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Cinema

Marc Caro

Quando il punk si fonde con il Tao

Approdato al Science+Fiction in occasione di Vojages Fantastique — la rassegna dedicata al cinema francese — il regista Marc Carò ha preso parte ad alcune presentazioni ed incontri con il pubblico presente a Trieste. Ha risposto alle curiose domande dei presenti, ci ha parlato un po’ della sua straordinaria carriera e del suo modo di vedere la vita e di fare cinema.

Marc Caro

 

Disegnatore per riviste di fumetti e sperimentatore di grafica animata in 3D, Caro inizia il suo percorso cinematografico grazie all’incontro col regista Jean-Pierre Jeunet, assieme al quale gira Delicatessen e La città dei bambini perduti. La loro collaborazione inizia però già nel 1974, con la realizzazione di numerosi cortometraggi di animazione. Il primo lungometraggio a quattro mani arriva nel 1991, ed è la surreale e visionaria storia d’amore colma di bizzarie e di ironica creatività che porta appunto il nome di Delicatessen. Nel 1995 Caro e Jeunet realizzano insieme anche La città dei bambini perduti, un viaggio dentro la fantasia sfrenata dei due autori, i quali sperimentano anche nuove tecniche di ripresa e di modifica elettronica dell’immagine. Il film, non propriamente compiuto per alcuni aspetti, è però interessante per il confluire di tanti elementi diversi, soprattutto di matrice fumettistica e fantascientifica, che danno vita ad un fertilissimo universo creativo, riconoscibile e molto originale. Entrambi i film sono opere che esplorano infinite intuizioni visive, profondamente ricche a livello visivo.

 

Dopo la Citè, i due registi decidono di seguire strade diverse e mentre Jeunet costruisce Il favoloso mondo di Amelie Poulain, Carò si dedica ad una pellicola di tutt’altro tono. Si tratta di un prison movie piuttosto astratto e filosofico, dall’atmosfera cupa e claustrofobica, formalmente molto elegante, che porta il nome di Dante01.

Locandina del film Dante 01 di Marc CaroIl suo interessante esordio da solista dietro la macchina da presa, assomiglia ad una maturazione. Sulla via dell’emancipazione il regista lascia emergere uno stile sobrio, esprime tutto il suo amore per il cinema sovietico e per le suggestioni che arrivano da altri linguaggi: quello letterario, quello musicale, e naturalmente quello fumettistico. Ci racconta della sua necessità fisica di disegnare, di riversare ogni progetto di inquadratura innanzitutto nello storyboard. E poi della sua ricerca sonora, del suo tentativo di creare un armonico e suggestivo universo sensoriale da offrire allo spettatore. È piacevole sentirlo parlare, esprimersi sempre con precisione ed estrema gentilezza, educatissimo e disponibile con chiunque, estremamente acuto, difficilmente banale.

 

Confessa di ispirarsi volgendo lo sguardo a Oriente, sia in senso spirituale che professionale. Vede molto cinema asiatico ed è affascinato soprattutto dalla matrice manga della cinematografia nipponica. Definisce il cinema fantascientifico statunitense una serie di “western nello spazio”, nonostante la letteratura e il fumetto inglese offrano ben di più, e parla con simpatica ironia della sua deludente partecipazione ad Alien. Avrebbe voluto progettare tutto di quel film mentre invece gli hanno chiesto di curare semplicemente i costumi.

 

Commentando i continui riferimenti a diverse tradizioni religiose che si colgono nel film, a cominciare dal protagonista soprannominato Saint Gorge, Carò non si dichiara molto interessato alla religione in sé, soprattutto se si parla di istituzioni religiose come la Chiesa, quanto piuttosto alla spiritualità in senso lato. Confessa di essere sempre rimasto punk nell’animo, pur abbracciando una visione filosofica taoista. Alla canonica domanda che gli viene rivolta a proposito dei suoi progetti per il futuro, Caro risponde: “Di idee ne ho tante, ma da bravo vecchio punk non posso che rispondere: There’s no future! ”.

Cristina Favento (CF): Si è parlato nella presentazione di ieri della buona collaborazione che c’è stata assieme a Jeunet, del fatto che siete riusciti a mettere assieme armoniosamente le vostre idee creando una base comune. Come avete organizzato questo lavoro a due?

 

Marc Caro (MC): Per rappresentare il lavoro svolto assieme, Jean Pierre Jeunet ed io utilizziamo spesso la figura di un personaggio de La citè des enfants perdus, ossia le due sorelle siamesi nel momento in cui stanno cucinando assieme. Anche noi avevamo una sorta di pentolone nel quale l’uno e l’altro aggiungevamo gli ingredienti per poi assaggiare e vedere che cosa ne stava venendo fuori. È naturalmente un esempio aneddotico ma rispecchia bene il nostro modo di lavorare. Come se si trattasse di una partita a ping pong, ci siamo rimbalzati la palla a vicenda e il risultato a fine partita sono stati i film che avete visto.

