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Cinema

L’importanza di chiamarsi John, con un doppio Furore (II)

Steinbeck, Ford e due loro capolavori: il romanzo e il film

L’altro John, cioè “Furore” secondo Ford

Ho accompagnato Steinbeck lungo il percorso della sua produzione letteraria fino a “Furore”, e questo è il compito che mi ero prefisso. Ma il grande californiano di Salinas sarà ancora al lavoro per una ventina d’anni, fino al 1962, con un meritato Premio Nobel e il suo ultimo libro “Travels with Charley”, un delizioso racconto del quale spero dì occuparmi in una prossima occasione.
Per intanto lasciamo un momento da parte i libri, chiediamo che si faccia buio in sala, e diamo il benvenuto ad. un altro autore (o dobbiamo chiamarlo Maestro?), affidandogli nuovamente la storia di quei poveri diavoli di cognome Joad e del loro scassato veicolo. Ma questa volta la vedremo raccontata con un linguaggio diverso, non meno importante della prosa incisiva di Steinbeck: il linguaggio del cinematografo.

“Mi chiamo John Ford e faccio Western”

Immagine articolo Fucine MuteQuesta sintetica auto-presentazione la conosciamo un po’ tutti: è l’inevitabile tormentone che ricorre in tutte le biografie dell’Autore. Eppure nella sua rude semplicità la frase non è esatta. Senza dubbio Ford aveva fatto tanti Western, ma nella sua enorme produzione figurano molti film di. tutt’altro genere: e uno di questi è proprio “Furore”.
Ford era nato a Cape Elizabeth nel Maine il 1° febbraio 1895, da una famiglia di immigrati irlandesi. Prima di essere “John” ebbe nome Jack Ford per alcuni anni, ma neppure questo era esatto: nel suo attestato di nascita c’era scritto precisamente “Sean Aloisius O’Fearna”, che era un vero inno ai suoi antenati gaelici.
La famiglia era povera e numerosa: una notevole quantità di fratelli e sorelle. Le cose andarono meglio quando tutti si trasferirono a Portland, Oregon: qui il padre aveva ottenuto in gestione un ben avviato “Saloon”.
Uno dei fratelli, Francis, si era sistemato come attore e regista a Hollywood, nella casa di produzione Universal. Lui lo raggiunse e riordinò il proprio nome con un semplice “John Ford” che era fra l’altro quello d’un famoso drammaturgo inglese del periodo elisabettiano.
A vent’anni John era una delle tante comparse d’un film colossale, The Birth of a Nation (La nascita di una nazione) dì David Wark Griffith. Era il 1915, e da allora non si staccò più dal mondo dello schermo.
Per il leggendario Griffith aveva una grande ammirazione: “Senza Griffith il cinema non sarebbe mai uscito dall’infanzia”, ripeteva convinto.
Alla Universal fece amicizia con un giovane attore, Harry Carey, che veniva dal teatro e che si stava specializzando in ruoli di “Cowboy”, molto richiesti in quel tempo. Lavorarono insieme per molti anni producendo una quantità di pellicole di breve metraggio, i cosiddetti “corti”, sempre nel settore “Western”.

