che un’analisi dei contenuti e dei messaggi esistenziali dell’opera, in cui il linguaggio sia posto in una prospettiva funzionale ed espressiva anziché ontologica, possa far emergere aspetti assai interessanti della poesia della Valduga, utili per una profonda riflessione su noi stessi e la nostra crisi.

Nelle tre sezioni che compongono la raccolta Medicamenta (Notti dei sensi; Notti incolori; Notti mancate) emergono la presenza di un forte anelito all’unione amorosa con l’uomo, visto come il proprio opposto e il complementare, e nello stesso tempo l’amara percezione dell’impossibilità di raggiungere tale sintesi e quindi della propria ineludibile sconfitta esistenziale. Consapevole di ciò, la donna protagonista della parabola Medicamenta fin dall’inizio persegue una coraggiosa rivendicazione a vivere (o perlomeno a sopravvivere: “se vissi, malvissi” (2) è il verso conclusivo della silloge) secondo la propria peculiare natura di donna, nella libera manifestazione della propria personalità, di cui soddisfa senza cedere ad inibizioni e convenzioni culturali gusti ed esigenze; la poetessa ottiene una piena emancipazione ed affermazione d’identità: ciononostante la meta ultima della propria esistenza rimane irrealizzabile; il rifugiarsi nella dimensione della notte dei sensi e della carnalità è l’estrema reazione, in attesa della fine che incombe (qui rappresentata dall’alba), a questa tragica sconfitta.

Il rapporto con l’uomo, che fin dall’inizio della raccolta si rivela impossibile al vero amore (“…fra trafficar di sguardi dove pace, / dove l’incompenetrabilità…/dove il tempo in quest’ombra… Lui tace / in un empio silenzio a farne fornace…” (3); inoltre, due sonetti più avanti: “… tanto / amor non muta e muta mi trascino. / Ancora sete ho di te (…) O marea d’amore viverti accanto / e arresto del cuore, amor mio divino, / che eterni della vita luce e canto. / La mia ne muore… dal ricordo sino / al qui ancora verso il cuore in cammino, / verso te, mio dissorte eppur destino… / se non di morte… ora di te rimpianto (…) Ma tu incatenami all’amato incanto, / resta, è giorno, vieni più vicino.” (4)), è ancora fortemente caratterizzato dallo schema di dominio-sottomissione dell’uomo sulla donna o viceversa: questa desidera essere “colta” “saggiata” “provata” “tormentata” “bollita” “addentata” …(in “Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…”; ma la consapevole esasperazione dei toni potrebbe segnalare una volontà di ironizzare su quello stesso schema)(5); in “La tentazione”, poemetto uscito nell’85 — tre anni dopo Medicamenta — viene invece assalita e violentata da un’orda di uomini: “… fu ben triste / venire a resa pur gridando ‘No!’, / per fame di carne grassa di grasso / e sangue… e per mia scusa che dirò?’” (6).

Ma molto più spesso è la donna che si procura liberamente e consapevolmente il piacere: “…L’avevo d’un tratto / incatenato al letto, inchiavardato. / Ma che ho fatto? chiedeva, Ma che ho fatto? / Tu del mio cuore non ti sei curato.” (7); per poi decidere la rottura di una relazione ormai logora: “Perché il tempo ora è venuto, viene, /(…) di raschiarti via da cuore e mente,/ di sviare il ricordo che mi tiene / la notte del volere nuovamente, / del Vieni fuori, dunque! se in un botto / mi assalisse la smania di star sotto” (8). Un sonetto in forma di tenzone con un ipotetico corteggiatore svela con ironia l’ipocrisia degli atteggiamenti galanti e dei modi della poesia amorosa della tradizione:

Ti voglio far provare il bel piacere:
Pur mal mio grado? Lasciami tranquilla!
Da troppe sere e troppe primavere…
Dei superni desiri ecco la squilla.