Un'immagine di Delicatessen di Marc Caro e Jean Pierre Jeunet

 

CF: Lei ha spiegato che, ad un certo punto, avete sentito l’esigenza di prendere strade diverse ed il risultato l’abbiamo visto con Dante 01, che non rappresenta uno stacco netto ma si differenzia notevolmente dai due suoi film precedenti. Che cosa l’ha spinta a livello personale verso questo lavoro?

 

MC: Jean Pierre ha fatto quel meraviglioso film che è Il favoloso mondo di Amelie e poi a seguire Una lunga domenica di passioni, sviluppando le tematiche che gli stanno più a cuore. Così ho fatto io con Dante 01, che tratta problematiche più vicine ai miei interessi. Il film rispecchia la mia passione per la fantascienza, è un po’ più astratto e simbolico, più mistico e spirituale.

 

CF: Abbiamo notato dei chiari riferimenti alla letteratura, i più evidenti sono quelli alla Divina Commedia naturalmente, ma non solo. Qual è il suo rapporto con la tradizione letteraria?

 

MC: È un po’ la fonte di tutte le storie, anche se nel mio caso devo dire che le mie ispirazioni sono meno letterarie e più visive. Certo ho letto molto e continuo a farlo, ma non credo ci sia una divisione troppo netta tra tradizione letteraria e di altro tipo. Parlerei piuttosto più genericamente di una “cultura dell’umanità”, che è alimentata da suggestioni verbali in alcuni momenti, visive in altri, e di altro tipo ancora. Per i miei film mi interessa attingere a tutte queste ispirazioni che ci circondano, che siano un immagine, una musica, un libro. Si assorbe tutto fino a sentirsi pieni, come una spugna. Ecco, penso di avere in testa una piccola spugna assetata: quando l’ho ben riempita, la spremo un po’, ne esce qualcosina, un film.

 

CF: Dopo questa immagine carinissima e metaforica, vorrei approfondire la questione anche dal punto di vista pratico. Abbiamo ben presente il suo trascorso a Metal Hurlant e abbiamo notato anche una grande attenzione al paesaggio sonoro che è stato creato nel film, una sorta di immersione sensoriale nella quale trasportare lo spettatore. Volevo capire come svolge il suo lavoro dal punto di vista tecnico, il lavoro che fa sulle immagini, sul sonoro: come costruisce passo, passo il film?

Un'immagine tratta dal film Dante 01 di Marc Caro

 

MC: Naturalmente, così come un grande chef o un prestigiatore non rivelano le proprie ricette e i propri trucchi, anch’io preferisco tenermi stretti i miei piccoli segreti. Vi posso però raccontare che all’inizio c’è la volontà di creare un ambiente sia visivo, sia sonoro, che mi porta alla definizione di una gamma di riferimenti entro i quali muovermi. Questi riferimenti possono essere scenografici — come ad esempio la scelta di alcune tonalità di colore piuttosto che di una varietà di suoni da utilizzare — a livello di frequenze, di ritmi o di tessitura sonora. Per questo film ho lavorato con un musicista programmatore, Eric Wenger, che assieme a Raphael Elig ha creato un programma al computer che permette di fare delle associazioni sonore davvero originali. Il programma di chiama Asint e ci abbiamo lavorato per costruire la tessitura sonora, gli effetti particolari che si percepiscono nel film. È stata un’esperienza molto interessante che ha mi ha consentito di raggiungere un’ottima qualità sonora.

 

CF: Rispetto a molti film di fantascienza dove troppo spesso c’è un abuso di effetti speciali, in Dante 01 mi è sembrato si facesse un uso molto equilibrato del digitale, molto funzionale alla narrazione. Che cosa rappresenta per lei il digitale? Come lo utilizza in rapporto ai lavori che fa?

 

MC: Il digitale e gli effetti speciali in effetti mi interessano nella misura in cui posso utilizzarli al servizio della storia, mi servono per dare una certa credibilità a ciò che voglio raccontare. Fini a se stessi non sono necessariamente negativi ma a me personalmente non interessano. Li reputo utili nel mio film perché permettono allo spettatore di visualizzare ciò che vede il personaggio principale. La maggior parte delle scene sono state girate tradizionalmente e poi il digitale ha contribuito a creare il paesaggio sensoriale, ha permesso di dare un tocco un po’ più astratto e virtuale.

Un'immagine tratta dal film Dante 01 di Marc Caro

 

CF: Una curiosità di tutt’altro tipo, di carattere economico: quanto sono costati questi film e come vi siete organizzati per i finanziamenti e la produzione?

 

MC: Per quanto riguarda l’aspetto economico, se n’è occupato soprattutto il produttore naturalmente. Io ho pensato piuttosto a come spendere i soldi. Posso dire, però, che questo film, così come i precedenti, non ha beneficiato del circuito di produzione classico che finanzia la cinematografia francese, ossia la televisione. Nel nostro caso così non è stato, a parte un piccolo aiuto ricevuto da Canal Plus. Ciò che ha realmente permesso di realizzare Dante 01 è stato il fatto che Delicatessen e La citè des enfants perdus (i due film precedenti, nda) mi hanno portato un po’ di notorietà all’estero, quindi la società di distribuzione ha raccolto fondi in ben trenta o addirittura quaranta paesi diversi, altrimenti non so se sarebbe stato possibile realizzarlo.