The Iron Horse

Il 1924 è l’anno del suo primo successo: passato alla casa Fox dirige The Iron Horse (il cavallo d’acciaio). È già un grande film che, ancora in piena epoca di cinema muto crea il genere del ”Western storico” raccontando l’epopea del Presidente Abramo Lincoln e dei coraggiosi pionieri che aprono la strada ferrata fra Est e Ovest affrontando ogni avversità per raggiungere la vittoria.
Fra The Iron Horse e Furore vi sono sedici anni. Rivedendo la vastissima filmografia del regista, questo significa esattamente quarantadue film, vale a dire l’assoluta impossibilità di mettere insieme un qualsiasi elenco. Ford era dotato d’una inesauribile fertilità nel suo lavoro. E anche questo era uno dei suoi meriti.
In compenso aveva un pessimo carattere, e la sua famosa benda nera sull’occhio sinistro non lo abbelliva un granché. Adorava il suo lavoro, la cosa più importante della sua vita: era un grande, un immortale del cinema.
Secondo i suoi più attenti studiosi, l’intera filmografia di John Ford contiene 138 titoli. Non pochi di questi film sono stati dimenticati o smarriti, ma ne rimane ancora una grandissima quantità. Va anche ricordato che proprio nel settore del “muto” si sono avute le maggiori perdite, sia per il passare del tempo, sia per la difficoltà di conservare del materiale acquisito già vecchio.
Un esempio: i dodici film che lui stesso aveva interpretato sotto il nome “Jack Ford” e la regia del fratello Francis sono ormai introvabili. E dei venticinque “Western corti” prodotti con Harry Carey ne rimangono solo due, uno dei quali fu presentato qualche anno fa alle nostre “Giornate del cinema muto” di Pordenone.

“La cavalcata e il Mito”

Di Ford si parla ancora molto, e si continuerà a parlarne per lungo tempo. Proprio mentre raccolgo questi appunti, nel numero ventitre del “Sole 24 Ore” , 24 agosto 2003, esce una pagina interamente dedicata al trentesimo anniversario della sua scomparsa (31 agosto 1973), quando Ford aveva settantotto anni.
L’articolo è della giornalista Emanuela Martini, puntuale e precisa come sempre. Ed è un devoto ricordo del grandissimo regista, dal titolo “Cavalcata nel mito americano, omaggio a John Ford”.

Immagine articolo Fucine Mute

Il titolo è doppiamente giustificato. Di cavalcate, Ford ne aveva riprese tante nei suoi film, tenuto conto che faceva Western”. Quanto al “mito americano” possiamo ben dire che il suo contributo era stato fondamentale. Ce lo dicono in tutti i modi coloro che hanno scritto su di lui: registi meno anziani, come l’inglese Lindsay Anderson (classe 1923) e l’americano Peter Bogdanovich (1938), poi Orson Welles e il francese Jean-Loup Bourget, nonché il nostro Tullio Kezich (Corriere della Sera, 8 febbraio 1990). I redattori d’una “storica” rivista italiana, “Cinema e Cinema” , gli dedicarono nel 1982 un intero fascicolo con Guido Fink, Antonio Costa, Leonardo Quaresima e tanti altri. Ma le citazioni non finirebbero mai.
Anche la distinzione a volte troppo netta fra i suoi film Western o non-Western meriterebbe una revisione: quante volte nell’interno dei suoi film apparentemente “duri” si scoprono anche elementi di dolcezza e sensibilità, e senza sorpresa?
Un’altra breve segnalazione sul West, non solo come sfondo per il cinema, ma come parte speciale di un’America che va ricordata. Si tratta d’un volume del 1994 “Il West di John Ford” e di altri due volumi (1995 e 2000) “Sentieri del Western” di Carlo Gaberscek, uno studioso udinese che ha dedicato una quantità di viaggi appassionati ai luoghi più memorabili della leggenda del West e della Frontiera. Carlo, ti auguro che: gli Dei nella Valle dei Monumenti veglino sempre sulla tua grande passione.

“Directed by…” Al cinema,nella “Dust Bowl”

Rivedendo il copioso elenco di tutti i film di Ford si rimane sorpresi nel constatare che “Furore” , datato 1940, fa parte d’una serie di pellicole ben poco distanti l’una dall’altra. Infatti è preceduta, nel solo 1939, da ben tre film di notevole importanza: Ombre rosse, Alba di gloria e La più grande avventura (mi limito ai titoli in italiano). E si è obbligati a scoprire che i suoi due film sicuramente famosi più d’ogni altro, Ombre Rosse per il Western, e Furore per il non-Western furono creati pressoché di seguito, strettamente e in breve tempo. Sono convinto che questo robusto e burbero americano-irlandese era anche un inesauribile artista.