La luna scorre su acque nere e brilla…
Oh, tu vai alto per volermi avere!
Ed io ti prenderò come un’anguilla.
Dentro da me per vie d’acqua o vie aeree…

E perché più e più in te s’interni…
Entrerai mai e mai, primavere o inverni.
Dall’alto scenderò con giri alterni…

Pensatore di donne, mio amatore…
Fin ch’io ti prenda, fin che l’incaverni…
Ad averti c’è poco per il cuore.
(9)

La poetessa raggiunge la sua emancipazione soprattutto rivendicando il proprio diritto a scegliere liberamente dell’amore e del piacere e a disporre autonomamente del proprio corpo, di farlo come “donna”, senza cioè mascolinizzarsi nei gusti e negli atteggiamenti: “Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno / e quanto dolce, ove per fine avermi, / ove odore di maschili epidermidi / più non curi, e sguardi, corpi dattorno, / lor secrezioni, escrezioni contermini, / con il sangue che ruota torno torno, / viaggi spermatici andata e ritorno …” (10); “In me cogli anni crescono, a mio merito / o demerito, quei danni d’ascrivere / interi a plurime carnali sterili / dilettazioni in cui involta o proclive / m’affatico… a diletti semiseri / e periferici… alle loro derive…” (11); “…solo chiesi alle mie vite / lucifuga e solare, imbelle tra / tumulti tra sussulti e risse ardite / la vera carnale festosità…” (12); il suo modo tutto femminile di percepire e concepire la vita ci rivela in: “Rilasso il ventre ch’è quasi mattina, / se non funzione pur sempre richiamo / all’arduo mio zampettio di gallina / su per la via alla vita, assai confusa, / chiocciante…”. (13)

L’estremo tentativo di raggiungere l’uomo legandolo a sé con insidie, secondo un altro classico schema culturale (“Questo tuo maledetto andare errando / finisca (…) Amor m’impiaga ma mi sto armando: / chiuso sarai nella trappola e preso. / Quando sensuale sia la sera, quando / ai sensi sale, in insidie che ho teso / cadrai disteso per telecomando, / mio bell’amore, d’un colpo, indifeso…/ (…) Per un lungo soggiorno del tuo seme, / ci scaleremo ad innescare il cuore…” (14)), si rivela del tutto inefficace: “Fior tra i fiori al saluto del sole / maledici in catene il tuo dio…/ ed io sposa segreta al tuo cuore / penso solo alle mosche e al ronzio” (15); “Mi dispero perché non ho parole / che ad attrarti e tenerti sian ventose, / né a impaurirti parole-pistole / del pari del vetriolo perniciose” (16); “…non ho che poche erose scrofolose / parole.. che non sanno far niente” (17); “Ahi tanto amai il non amante amato” (18).

Nell’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro per mezzo dell’amore, l’esistenza viene percepita come priva di senso (…”non mi viene dal preterito / il come e tanto meno il cosa vivere…” (19); “Di vacuità, vacazioni di sé / in assenze… e il futuro che sta là / e non si fa presente… né si sa / se rinnegarlo o prevenirlo in sé…/ Darsi uno scopo che ancora non è / vita… se il vacuo invita o addita…” (20)); al soggetto femminile non rimane che il rifugio nella dimensione della notte, luogo degli istinti dei sensi e della carne sentito, pur nella sua incompletezza, almeno come più genuino e veritiero rispetto al giorno, il quale sarebbe contraddistinto dalla falsità della gente e dall’ipocrisia: da una forte simpatia iniziale per la notte, già presente nelle prime due sezioni della raccolta (“E nottetempo la gente si arrappa, / s’ingrifa, al serra serra si disgroppa(…) Ponte sui sensi, avendoli, s’acchiappa / con mutua trappola, greve s’intoppa / fino allo scoppio…” (21); “E converrà che la notte mi amichi, / la notte che s’incrina coi suoi scricchi / e cigolii, coi suoi fruscii impudichi, / che attenda, e spii… e altri giorni conficchi, e dei passati l’arruffio districhi” (22)), si giunge, nella terza e ultima sezione, a un chiaro elogio della notte quale dimensione salvifica e rifugio: “…Notte / sifone del mio sangue e alba dei lenti / lenti piaceri, disperdi le rotte / d’amore, sveleniscile ai tuoi venti” (23); che è una concezione presente anche in “La tentazione”, opera di quattro anni successiva: “E tu, alba, giungi ben tardi e greve, / se ancora par che tocchino le mani / e il ventre palpita e geme e beve / dalle sue vene salive segrete…/ Questo è il mio schifo, il mio dover tra breve / tirarmi su, venir dove voi siete, / vere ombre e fantasmi e larve vere. / Odio voi, odio il giorno e la sua rete, / ma nel mio buio so quasi tacere” (24).  Una chiara simpatia per la notte è presente anche in Altri medicamenta, scritti tra l’80 e l’82 e aggiunti nell’89 a Medicamenta: “Se per la notte un uomo è poco ancora, / il giorno è men che la notte… Ma dura / l’odore degli amori e a giorno s’anima… / Dolce notte, più dolce della notte / sognata (…) A te venga, mia calma, tanta notte / dura… Anima grande è in lei, amore ancora” (25); “E bella notte è questa che nel cuore / si fa per me armatura interiore…” (26); “O notte senza oggetti, dal tuo lato, / dove non corre tempo, io ho cercato / una gioia lontana dal mercato / del giorno che m’imbara, disensato” (27).

