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Fumetto

Giancarlo Alessandrini

30 anni di Mysteri a fumetti

Copertina per il trentennale di Martin Mystère Il Mystero a fumetti compie 30 anni. La serie di Martin Mystère, ideata dalla fantasia vulcanica di Alfredo Castelli, uscì infatti nelle edicole nell’aprile del 1982, rinnovando il fumetto targato Bonelli. Il creatore grafico del Detective dell’Impossibile e del suo universo, a metà strada tra antico e moderno, è Giancarlo Alessandrini. Si narra che scattò immediatamente una sintonia totale tra i due autori: il disegnatore delineò quei tratti del professore archeologo che lo sceneggiatore aveva in mente. E l’artista marchigiano ha reso vivo e reale, con il suo stile arioso e pulito, quel mondo avventuroso, ponte tra mito e scienza, tra passato e presente, tra storia e fantasia, che Castelli voleva rappresentare. Elegante è l’aggettivo che meglio si attaglia al tratto di Alessandrini, sintesi originale, ha affermato Sergio Bonelli, «che a una precisa rappresentazione dell’avventura, unisce un immancabile tocco di ironia». E quindi anche l’ironia, uno dei marchi di fabbrica di Castelli, ha trovato la sua espressione nel segno di Alessandrini. Su questa perfetta armonia tra storie e disegni mysteriosi, e sulla quarantennale carriera di questo “ragazzo” di provincia che bussò alle porte del fumetto che conta, per entrarci subito da protagonista e non uscirne più, verte la piacevole conversazione che abbiamo intrattenuto.

Alessandro Olivo (AO): Dopo i 50 anni di Zagor festeggiati nel 2011, la Sergio Bonelli Editore celebra nel 2012 un altro anniversario: il trentennale di Martin Mystère. Era infatti l’aprile del 1982 quando questo nuovo personaggio ideato da Alfredo Castelli e creato graficamente da te veniva presentato nelle edicole. Allora avresti mai pensato che questo professore archeologo con la passione per il mistero ti avrebbe accompagnato per tutti questi anni? Non hai rischiato ogni tanto di pensare a lui come se fosse una persona reale?

Giancarlo Alessandrini (GA): Trent’anni sono moltissimi e sono passati così velocemente che mi meraviglio io stesso della longevità di Martin Mystère, ma solo se mi soffermo a pensarci perché prendo la vita giorno per giorno. Questa lunga convivenza mi porta a considerarlo un vecchio caro amico.

 Giancarlo AlessandriniAO: Molti lettori e appassionati dei fumetti Bonelli vedono in Martin Mystère la serie che, insieme a Dylan Dog (che nacque poco dopo, nel 1986), segnò una svolta fondamentale nella storia della casa editrice milanese. Le avventure del Detective dell’Impossibile affrontano infatti in modo storicamente e scientificamente documentato misteri del passato e del presente. Martin Mystère è ambientato ai giorni nostri, vive il nostro presente anche se, spesso, le sue avventure sono rivolte al passato storico. Questa tendenza di attualizzazione dell’avventura, condivisa appunto da Dylan Dog, aprì le porte poi a tutte le nuove serie bonelliane dei decenni successivi. Secondo te è anche questa una delle chiavi della longevità di Martin Mystère?

GA: La tua analisi mi trova completamente d’accordo. Anche secondo me Martin Mystère ha rappresentato una svolta, una modernizzazione del fumetto bonelliano, prima legato a un genere più tradizionale.

AO: Molti hanno definito Martin Mystère una serie colta: io penso che in realtà cerca di incontrare il gusto popolare pensando che certi temi storici e scientifici non siano appannaggio solo di un certo settore di pubblico. Si tratta pur sempre di avventura, ma Castelli la coniuga con temi suggestivi e del tutto opposti all’attuale tendenza ciarlatanesca di presentare il mistero. Anche questo è un motivo del suo successo, cosa ne pensi?

GA: Castelli è un maestro nel costruire storie intorno a una leggenda, fatto storico, scoperta, mito, curiosità o caso irrisolto. Riesce a rendere appetibili anche temi all’apparenza ostici, dandone la sua personale interpretazione pur rimanendo sempre credibile e appassionante. Di lui apprezzo anche lo straordinario senso dell’umorismo e l’ironia garbata presente in alcune sceneggiature, vedi le storie con Angie.