Ombre Rosse

La versione cinematografica di Furore è in buona parte fedele al romanzo, salvo un’eccezione, il finale, del quale parleremo in seguito. È un film corale, popolato da tante figure di vario genere, però tutte concentrate nello spazio di un “viaggio” e tutte solidali tra loro salvo qualche dissidente. Preferisco non compilare un nudo elenco di interpreti e tecnici vari: li segnalerò via via, nel corso del loro ingresso nella vicenda.
Spente le luci in sala e passati i consueti dati introduttivi, il film non ha ancora inizio, perché a sorpresa appare una didascalia alquanto enfatica, nella quale si spiega come “nel centro degli Stati Uniti” esistesse una zona con una conca tutta polverosa, e del come una povera famiglia di coltivatori fosse costretta ad abbandonarla.
Poi si aggiunge che fu l’impegno governativo a salvare nel migliore dei modi questi profughi senza tetto. Si ha nettamente l’impressione che si tratti d’una imposizione politica malamente tradotta dall’inglese e ben poco in sintonia con quanto accadrà successivamente nel corso del film.
Per buona sorte, l’enfatico messaggio è accompagnato dal motivo musicale che farà da sfondo all’intera vicenda dal principio alla fine: è The Red River Valley, una canzone dolce e notissima, eseguita all’armonica da Dan Borzage con il supporto dell’orchestra. L’inutile discorsetto iniziale è subito dimenticato.

Immagine articolo Fucine Mute

La scena d’apertura è molto semplice: una lunga strada deserta in mezzo a una campagna molto solitaria, non alberata e nebbiosa. Spunta dal fondo una figura: è un uomo giovane, alto, che cammina spedito verso di noi. Man mano che lo vediamo meglio, notiamo che è vestito decorosamente, con un abito comune che sembra acquistato da poco, e un berretto a visiera. Non porta niente tra le mani.
Giunge a uno di quei locali tipici delle strade solitarie d’America, forse vi ricordate Il postino suona sempre due volte. C’è fermo lì davanti un camion sul quale sta proprio salendo l’autista, e il nostro uomo gli chiede un passaggio, vincendo la tiepida resistenza del guidatore che gli ha indicato un cartello di divieto.
Lungo il percorso, i due conversano: si vede chiaramente che l’autista è molto incuriosito sulla provenienza di questo sconosciuto “perbene” che gli ha chiesto un passaggio piuttosto breve, pochi chilometri. Il giovane, che si chiama Tom Joad, vuole compensare la cortesia dell’autista rivelandogli chi è e da dove viene: è appena stato dimesso dal carcere dove ha trascorso alcuni anni per un omicidio con legittima difesa, e ottenuto poi un condono per il resto della pena. E ora vuole tornare a casa, dai suoi.
L’attore è Henry Fonda, uno dei più stimati da Ford, e darà vita a tanti personaggi sotto la sua direzione: il giovane Lincoln in Alba di gloria, 1939, il prete fuggiasco in Messico in La croce di fuoco, 1947, e così avanti con una lunga serie di film, arrivando fino a Fort Apache del 1948: uno degli attori più seri e capaci del cinema americano di quegli anni e anche oltre.

Immagine articolo Fucine Mute

Tom scende dal camion a un incrocio e prosegue la sua strada, ma poco dopo fa un incontro, e i due si riconoscono a vicenda: è Casey, il predicatore, che “ha perso la vocazione” ed è ormai ridotto a vagabondare senza una meta precisa.
E così gli spettatori fanno la conoscenza d’un altro dei migliori attori di Ford: è John Carradine (il giocatore di carte in Ombre Rosse), lungo e magro, che qui ci regala una delle sue più originali interpretazioni. I due si dirigono insieme verso la casa dei Joad, che ha la porta aperta e l’interno completamente sottosopra.
Da un angolo sbuca Muley (attore John Quinley), un altro sfrattato: racconta che gli hanno abbattuto la casa “le tigri”, i grossi trattori meccanici dei nuovi proprietari. La “conca della polvere” è stata comprata dalle banche, cacciando via tutti i residenti, ridotti alla miseria. Muley grida, fuori di sé: “Io non me ne andrò mai, voglio morire qui, nella mia terra!”.