 

CF: Si può dire quanto è costato effettivamente?

 

MC: Quattro milioni e 700 mila euro.

 

CF: Mi sembrava interessante anche parlare un po’ delle protagoniste femminili del film. Così come è stato notato per l’eroe — che, pur essendo giovane e muscoloso, non rispecchia lo stereotipo del combattente aggressivo — anche le presenze femminili sono diverse da ciò che ci si potrebbe aspettare in uno svolgimento per così dire canonico. Come vede i suoi personaggi al femminile?

 

MC: Penso che fondamentalmente il mio film non parli di uomini o di donne ma di esseri umani. È vero che i pazienti hanno un aspetto mascolino perché rappresentano un po’ anche i sette peccati capitali (anche se i peccati possono appartenere pure alle donne ovviamente) ma non era intenzionale. A loro (le donne, nda) ho associato altri concetti.

Marc Caro

A Persephone, ad esempio, ho associato il concetto di compassione: è una sorta di figura materna, come la vergine Maria, la Madonna, o come Conine, Racine, dee della compassione. Mentre la giovane scienziata incarna una figura un po’ più materialista. La contrapposizione è dunque tra idee differenti, tra concetti piuttosto che tra mascolino e femminino. Non c’è un vero rapporto diretto con una femminilità concreta nel mio film; magari in alcuni momenti ci sono degli aspetti che evocano il dualismo ying e yang, ma il tutto rimane su un piano piuttosto simbolico.

 

CF: Persephone, la scienziata più matura, mi è sembrata in qualche modo “basagliana” nel suo approccio al tema della salute mentale che viene affrontato nel film (i prigionieri della navicella sono sì criminali ma sono anche pazienti psichiatrici), che cosa ne pensa?

 

MC: Credo che il discorso psichiatrico faccia un po’ da cornice, non c’era un intento da parte mia di indagare questo aspetto nello specifico. Certamente quando si fa un film confluiscono tantissimi pensieri personali, entra tanto di te e della tua visione del mondo nella pellicola, anche involontariamente. Sarebbe interessante approfondire, fare un’analisi di questi aspetti, ma non posso dire che affrontarli fosse uno degli obiettivi che mi sono posto a priori.

 

CF: Ha dichiarato che non sopporta i film nei quali dopo due minuti di visione si capisce già tutto ciò che sta per succedere o si intuisce addirittura come finirà il film (e personalmente sono assolutamente d’accordo). Lei immagina uno spettatore con un ruolo attivo, non un fruitore passivo di un prodotto preconfezionato e banale, sente in questo senso una responsabilità etica in quanto regista oppure si tratta più semplicemente di una questione di stile?

 

MC: Un po’ tutte e due. Ritengo che non bisogni prendere in giro lo spettatore. In genere io ho voglia di fare dei film ai quali io stesso vorrei assistere, e cerco di essere il più rigoroso possibile per mantenere questo proposito. Sono convinto che se porto avanti il mio lavoro nella maniera più sincera possibile, con tutta l’empatia che riesco a trasmettere, allora ci potranno essere delle persone che partecipano e prendono parte a quella che è un’opera collettiva. Tutta la cultura umana è sempre e comunque un’opera collettiva. Non sono stato io a inventare le parole o i concetti, stiamo portando avanti qualcosa di antico, iniziato molto tempo fa. Così anche per quanto riguarda la fantascienza ritengo ci debba essere uno scambio da creare tra pubblico e regista, è fondamentale.

Marc Caro

Non condivido la preoccupazione che alcuni hanno perché pensano che magari lo spettatore non comprenderà ciò che vede, trovo che sia dispregiativo nei confronti dell’interlocutore. Preferisco rischiare che alcuni non capiscano o che non trovino interessante il film piuttosto che avere quel tipo di atteggiamento. Certo che sta anche a me riuscire a trasmettere nel modo più universale possibile ciò che ho in mente, ed è indubbio che nella comunicazione bisogna cercare di essere chiari, ma questo non significa porsi davanti al pubblico come se fosse stupido. Così facendo non penso si possa andare lontano.

L’edizione zero/otto di Science+Fiction — il festival internazionale della fantascienza — manifestazione dedicata all’esplorazione dei mondi del fantastico, dei linguaggi sperimentali e delle nuove tecnologie nelle produzioni di cinema, televisione, arti visive e dello spettacolo — si è svolta a Trieste dall’11 al 16 novembre. La manifestazione ha dato spazio ad anteprime, retrospettive, sezioni concorso, eventi speciali e incontri con autori del cinema e della letteratura. Tra questi, il regista Marc Caro.


Ringraziamo per la cortese collaborazione Costanza Gruber (traduzione) e Thomas Lenardi (Riprese video).

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