AO: Si dice che quando Castelli stava cercando la rappresentazione grafica di Martin Mystère, fosse rimasto deluso da diverse interpretazioni di alcuni disegnatori. Finché non vide le tua proposta e non ebbe più dubbi. Ci vuoi parlare di come nacque graficamente Martin Mystère? Se ci furono dei riferimenti e quali erano le direttive di Castelli?

Il primo numero di Martin Mystère GA: Con Alfredo c’è stata subito sintonia, iniziata con la nostra collaborazione al Corriere dei Ragazzi. Apprezzando il mio stile, mi contattò per studiare la grafica di questo nuovo personaggio da proporre a Bonelli. Mi disse che doveva essere un uomo di 40/45 anni, belloccio, biondo e aitante, molto americano. Nel model sheet non mi sono ispirato a nessun personaggio già esistente o ad un attore: fortunatamente sono piaciuti subito sia lui che i principali personaggi di contorno.

AO: Rispetto ai primi anni il tuo impegno con Martin Mystère è diminuito: disegni meno storie (ma le più importanti sono sempre tue, come quella del trentennale in uscita ad aprile) anche se conservi sempre il compito di realizzare le copertine. Inoltre il tuo tratto è cambiato nel tempo, avvicinandosi sempre di più allo stile di disegno chiamato linea chiara, di origine franco-belga. È stata una tua naturale evoluzione oppure sei stato influenzato anche dal fatto che hai pubblicato in Francia alcuni volumi, come la serie di Indiana Jones, i volumi di Outremer e L’Uomo di Mosca adottando quello stile perché richiesto?

GA: Le ipotesi sono entrambe valide: c’è una naturale evoluzione stilistica, dovuta al tempo e alla pratica, aiutata dalle nuove esperienze lavorative. È indubbio che l’incursione in Francia – e prima ancora la bella esperienza con L’Uomo di Mosca con Roberto Dal Prà – abbia influenzato un po’ il mio stile tanto che, riguardando i miei primi fumetti, mi chiedo a volte se sia stato un bene o no. Comunque devo anche dire che per carattere tendo a non adagiarmi, ho bisogno di mettermi alla prova e di sperimentare nuovi stili, nuovi strumenti e a guardare molto il lavoro dei miei fumettisti preferiti.

AO: Parlando di linea chiara mi vengono in mente autori come Moebius, Jacobs o Hergè che potrebbero essere stati tuoi modelli di riferimento. È così? E, in ogni caso, a partire dai tuoi esordi fino ad oggi quali sono stati, se ce ne sono, i disegnatori da cui hai attinto maggiore ispirazione?

GA: In principio ci fu Hugo Pratt. Quand’ero bambino aspettavo con ansia tutte le settimane l’uscita del Corriere dei Piccoli ed ero perdutamente innamorato dei suoi soldatini da ritagliare. Sono sicuro che nella soffitta di mio padre (che non butta niente) ce ne siano ancora!
A Pratt devo la decisione di fare questo lavoro. Ai tempi non esistevano le scuole di fumetto ed io imparai copiando le sue tavole: ci lavoravo dopo cena, rubando ore al sonno e agli amici tanta era la passione, perché di giorno c’era la scuola e più tardi un lavoro come illustratore presso una casa editrice di Jesi che mi prendeva tutto il giorno. Ammiravo moltissimo anche Gino D’Antonio (Storia del West), vennero poi gli americani (Robbins e Toth) e per ultimi ma non ultimi i francesi con Moebius sopra tutti. Mentre disegno tengo sempre sott’occhio le loro tavole a mo’ di stimolo e ispirazione.

Moebius e Alessandrini

AO: Preferisci ricevere una sceneggiatura tutta intera in modo da poterti fare un’idea complessiva della storia proponendo, nel caso, qualche suggerimento all’autore, o è indifferente anche se la ricevi a pezzi? Castelli e gli altri sceneggiatori bonelliani ti lasciano sufficiente libertà?

GA: Avere una sceneggiatura intera sarebbe l’ideale perché il bravo e coscienzioso disegnatore dovrebbe appunto leggerla prima di cominciare. Io non lo faccio quasi mai, cioè dò una scorsa veloce per farmi un’idea del soggetto ma mi riservo di scoprire la trama un po’ per volta, tavola dopo tavola. Non è un metodo che consiglio e che a volte mi ha portato a commettere qualche errore ma mi serve per aggirare la noia che qualsiasi lavoro alla lunga può portare.
Le sceneggiature che ricevo mi danno indicazioni di massima e in genere sono molto essenziali – ambientazione e dialoghi – dandomi così modo di costruire le scene e le inquadrature con grande libertà.