“Going West”, il viaggio dei poveri

Casey, predicatore ormai “senza vocazione” accompagna Tom alla baracca dove è alloggiata alla meglio tutta la famiglia Joad, che si sta preparando alla partenza, e intanto ha già deciso che partirà con loro.
Attraversano a piedi un altro paesaggio deserto: e qui è indispensabile parlare della splendida fotografia di Gregg Toland , maestro del “bianco e nero”. Dopo Furore, Toland sì dedicherà a Quarto potere (Citizen Kane) di Orson Welles, dove avrà modo di impiegare tutti gli accorgimenti della sua straordinaria tecnica, (il “Pan Focus” e altro ancora).
La scena successiva ha inizio con i Joad seduti alla loro modestissima tavola. La madre di Tom vede dalla finestra che suo figlio e Casey stanno arrivando: superata la commozione, Tom spiega che non è un evaso ma un “condonato”, e che ora è libero. Il gruppo, dodici in tutto, fa a gara per festeggiarlo, e ci sono anche dei bambini. Partiranno entro pochi giorni, sul camion comprato con il denaro racimolato lavorando alla raccolta del cotone.

Immagine articolo Fucine Mute

A questo punto si impone la splendida scena di “Mà Joad”, l’attrice Jane Darwell che otterrà poi, insieme a Ford uno dei due Oscar del film. È commovente il suo “a solo” senza parole nel quale, piangente, getta nella stufa una alla volta tutte le sue adorate cianfrusaglie: fotografie, bambolotti, cartoline, tutti i ricordi della loro serenità ormai perduta. E c’è la musica di Red River A proposito di musica, la colonna sonora ospita anche un motivo vivace, una marcetta, che accompagna le scene del camion in viaggio.
Dunque, partenza. Nella prima parte abbiamo già detto del nonno che non vuole partire, e del suo brusco decesso. Non sarà purtroppo l’unico, perché poi muore anche la nonna, e c’è ancora una terza sciagura: la nascita del bambino morto della dolce e sfortunata Rose, bene interpretata dalla giovane attrice Dorris Bowdon.
Per le sepolture dei due vecchi, Casey ritroverà provvisoriamente le sue capacità di predicatore: ancora un elogio al bravo John Carradine, uno dei grandi attori della Hollywood di allora. Questi Carradine erano una bella famiglia: oltre al nostro John si sarebbero ancora visti sullo schermo i suoi tre figli: Keith, David e Robert, tutti attori in film notissimi e di successo.

Immagine articolo Fucine Mute

E il viaggio prosegue. Segnaliamo una bella sequenza “di gruppo” quando il camion sosta su un rialzo dal quale si vede la verde California, un sogno che sembra già a portata di mano. E qui va elogiata la sceneggiatura di Nunnally Johnson, un esperto in drammi e avventure più che in commedie leggere. Lavorerà non solo per Ford, ma per altri registi di valore come Howard Hawks, Henry King e Fritz Lang. La sua riduzione di Furore da romanzo a testo per il cinema è una delle sue cose migliori.
Fino a questo punto del film, ha vissuto la propria avventura piuttosto in disparte l’intero gruppo dei Joad: rifornimenti di benzina con i soldi contati fino ai minimi centesimi, e i bambini che sgranano gli occhi vedendo i clienti dei bar che mangiano voracemente, mentre mamma Joad calcola “quanto lardo e quanta farina” può ancora consumare per sfamare tutti. In un momento successivo, il film ci fa vedere che si sono inseriti in una massa di profughi come loro, poco cordiali e molto depressi. Tutte queste sequenze di folla sono presentate da Ford con la sobrietà tipica del suo mestiere, e molti di questi personaggi di passaggio sono interessanti.
Fra i poliziotti che vigilano sull’esodo, ne trovano uno che risulta pure lui d’una “contea” dell’Oklahoma molto vicina alla loro, e per un momento assume anche un comportamento cordiale. L’attore è Ward Bond, il più assiduo specialista di ruoli secondari nella filmografia western o bellica di Ford. È facile individuare il suo viso rotondo e gioviale: io stesso ho potuto contare poco più d’una diecina di sue presenze successive, sempre con film di Ford nei quali ci si aspettava di fare il suo incontro.

