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Palcoscenico

Lucia Poli

Satira e ironia in salsa veleno

Riccardo Visintin (RV): Siamo contentissimi di essere finalmente in compagnia di Lucia Poli, che manca da Trieste da un bel po’ di anni. È ritornata con uno spettacolo importante in cui in qualche modo dimostra di essere sempre la straordinaria commediante — un’attrice a tutto tondo — di sempre, che abbiamo apprezzato con tantissimi spettacoli — e sarebbe lungo fare l’elenco, da “Liquidi” a “Donne in bianco nero”, “C’era una volta”, “Per Dorothy Parker”…

Dunque, domanda in qualche modo scontata: com’è stato questo ritorno a Trieste dopo un bel po’ d’anni?

Lucia Poli (LP): Be’, intanto grazie per l’accoglienza, credevo di essere già morta da come hai parlato…

Invece vedranno anche gli spettatori che si metteranno in contatto con questa rubrica che sono “viva”, ancora viva e posso rispondere!
Sono tornata volentieri a Trieste perché appunto erano tanti anni… non è una piazza che si fa normalmente, facilmente… sai, dipende sempre da chi ci invita, ovviamente.

Le Compagnie vanno sempre dove vengono chiamate, dove vengono invitate a lavorare.

E questa volta, grazie appunto al Teatro Stabile di Calabria e Geppy Glejeses che lo dirige, e che ha voluto questo spettacolo del quale è anche protagonista come Ernest, grazie a lui dicevo ho accettato di fare questo personaggio e mi sono trovata in una grossa tournèe che girerà per due anni addirittura, e quindi facciamo un po’ tutta Italia, mentre con i miei spettacoli mi è stato un po’ più difficile, perché io faccio un teatro un pochino più piccolo, come dire, che va in teatri più piccoli, meno importanti, e quindi faccio dei circuiti anche più ristretti.

Sono contenta di partecipare a questo spettacolo perché è un tipo di umorismo che mi assomiglia. Io non ho un tipo di umorismo “all’italiana”, non ho mai fatto Commedia dell’Arte, o teatro comico all’italiana, detesto il teatro simil-televisivo e quella comicità appunto della satira televisiva, non mi piace, non mi assomiglia, non è il mio genere.

Invece, mi trovo molto vicina a questo tipo di umorismo anglosassone, così surreale, così fantastico… ma ci sono anche autori italiani che hanno questo tipo di umorismo così surreale, paradossale, e cito per esempio Achille Campanile: io feci un bel suo sceneggiato in televisione tanti anni fa, da “Ma che cos’è questo amore” di Campanile con la regia di Gregoretti. E poi per esempio Stefano Benni, col quale collaboro da anni, e mi scrive dei testi molto carini, molto surreali, molto fantastici…

Ce n’è uno in cui interpreto una “topastra” per esempio, e non è consueto, ma sembro proprio… senza trucco di baffi, ma nell’animo sono proprio una topona che esce dalla fogna.

RV: Lei mi ha già praticamente “cassato” una domanda… volevo appunto chiederle l’importanza di portare avanti in Italia un teatro bellissimo — perché è veramente bellissimo, colto, raffinato -: lei in questo caso con questo testo di Wilde; Paolo Poli, suo fratello, in questo momento con Palazzeschi sta ottenendo successi incredibili…

Lei ha fatto “ditta” tra le altre cose con suo fratello per parecchi anni.

La domanda che le faccio è questa, anche se lei parzialmente mi ha già risposto: i giovani, il pubblico giovane, quello che vede comunque anche a Trieste, pensa che abbia capito, che stia recependo questo tipo di teatro?
Diciamo che sono un po’ bombardati da varie proposte, no? Alcune un po’ grevi, altre un attimino forse più di qualità, ma insomma il pentolone è grande.

Avere questo background importante, di questa comicità che attinge a testi importantissimi, anche italiani, sempre con un certo gusto… Lei crede che ci sia comunque sensibilità anche per questa proposta?

LP: Per fortuna il pubblico non è tutto uguale, non è omogeneo, ma eterogeneo, per cui ci sono tanti pubblici differenti.

L’importante per un attore o per chiunque si ponga al pubblico a fare un lavoro di comunicazione, è trovare il “suo” pubblico. Per cui ci sono dei giovani che sono stufi di una comicità troppo volgare, troppo facile, oppure che non hanno voglia di mettersi davanti al televisore. La televisione, si sa, è più la consolazione delle persone sole, anziane, che non escono di casa.

I giovani amano uscire, e quindi ci sono tanti giovani che hanno voglia anzi di proposte intelligenti, interessanti, perché magari stanno scoprendo la cultura e quindi leggono, si appassionano…

Certo, non sono tutti così, poi ci sono anche quelli che si lasciano trascinare da chi urla più forte, quindi dallo slogan più facile, dal manifesto che si vede per strada, si sa che la pubblicità è terribile, perché domina le coscienze, non a caso tutti i dittatori hanno sempre preso in mano tutti gli strumenti di comunicazione, no?

Sanno che con quello si comanda, perché si impone anche alle coscienze.