AO: Quanto pesa nel tuo lavoro la documentazione per realizzare situazioni, ambienti e tutto ciò che serve ad una storia? Come e da dove attingi le informazioni?

GA: La documentazione è fondamentale in un fumetto realistico, è ovvio. Con l’avvento di Internet la ricerca della documentazione che tanto tempo e tanta carta richiedeva è diventata meravigliosamente facile, una pacchia. Almeno posso scongiurare che la mia casa crolli sotto il peso di tutti i libri che prima ero costretto a procurarmi.

AO: Quali sono gli strumenti di lavoro che usi per realizzare le tavole? Matite e chine tradizionali o ti avvali anche del computer?

Con il penninoGA: Solitamente uso strumenti tradizionali: pennino morbido, pennarelli giapponesi, china e pennello, vari tipi di carta liscia, ruvida, da acquerello; dipende dal periodo e dall’effetto che voglio ottenere. Le matite sono sempre quelle gialle di legno perché hanno un buon odore che mi ricorda l’infanzia. Fin’ora non ho mai provato a disegnare un fumetto al computer ma non è detto, anche se faccio prima e meglio con i metodi classici.

AO: Ti trovi a tuo agio nella griglia della pagina bonelliana oppure certe volte ti senti un po’ vincolato perché ti impedisce soluzioni grafiche più ardite?

GA: Ci sono abituato e non costituisce un impedimento. Ogni tanto come ho detto mi concedo qualche volo pindarico lavorando fuori dalle serie bonelliane.

AO: La tua collaborazione con Bonelli iniziò nel 1977 quando Sergio, affascinato da quel Lord Shark che illustravi per Il Corriere dei Ragazzi, ti chiese di disegnare un numero della prestigiosa collana Un uomo un’Avventura: realizzasti L’Uomo di Chicago sui testi di Castelli. Fosti però interrotto dalla richiesta di disegnare un albo completo (il sesto, intitolato Sangue sulle stelle) dell’allora appena nato Ken Parker. Come fu quest’esperienza e il rapporto con uno sceneggiatore così preciso ed esigente come Giancarlo Berardi?

GA: Fu un periodo molto stimolante e carico di novità. All’inizio il formato bonelliano e il genere western che non avevo mai fatto mi crearono qualche difficoltà ben presto superata. Berardi era sì esigente ma per contro bravissimo e i suoi soggetti talmente belli e commoventi da far superare ogni cosa. Secondo me essere esigenti non è un difetto. In genere le persone serie sono innanzitutto esigenti con se stesse e di conseguenza pretendono altrettanto dai collaboratori.

AO: Alfredo Castelli ti era già noto ben prima del tuo ingresso in Bonelli. Lo conoscesti infatti al Corriere dei Ragazzi, dove debuttasti nel 1972, 40 anni fa, con i disegni della storia Il Cifrario del Maggiore Martin sui testi di Mino Milani. Ci vuoi descrivere la tua esperienza presso quella rivista che da molti è considerata ancora oggi una delle migliori mai pubblicate in Italia per la qualità dei suoi sceneggiatori e disegnatori?

GA: Riesci a immaginare lo stato d’animo di un ragazzo di provincia che, a 22 anni, si trova a collaborare alla rivista che lo ha fatto sognare fin dall’infanzia, accanto a quelli che per lui sono dei veri e propri mostri sacri? Ero estasiato e incredulo, tanto più che quando mi recai a Milano con la famosa cartelletta sotto braccio – è un episodio che racconto spesso – contavo tutt’al più su qualche consiglio. Invece me ne tornai a casa con una sceneggiatura di prova scritta niente meno che da Mino Milani! Ero al settimo cielo.

Il C.d.R. è stata una rivista meravigliosa, varia, stimolante, educativa del gusto e della qualità, con un target molto ampio. I tempi sono cambiati e forse oggi non avrebbe più ragione di essere ma è un peccato, lasciamelo dire.

OltremareAO: Outremer (pubblicato dopo la Francia anche in Italia da Alessandro Editore con il titolo di Oltremare) e la miniserie Magic Patrol di Zona X (collana figlia di Martin Mystère cui hai dedicato particolare impegno finché è rimasta nelle edicole) ti hanno visto lavorare insieme allo sceneggiatore Vincenzo Beretta, realizzando dei bellissimi disegni. Vi siete trovati, tu e Beretta, su un genere che piace ad entrambi come il fantasy o è stato un caso?

