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Omnia

Maurizio Carta

Nel futuro prossimo c’è la città della cultura

Immagine articolo Fucine MuteCorrado Premuda (CP): Professor Carta, lei è un esperto di studi e ricerche sulle città della cultura e anche il suo libro Next city: culture city si occupa della città e del distretto culturale. Vorrei che fornisse una sua breve e personale definizione di cultura intesa proprio in quest’ottica.

Maurizio Carta (MC): Troppo frequentemente il termine cultura è stato inteso soltanto come un aggettivo da aggiungere ad altre identità. La città era una grande piattaforma produttiva, la città era intesa come luogo di interscambio, la città era il luogo del patto sociale tra le comunità. La cultura è sempre stata intesa come un elemento per ingentilire la componente hardware della città. Dal mio punto di vista, fin dal titolo del libro, la città del futuro prossimo sarà una città della cultura. Questo è un modo per ribaltare il punto di vista: la cultura viene intesa non solo come valore aggiunto alla città ma come sua matrice costitutiva, e la città è in grado non soltanto di alimentare la cultura che possiede ma anche di generare nuova cultura, urbana, della partecipazione, dello stare sul territorio. Ovviamente uno degli strumenti per questo progetto ambizioso è la strutturazione della presenza della cultura che non è soltanto conservazione del patrimonio culturale, non è soltanto miglioramento dei servizi, non è soltanto incremento della fruizione ma è tutto questo insieme. Quello che in altre occasioni ho chiamato l’armatura culturale della città, un’armatura che è contemporaneamente struttura fondativa della città ma è anche corazza capace di proteggere da scelte sbagliate. La cultura diventa l’armatura che protegge la città da alcune facili formule dello sviluppo inteso magari tutto sul versante industriale o sul terziario, che poi diventa solo luogo dell’amministrazione: siamo nella società dell’informazione, siamo nella cosiddetta e-age, l’era dell’interscambio, l’era in cui la cultura diventa intersoggettiva. Tutti questi elementi possono lasciare in secondo piano la città. La città che è sempre stata il luogo massimo dell’innovazione, della comunicazione, oggi deve trovare nella sperimentazione di cultura un ulteriore slancio per il suo sviluppo.

CP: In progetti del genere tra i primi interlocutori che vengono chiamati a partecipare ci sono i rappresentanti delle istituzioni e associazioni culturali, che spesso però nascondono una visione piuttosto elitaria della cultura, si sentono in alcuni casi le vestali della cultura. Ci può essere una difficoltà nel coinvolgere e convincere queste persone che l’operazione del distretto culturale, della città creativa non è uno svilimento della cultura né una sua mercificazione a uso semplicemente turistico?

MC: La cultura è stata un settore negletto, secondario, e non c’è dubbio che chi ne ha conservato il valore si senta un po’ impaurito da una tendenza in cui la cultura si apre, diventa intersoggettiva. In questo progetto di rinnovamento culturale dobbiamo scontare alcune resistenze, alcuni timori. La questione è che se noi continuiamo a ragionare con una struttura culturale ferma, senza mutamenti, è certo che i soggetti che oggi sono i promotori culturali e i gestori di servizi potranno sentire erose alcune loro potenzialità. Il ragionamento che io propongo è un altro: eleviamo il livello di risorse, l’obiettivo da raggiungere, l’ambizione complessiva perché non si tratta soltanto di ridistribuire l’attuale sistema di risorse culturali ma di allargare, eliminare barriere, confini, differenze tra culture alte e culture basse, tra culture d’élite e culture popolari: la cultura è il substrato della comunità, le culture sono molteplici, abbiamo abbandonato da tempo il tentativo di definire che cosa sia cultura e che cosa non lo sia. Nessuno di noi oggi si sognerebbe di dire che qualcosa non è cultura ma è bassa cucina, come insigni intellettuali hanno sostenuto… ma erano altri periodi. Persino il patrimonio culturale oggi non è più soggetto a distinzioni, non ci sono più i monumenti e poi le architetture minori, ma ci sono i documenti, le testimonianze dell’evoluzione della civiltà. La cultura è lì dove qualcuno ha un messaggio, una comunicazione, una condivisione. Per cui ritengo che alcune resistenze siano soltanto resistenze iniziali, timori che nei fatti la volontà, la domanda siano soltanto quelle di ridistribuire a un numero maggiore di soggetti le attuali risorse scarsissime. Il problema è un altro: mettiamoci tutti insieme per moltiplicare, decuplicare il livello di risorse perché l’intera città diventi produttrice di cultura.