Tra la gente sembra impossibile la nascita di rapporti d’amore spontanei, ossia senza il ricorso a “esche” o insidie: “…non so uscire dal buio stamane, / dal cavo della mia notte catrame, / tra geli duri e colpi di caldane, / e sollevarmi e via con voglie grame (…) per i giorni di guerra e bulicame / e per predar le prede piene e vane, / e a vedere come senza esche o trame / poco lega l’amoroso legame…” (28). L’ipocrisia della gente è denunciata, in Altri medicamenta, fin dal sonetto d’apertura:” E dicono: ‘Se ne vada all’inferno / a star coi morti !’ e fanno segni osceni. / Nella cena mi mettono veleni. / ‘Sia dannata in eterno!’ (…) Se in voglia di seme sola secerno / succhi per chi di me non sa le fini. / E giuro che a nessuno ho detto ‘Vieni! / Dammi!’ Né curo far prede e bottini. / Ma loro: ‘Un male a morte l’incateni!’ (29).

Il ritirarsi nella notte si rivela una soluzione illusoria, poiché il rifugio viene percepito come un luogo estraneo alla vita vera, in cui alberga la noia e il tempo è scandito dal cupo richiamo della morte: “Già una nuova notte si solleva / e trasale… mi spia… maledice la mia malinconia. / E dalla luna: Ascolta, / la tua vita è bugia. / Ma ancora non lo so l’alba che sia” (30); “Meglio del sole ci scioglie l’argilla, / ovvero il frale, un rollio o tremitio / e travaglio lustrale e imo sciacquio…(un dondolio / lieve è in cuore). Qui scende… l’obito (…) Premorienza ci quieta a maraviglia” (31);”Ma vita addosso vita e vasta vita / che mi viene e m’investe e mi si vieta / via via sempre da capo e non ancora” (32); la noia sembra trionfare nella terzina conclusiva del penultimo sonetto della raccolta Medicamenta:

Dal ventre della notte la rugiada,
scolta all’aurora, tutte le passate
con sé tira, le dure e le squagliate,
le vaporate in paure… e che accada

non pare… e se ne venga dalla strada,
oltre inferriate, oltre porte sprangate,
oltre inverni a venire… con l’estate,
con le sere inumane, venga e invada

d’un rovescio di luoghi annate e ghigne…
“Su guarda! Guarda ancora!”… come trottola
o come spola passa…il dolce inghiotte

e sputa la sua broda di maligne
ore, nei cuori larghi una pallottola,
lunghi un turno di guardia nella notte. (33)

Anche nei successivi Altri medicamenta permane la consapevolezza di quanto sia lontana la propria realizzazione: “…Ecco nera la notte, / dalle mura ecco si spenzola e ancora / il cambio è da venire (…) Ora tu vai sulle acque, ogni tuo senso / come in guerra, te ne vai a vela, anima / bella… Ma l’approdo per te / ancora è lontano, lontano ancora / per me che chiamo terra e giorno e notte.” (34)

I Medicamenta possono essere letti come la parabola di una sintesi mancata; si tratta di riflettere se sia questa un’isolata sconfitta individuale o si tratti invece di una sintesi negata dalla situazione di crisi in cui sono invischiati la donna e l’uomo della nostra epoca.