GA: Il genere fantasy mi piace molto perché mi da modo di viaggiare con la fantasia, coniugare realtà e sogno. Con Vincenzo Beretta avevo fatto appunto Magic Patrol (di cui vado particolarmente orgoglioso) e abbiamo voluto osare con Outremer che purtroppo non ha ottenuto la risposta che avremmo desiderato. Alcune tavole di Outremer credo siano tra le più belle che ho mai disegnato. Furono poi un po’ rovinate da una colorazione troppo invadente e in seguito problemi che non mi pare il caso di esporre qui mi hanno impedito di completare la serie. Peccato!

AO: Per restare alla Francia, tu sei uno dei pochi disegnatori italiani il cui lavoro è apprezzato Oltralpe. Se non sbaglio l’ultima tua opera pubblicata come bande dessinée è il quinto volume di Quintett, scritto da Frank Giroud per la Dupuis, di cui ho visto gli splendidi disegni sul sito internet del libro. Ci vuoi parlare di quest’esperienza? Quali temi affronta la storia?

QuintettGA: Disegnare Quintett è stata un’esperienza molto bella e gratificante sotto tutti i punti di vista. Anche un po’ stressante perché bisogna tenere conto che io sono subentrato per il forfait di Giulio De Vita e i tempi si erano alquanto ristretti. Frank Giroud è uno sceneggiatore precisissimo e particolarmente bravo. I suoi soggetti sono estremamente complessi, dei perfetti incastri, un intrecciarsi di diversi punti di vista, vicende realmente successe mescolate a geniali invenzioni narrative, introspezione psicologica dei personaggi, passioni, drammi, crudeltà e amore.

Raccontare la vicenda è troppo complicato: posso dire che il tutto parte dall’annosa querelle tra innatisti e comportamentisti, molto in voga nell’ambiente psichiatrico e scientifico nei primi decenni del ‘900. Alla base di tutto c’è una crudelissima scommessa. Ma dovrete leggere (in francese, visto che in Italia non è stato pubblicato) tutti e 5 i volumi, più il 6° che integra tutta la vicenda con documenti, lettere, fotografie dei luoghi descritti, note storiche e brevi racconti che ho disegnato io. Sarà tutto vero o si tratta di invenzione? Il dubbio rimane.

AO: In Italia hai ricevuto nel 1992 il prestigioso premio Yellow Kid come migliore disegnatore italiano e sei apprezzato e acclamato in ogni mostra o festival di comics che frequenti. Ma perché comunque la Francia rimane sempre il posto in cui ogni disegnatore o autore di fumetti vorrebbe pubblicare?

GA: Metti il dito nella piaga. In Italia purtroppo il fumetto è considerato un genere di serie B mentre in Francia la B.D. è letteratura e arte, qualcosa di prezioso da possedere, tanto che non esistono fumetti seriali del genere bonelliano ma solo cartonati che qui sono considerati un lusso che si concede solo ad autori molto commerciali o molto classici (in genere anche molto deceduti ma questo lo dico solo a te). Di contro in Francia c’è un’incredibile produzione di albi che fa sì che se non hai alle spalle una casa editrice che ti promuove sufficientemente rischi di perderti nel mare magnum delle sconfinate pubblicazioni. Si tratta di un mercato difficile, sempre alla ricerca della novità, ma se vieni notato ti dà grandi soddisfazioni.

AO: In casa Bonelli, Ken Parker e Martin Mystère non sono state le uniche testate ad ospitare i tuoi disegni. Nel 2004 hai realizzato infatti il tredicesimo Dylan Dog Gigante intitolato Il “Senza Nome” sui testi di Paola Barbato. È stata una piacevole incursione in un genere che ti piace come l’horror? Dylan Dog è un fumetto che hai letto o leggi?

Dylan Dog GiganteGA: Ti sembrerà strano ma io leggo pochissimi fumetti. Più che altro li sfoglio per i disegni, per trarre ispirazione, per vedere le novità. Però ho seguito Dylan Dog, specie all’inizio e soprattutto le storie disegnate da Angelo Stano che ammiro molto. Il genere horror non mi fa impazzire ma come disegnatore lo apprezzo perché mi permette di spaziare graficamente. In ogni caso il Dylan Dog Gigante che ho disegnato mi ha dato grande piacere sia per la bella sceneggiatura sia per i riscontri avuti.