CP: Nelle sue conversazioni e nel suo libro lei utilizza due espressioni che vorrei spiegasse: economia della cultura e economia dell’esperienza.

Immagine articolo Fucine MuteMC: Economia della cultura ormai è un termine consolidato, esiste in Italia un’associazione prestigiosa che si chiama proprio Associazione per l’Economia della Cultura, c’è anche una rivista importante con questo nome, ed è un filone di ricerche economiche — ma ormai non soltanto economiche: infatti molti architetti e sociologi partecipano a questa corrente che mira a individuare quali sono gli indotti del settore culturale e l’economia diretta. L’economia dell’esperienza è un passaggio successivo, è quell’economia prodotta dal grande desiderio che attraversa il pianeta di avere esperienze culturali e non soltanto la visita al museo o la partecipazione all’evento teatrale, quasi una fruizione passiva, ma un vero e proprio coinvolgimento nella cultura dei luoghi. Oggi torna l’importanza del viaggio, il turismo culturale si fa turismo d’esperienza, turismo che vuole assaporare i colori e gli odori di una città, i suoi sapori, il rapporto con gli abitanti. Quindi l’economia dell’esperienza è diventata oggi un nuovo filone dell’economia. La scuola italiana è ancora un po’ in ritardo in questo, libri interessanti vengono dagli Stati Uniti, ma già cominciano a misurare qual è la produttività di una visione della cultura che non è solo accessorio secondario del modello di sviluppo ma è cardine fondativo di un modello di sviluppo nuovo e più democratico.

CP: Ritornando al distretto culturale, questo modello riconfigura la città. In che modo? Quali sono i punti cardine su cui avviene questa trasformazione?

MC: Mi piace che lei sottolinei questa riconfigurazione: il distretto culturale non è soltanto un modello organizzativo delle istituzioni presenti ma è un grande progetto di ristrutturazione anche spaziale della città. Una città che voglia costruire il suo futuro configurando un distretto culturale dovrà anche conformare gli spazi, individuare luoghi perché il distretto si realizzi, individuare i migliori sistemi di accessibilità, i sistemi di ospitalità — la capacità di accoglienza non può essere secondaria. Per cui il distretto culturale è intanto un grande progetto di riqualificazione urbana, di rigenerazione urbana. Oggi parliamo di nuovo, dopo tanto tempo che avevamo smesso di farlo, di “rinascimento urbano” che passa attraverso la promozione di questa capacità della città di generare cultura con un grande progetto di riqualificazione anche spaziale, una riconfigurazione delle aree e degli ambienti e dell’economia.

CP: Nella sua esperienza di studio quali sono esempi di città della cultura o di distretti culturali che nel recente passato o attualmente sono da citare perché si stanno muovendo bene in questo processo?

MC: Gli esempi sono molteplici, un elenco ci prenderebbe molti minuti. Ci sono alcune esperienze ormai consolidate che costituiscono una sorta di scolastica dei distretti culturali: citiamo sempre Barcellona, non c’è dubbio che Glasgow è stata tra le prime capitali europee della cultura, la città che ha inventato in qualche modo il concetto di capitale della cultura, ma più recentemente Genova… sono veramente molte. L’elemento importante è che oggi il tema delle città creative non è più una storia di buone pratiche importabili in altre situazioni, ma è un lavoro duro e faticoso di ritrovamento delle caratteristiche peculiari di una città, quali sono le risorse competitive, i fattori reali che quella città può immettere in questo nuovo grande mercato di competizione che è l’identità culturale e il patrimonio culturale. Per cui studiare questi esempi è senz’altro importante ma non per cercare alla fine la formula migliore, l’equazione capace, la parola magica capace da sola di risolvere un problema, ma per capire soprattutto quali sono stati gli errori. Negli anni scorsi ho fatto una ricerca su venti città capitali e poi su venti città intermedie, città che erano state città della cultura. Quello che mi è interessato capire, il risultato importante per me, non è stato il risultato raggiunto, che è sempre di qualità, ma quali sono gli strumenti e le procedure che hanno messo in atto le città per raggiungere quei risultati, qual è stato il network di attori che ha messo in moto il processo, quali le procedure, istituzionali o informali, se sono stati costruiti piani. Barcellona ad esempio ha redatto un piano strategico per il settore culturale e altre città non l’hanno fatto e hanno preso altre strade. Questo è importante: capire qual è la strada migliore che la città in cui stiamo agendo, che può essere Trieste come Palermo, richiederà per realizzare il nostro progetto, tenendo conto della sua cultura, della sua storia e dei suoi abitanti.

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