Immagine articolo Fucine Mute

Al cinema, conclusione precoce

Il film prosegue su uno schema narrativo molto fedele al romanzo. È alquanto inaspettata la scoperta, a un certo punto del viaggio, d’una zona tranquilla e bene organizzata rispetto alla solita caotica confusione dei profughi. È il “campo governativo”, che ci viene esibito anche troppo efficiente: un direttore benevolo e rispettoso, con dei servizi che funzionano bene (c’è la scenetta dei ragazzini che scoprono la doccia e il water). In più, al sabato sera orchestrina e danze…
Possiamo gustarci alcuni passi di ballo fra Tom e mamma Joad, dove abbiamo anche la sorpresa di sentire la voce autentica di Henry Fonda che canta la consueta Red River Valley.
La parentesi serena dura ben poco. Casey viene arrestato perché parla troppo in fretta, “come un sovversivo”: in questa scena non si può fare a meno di vedere il suo sorriso serafico nel porgere i polsi alle manette dei suoi ottusi guardiani. Sarà poi rilasciato, e potremo ancora rivederlo insieme a Tom. Ma in uno scontro successivo con altri rozzi sorveglianti avremo la tragica rapidissima scena di Casey ucciso da una bastonata, e di Tom che uccide a sua volta l’assassino, riuscendo a scappare e a nascondersi. Siamo passati rapidamente dalla dolciastra danza del sabato nel felice “campo governativo” ad un tragico doppio omicidio.
Da questo punto del film sino alla conclusione, abbiamo modo di renderci conto di cosa è, nel linguaggio del cinema, “un protagonista”, grazie a questo Henry Fonda braccato dai suoi inseguitori e ferito al viso, che corre nella notte in cerca di un rifugio, anzi dell’unico rifugio sicuro, cioè quei vagoni arrugginiti nei quali è alloggiata in qualche modo tutta la sua famiglia.

Immagine articolo Fucine Mute

Abbiamo visto poco prima una scena felice, con Tom e Mà Joad sorridenti in qualche passo di danza, e lui le cantava “Red River” con la voce un po’ nasale ma autentica di Henry Fonda. E adesso siamo già al rovescio della medaglia, perché assistiamo alla “scena madre” del loro incontro e congedo (doppiamente “madre” , per la scena e per il ruolo dell’attrice da Oscar, Jane Darwell).
Nella sua versione per lo schermo, il racconto di Furore rimarrà incompleto. Infatti la sceneggiatura peraltro ottima di Nunnally Johnson ci conduce fino alla fuga di Tom, poi al suo triste congedo dalla madre, e poi basta.
Il motivo è comprensibile: la crudezza del finale completo, con quel poveretto allattato da Rose al posto del suo bambino morto, non sarebbe stata gradita dal pubblico, e forse avrebbe anche tradito lo spirito del romanzo che, come ha scritto giustamente Stefano Della Casa, era tutto ispirato al “New Deal”, il “Nuovo patto” rooseveltiano di quegli anni, con la democrazia americana in lotta contro le ingiustizie sociali.
Tom continuerà la sua fuga notturna, dopo aver sussurrato alla madre sgomenta alcune frasi (che non risultano nel romanzo), molto commoventi ma anche, oserei dire, un po’ predicatorie: “Io sarò presente dovunque ci sia un uomo che soffre, dovunque la gente che ha fame possa sfamarsi”, e così avanti. Viene il dubbio che questo Immagine articolo Fucine Mutefinale fosse stato suggerito direttamente da Darryl Zanuck, l’abile capo della “Fox” e produttore di parecchi film di John Ford.
In ogni caso, qualunque sia l’origine di questa conclusione, deve restare ben chiaro che i primi spettatori di Furore avevano sicuramente visto uno splendido capolavoro. Come noi, del resto, pur con qualche modesta cassetta video.