AO: Nel 2006 hai disegnato sui testi di Claudio Nizzi Canyon Dorado, il ventesimo Texone, onore che Sergio Bonelli riservava solo ai migliori. Nell’introduzione al volume l’editore scomparso ti faceva i complimenti definendo il tuo tratto «apparentemente veloce e sintetico, in qualche caso, grottesco» ma sempre capace di «conferire una prorompente fisicità alle figure presenti in scena e una fascinosa atmosfera lunare ai personaggi, che, comunque, nulla perdono del loro potere evocativo, rispetto a quelli tratteggiati da disegnatori più realistici». Con quale approccio hai affrontato un mostro sacro come il ranger ideato da Gian Luigi Bonelli, ritornando al West dopo tanti anni da Ken Parker?

GA: Forse non potrei sostenere lo stress di disegnare sempre Tex ma una tantum non è stato niente male. È stata un’occasione prestigiosa di cui vado orgoglioso non fosse altro che per i 2.500 cavalli che ho disegnato… Mi sono preso la briga di contarli e gira voce che anche Sergio Bonelli abbia avuto a che dire con Nizzi per il numero spropositato di cavalli che ero stato costretto a disegnare. Per fortuna avevo alle spalle l’esperienza di Ken Parker e in questo caso il detto «impara l’arte e mettila da parte» calza a pennello.

AO: Ad un certo punto della sua vita editoriale Martin Mystère è diventato bimestrale presentando storie autoconclusive, tendenza comune ad altre testate bonelliane. Inoltre, negli ultimi anni, Sergio Bonelli ha sfornato diverse mini-serie, incontrando il plauso dei lettori (compreso il mio). D’altra parte, però, mi dispiace che il mercato fumettistico seriale chieda solo mini-serie, e non più collane di cui non si programma già in partenza la conclusione dopo 12 o 18 numeri. Ho “solo” 40 anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex, Mister No o Martin Mystère senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di 30 giorni rendeva più bello il momento dell’acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati?

GA: Devo essere sincero: io sono favorevole alle storie autoconclusive specie se si tiene conto dei tanti lettori occasionali che hanno il diritto di conoscere la fine di una storia e possono rimanere delusi da una sospensione così lunga. Voi “zoccolo duro” siete dei raffinati, lo so, ma bisogna pensare anche alle nuove generazioni che hanno un rapporto diverso con il tempo e i ritmi della narrazione (basta pensare ai film) e la pazienza quasi erotica di un bonelliano DOC è per loro sconosciuta.

Gli eroi di Alessandrini

AO: Personalmente mi ritengo un appassionato di fumetti di formazione bonelliana, ovvero una persona che, da bambino, come tanti, ha scoperto i fumetti grazie agli albi della casa editrice milanese. Poi sono cresciuto e ho imparato ad apprezzare tanti altri autori e generi, ma Bonelli mi ha dato gli strumenti per farlo e tuttora lo seguo. Oggi c’è la tendenza in Italia da parte di molti a contrapporre un fumetto d’autore, da libreria, a un altro popolare, da edicola, per cercare di invogliare ai fumetti coloro, e sono tanti purtroppo, che credono che si tratti solo di una lettura banale per ragazzi. A tal fine si usa anche il termine “graphic novel” quasi distaccandosi, anche con le parole, dal termine fumetto. Non pensi che si tratti solo di un’operazione di marketing e che in realtà il fumetto è un linguaggio e che il valore artistico di un’opera va al di là del fatto che sia pubblicato in edicola o in libreria?

GA: Penso che il fumetto, con le dovute distinzioni, sia un forma d’arte a tutti gli effetti, oltretutto particolare e complessa. Mi sono accorto di quanto superficialmente molta gente fruisca di tale forma espressiva quando mostro a dei profani una tavola originale. Le reazioni sono sempre di stupore per il formato e per l’artigianalità con cui vengono ancora eseguite. Non vogliamo definire artista Moebius, di cui non rimpiangerò mai abbastanza la scomparsa? Vogliamo parlare di Pratt? Sarebbe un elenco troppo lungo.