Uno degli aspetti dell’odierna crisi di valori è l’improvviso e radicale cambiamento dei rapporti tra l’uomo e la donna: in seguito al crollo dei vecchi schemi che governavano in passato il rapporto tra i sessi non si sarebbero ancora trovati dei modelli adeguati alla nuova realtà. è un problema interessante di cui la cultura e l’arte non si sono ancora occupate in maniera adeguata — forse perché gestite prevalentemente da uomini —, che qui ci viene presentato attraverso lo sguardo di una donna: di fronte a questo sguardo l’impossibilità di comprendersi e amarsi, l’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro determinano addirittura la propria sconfitta esistenziale.

La scelta di rimanere nella dimensione della notte apre altre tematiche di notevole complessità, poiché potrebbe essere interpretata non soltanto come una regressione, ma anche come la scelta consapevole di fermarsi ad affrontare il proprio lato oscuro — l’ombra — prima di partecipare attivamente alla vita sociale.

Ciò permetterebbe di spiegare il disgusto dell’autrice per la dimensione diurna, percepita come falsa e ipocrita: “Questo è il mio schifo, il mio dover tra breve / tirarmi su, venir dove voi siete, / vere ombre e fantasmi e larve vere. / Odio voi, odio il giorno e la sua rete, / ma nel mio buio so quasi tacere” (35); da Altri medicamenta:”…Non dà più molto l’uomo. / Tutto è un vomito, un’eco fuor di tono, / che non vien voglia di riserve d’uomo” (36); e, nel sonetto precedente, anche la descrizione della vita diurna dell’amico è tutto fuorché idilliaca: “…mio sacramentale amico, / collettore di voglie e solo ausilio. / Mentre il tuo dio ti mangi e bevi vino, / lasci la pace a produrmi un destino, / e predichi che cristo di martiri / contro gli accanimenti del mattino, / che la ruota dei giorni giri giri / muta di baci e muta di sospiri” (37).
L’umanità si sarebbe cioè precipitata a dominare il giorno, a seguire la propria brama di potere con l’uso della scienza senza avere prima affrontato il lato oscuro ed aver risolto le proprie lancinanti contraddizioni, provocando il violento riemergere dell’ombra che sarebbe ora capace di provocare danni più gravi.

La riflessione potrebbe ampliarsi e continuare, prendendo in considerazione anche le opere successive dell’autrice. Certamente da un ottica di tipo esistenziale la poesia della Valduga si dimostra portatrice di messaggi profondi e stimolanti, assai genuini ed attuali; è la nostra crisi che percepiamo nei versi sofferti della poetessa, rappresentata secondo lo sguardo potentemente originale e nuovo di una donna.

Le composizioni che seguono sono tratte dalle quattro sezioni che compongono I sentieri della terra: Anomiche e poesie del limbo; Il baratro; Distanze e miraggi; I sentieri della terra.

BIBLIOGRAFIA

Opere poetiche di Patrizia Valduga

Medicamenta, Milano, Guanda, 1982.

La tentazione, Milano, Crocetti, 1985.

Medicamenta e altri medicamenta, Torino, Einaudi, 1989.

Donna di dolori, Milano, Mondadori, 1991.

Requiem, Venezia, Marsilio, 1994.

Testi teatrali di Patrizia Valduga

Corsia degli incurabili, Milano, Garzanti, 1996.

Testi critici su Patrizia Valduga

Anedda A., in: “LEGENDARIA”, marzo-maggio 1991.

Anedda A., in: “POESIA”, dicembre 1994.

Baldacci Luigi, La parola immedicata, in: Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, Torino, Einaudi, 1989.

Patrizia Valduga, in: Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, a cura di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, Milano, Mondadori, 1996, pagg. 1001-1002.

Speciale E., in: “ANNALI DI ITALIANISTICA”, settembre 1991.

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