Bibliografia e iconografia
(le fonti iconografiche hanno il contrassegno
)


Jean Mitry, John Ford, Paris, Ed. Universitaires, 1954


Peter Lisca, The Wide World of John Steinbeck, New Brunnswick / New Jersey, Rutger University Press, 1958


Carlo Izzo, La letteratura nord-americana, Firenze, Sansoni, 1967


Peter Bogdanovich, John Ford, London, Studio Vista, 1968


Warren French, Steinbeck, Firenze, Nuova Italia – Il Castoro, 1969


Marcus Cunliffe, Storia della letteratura americana, Torino, Einaudi, 1970


Agostino Lombardo, Prefazione a John Steinbeck, le opere, Torino, Utet, 1970


Claudio Gorlier, Storia della letteratura nordamericana, Milano, F.lli Fabbri Ed., 1970


Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Milano, Feltrinelli, 1972


Franco Ferrini, John Ford, Firenze, Il Castoro Cinema – Nuova Italia, 1974


Fernanda Pivano, “John Steinbeck”, in America rossa e nera, Milano, Ed. Formichiere, 1977


Lindsay Anderson, About John Ford, London, Ed. Plexus, 1981


Antonio Costa e Leonardo Quaresima, “John Ford, l’amico americano”, in Cinema & Cinema, n. 31, aprile-giugno 1982


Stefano Della Casa, “The Grapes of Wrath (Furore)”, in Dizionario Universale del Cinema, a cura di F. Di Giammatteo, Roma, Editori Riuniti, 1984


John Steinbeck, The Grapes of Wrath (Furore), Milano, Bompiani, 1985


Tag Gallagher, John Ford: the Man and his Films, Los Angeles, University California Press, 1986


Carl Vincent, Storia dei cinema, vol. 1°, Milano, Garzanti, 1988



Tullio Kezich, Storia di Furore, Steinbeck e Ford,
Corriere della sera, 8 febbraio 1990


Tullio Kezich, John Ford, Parma, Ed. Guanda, 1958



Jean Loup Bourget, John Ford, Paris, Editions Rivages, 1990



Carlo Gaberscek, Il West di John Ford, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1994


Carlo Gaberscek, Sentieri del Western: dove il cinema ha creato il West, voll. 1 e 2, Gemona (UD), La Cineteca del Friuli, 1994-1995



Aldo Viganò, Western in cento film, Genova, Le Mani, 1994


Jay Parini, John Steinbeck, a biography, London, Heinemann LTD, 1994


Franco Garnero, Invito alla lettura di Steinbeck, Milano, Mursia, 1999


Emanuela Martini, “Omaggio a John Ford. Cavalcata nel mito americano”, Il Sole – 24 ore, 24 agosto 2003

Filmografia

John Ford: The Grapes of Wrath (Furore), 20th
Century-Fox, 1940 (tratto dal romanzo omonimo di J. Steinbeck). Interpreti:
Henry Fonda, Jane Darwell, John Corradine. Fotografia: Gregg Toland.
Sceneggiatura: Nunnally Johnson.

Commenti

Un commento a “L’importanza di chiamarsi John, con un doppio Furore (II)”

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