Ma tornando alla tua domanda credo che IL graphic novel sia un genere ben diverso dal fumetto seriale e il nome stesso lo definisce come romanzo grafico e non si tratta solo del luogo in cui viene venduto. Nel graphic novel c’è molta attenzione all’aspetto psicologico dei personaggi, all’impaginazione, all’invenzione creativa dell’autore. Non si può negare che questo genere abbia portato delle novità nell’ambito dei fumetti e che gli abbia fatto fare un salto qualitativo. In genere sono pubblicate su carta migliore che impreziosisce il segno e in un formato più grande. Per me non si tratta solo di un’operazione di marketing. Con questo non voglio sminuire il valore anche artistico del fumetto seriale (oltretutto non mi farei un buon servizio), dico solo che si tratta di generi differenti.

AO: Serietà, onestà e rispetto per il lettore sono stati alcuni dei valori più importanti che hanno caratterizzato il lavoro di Sergio Bonelli. Secondo te qual è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano? E come cambierà il mondo delle nuvole parlanti dopo la sua scomparsa?

GA: Sergio non è stato solo un editore ma e soprattutto un amico carissimo oltre che uomo davvero stimabile. La sua improvvisa scomparsa mi ha scioccato e reso orfano. Lui amava il suo lavoro. Ha dato la possibilità a moltissimi disegnatori e sceneggiatori di vivere della propria passione e tutto ciò è impagabile. È sempre stato coerente con se stesso, sentiva la responsabilità di entrare nelle case, di essere letto dai ragazzi. Le sue pubblicazioni sono sempre state in un certo senso “etiche”, non sono mai cadute nel bieco commerciale, non hanno mai seguito la corrente, non sono mai state di moda, ma l’hanno creata.
Cosa cambierà? Non lo so, spero niente anche perché la linea editoriale della Casa Editrice sembra voler rimanere fedele a se stessa.

AO: Quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai lavorando su una nuova storia di Martin Mystère o ci sono in vista altre idee extra Bonelli?

GA: Da qualche giorno ho iniziato un nuovo numero di… Dylan Dog, della serie normale su testo di Luigi Mignacco. Ma non ti preoccupare: è solo una scappatella.

Nota biografica

Giancarlo Alessandrini, nato a Jesi nel 1950, inizia la sua attività professionale nel 1972 in collaborazione con il Corriere dei Ragazzi: su questa testata compaiono serie da lui realizzate come Anni 2000, Lord Shark ed alcuni episodi de Il Maestro. Più tardi disegna storie di guerra per la Fleetway di Londra. Realizza poi le avventure di Eva Kant per la rivista Cosmopolitan.
Nel 1977 inizia la collaborazione con la Sergio Bonelli Editore disegnando il libro L’uomo di Chicago per la serie Un uomo un’ avventura su sceneggiatura di Alfredo Castelli, e alcuni episodi della rivoluzionaria serie western Ken Parker sui testi di Giancarlo Berardi.

Nel frattempo lavora con Il Giornalino disegnando le serie Ai confini dell’avventura di Folco Quilici e Rosco & Sonny sui testi di Claudio Nizzi.
Nel 1982 crea graficamente il personaggio di Martin Mystère di Alfredo Castelli, del quale è tuttora disegnatore titolare e copertinista della serie.

Nel 1990 realizza insieme allo sceneggiatore Roberto dal Prà L’uomo di Mosca pubblicato in Italia dalla rivista Torpedo della ACME e in Francia dalla Bagheera e da France-Soir.

Di seguito lavora ad alcuni episodi con la rivista Splatter e Mostri e alle avventure poliziesche tragico-comiche di Anastasia Brown sempre con Dal Prà per il magazine L’Eternauta.

Da una costola di Martin Mystère nasce nel 1992 Zona X, il primo “balenottero” della Bonelli. Alessandrini è chiamato a disegnare le copertine anche di questa collana e nel corso degli anni ’90 realizza delle belle storie di ispirazione fantasy, sui testi di Vincenzo Beretta.

Negli stessi anni per la Bagheera di Parigi disegna i tre volumi della saga di Indiana Jones sui testi di Claude Moliterni e due volumi di genere fantasy dal titolo Outremer su testi ancora di Vincenzo Beretta, pubblicati dalla casa editrice Albin Michel.

Nel 2004 realizza il tredicesimo Dylan Dog Gigante e, nel 2006, il ventesimo Texone. Nel 2007 disegna il quinto volume di Quintett di Frank Giroud per la Dupuis. Ad aprile 2012 uscirà l’albo che celebra il trentennale di Martin Mystere con i suoi disegni e i testi di Castelli.
Nella sua ormai quarantennale carriera Alessandrini ha ricevuto molti premi tra i quali nel 1992 il prestigioso Yellow Kid come migliore disegnatore italiano.

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