Però, per fortuna, io trovo che ci sono varie categorie, vari gruppi di persone. Per quello, come ti dicevo prima, io sono anche lieta di avere un pubblico ristretto quando faccio i miei spettacoli diciamo non molto danarosi, con produzioni non ricche, con però un pubblico che ha deciso di andare a vedere quella cosa lì, che conosce il testo, che sa chi è Benni, Chiti, o Dorothy Parker…

Ti parlo degli autori che io appunto ho frequentato negli ultimi anni, o Palazzeschi nel caso di Paolo.

Certo, quando si fanno invece circuiti più vasti, come questo, con platee così grandi, il pubblico è misto.

Allora c’è una parte del pubblico che si sente colta, che sa, recepisce anche le sottigliezze e i dettagli, e invece, certamente, c’è anche quella parte del pubblico che non sa nemmeno cosa è venuta a vedere, che però molto spesso viene trascinata.

Ci è capitato in non so quale piazza, immediatamente precedente a questa di Trieste, sempre in un teatrone grande eravamo, un gruppo di ragazzine, giovanissime, che sono venute dopo in camerino a dirci: “è la prima volta che andavamo a teatro, ma pensavamo che fosse una cosa noiosa, e quindi ci siamo andate quasi spinte dal professore d’inglese che ci ha detto “andate, perché Wilde lo dobbiamo studiare, eccetera eccetera… Invece ci siamo divertite: di qui in avanti andremo sempre a teatro!”
Be’, questo è un successo straordinario…

RV: Ora un’ultima domanda… Come le dicevo già in un’altra occasione, speriamo che non passino altri dieci, quindici anni prima di rivederla a Trieste, anche se so che non dipende da lei…

Il pubblico triestino si ricorda dei suoi spettacoli con Paolo Poli. Me ne nominavano alcuni, “Cane e Gatto”; “Femminilità”, e il pubblico, questo glielo confermo, si ricordava di voi due, si ricordava di questi spettacoli, qualcuno mi ha chiesto: “domandale se ritorneranno assieme su di un palcoscenico”, e allora io le giro la domanda…

LP: Sì, sì, non è escluso infatti, perché per alcuni anni io sono stata un pochino limitata dall’avere avuto un figlio, “Cane e Gatto” era proprio dedicato al bambino, al mio bambino che era piccolo. Ma adesso ha diciotto anni, e io posso muovermi un pochino con più agilità, lasciarlo con suo padre, o da solo — e sta volentierissimo da solo o… con la sua ragazza.

Invece quando era più piccolo ho dovuto occuparmi di lui, e quindi non fare delle produzioni di tanti mesi di tournèe come succedeva con Paolo.

Ma io mi sono ricordata di questo fatto… tu m’hai detto “Femminilità”… sai che in “Femminilità” c’era una grande attrice triestina, Jole Silvani,che ha lavorato con noi per anni?

E in “Femminilità” siamo stati qui con un successo straordinario e con Jole che faceva un po’ da padrona di casa. Ti parlo del 1975-1976, tanti anni fa insomma…

Lei era allora nel fiore degli anni, già matura ma ancora bellissima. Era stata una “bellona” e una straordinaria attrice comica spiritosa, forte in scena, con una carica, una forza da leonessa: io così me la ricordo. Le ho voluto tanto bene, abbiamo fatto altri spettacoli insieme, ma “Femminilità” è l’unico che è venuto qua, dove eravamo insieme, e me la ricordo con tanta simpatia.

RV: Guardi, io andrei avanti ancora un paio d’ore, perché è davvero bellissimo starla ad ascoltare, ma putroppo non si può…

E non come “fanalino di coda”, ma bisogna parlare dello spettacolo, di questo ruolo che, devo dire, è veramente irresistibile: è un ruolo in cui ci sono talmente tante sfumature, tanti giochi di colore interpretativo, che il pubblico segue, apprezza, questa cattiveria anche simpatica…

Questo ruolo le piace? Si diverte a farlo in scena? Sente il coinvolgimento del pubblico nei suoi confronti?

LP: Moltissimo. E ti dirò che questo era il ruolo tra l’altro che sarebbe piaciuto a Wilde… Wilde stesso avrebbe voluto interpretare questo ruolo, e tra gli attori italiani sai chi era? Romolo Valli…

Romolo Valli ha sempre detto: “l’unico ruolo che mi manca di interpretare è Lady Bracknell ne L’importanza di chiamarsi Ernesto”…

Io lo trovo straordinario. E sai perché mi affascina? Perché è un ruolo di grande contraddizione. Cioè, è un ruolo per fortuna ambiguo, dove da una parte c’è l’antipatia di Wilde per questa reazionaria, che rappresenta l’establishment, l’ancient regime, tutto quello che lui detesta, ma dall’altra, invece, c’è la simpatia per questo cinismo, questa luce di intelligenza cinica, per cui…

In fondo Wilde viveva di questa contraddizione, perché amava ciò che detestava, era un frequentatore dei salotti aristocratici, e li frequentava grazie al suo humour, ai suoi aforismi… e in bocca a Lady Bracknell lui mette il massimo di questi aforismi, per cui alcune volte appare come una perfetta idiota, altre volte sembra una donna di una lungimiranza, di un’ironia, di un’intelligenza…

Da questa contraddizione io trovo un po’ di sangue, un po’ di viscere, per il personaggio, e sennò è chiaro che in questa commedia che è un grande gioco dell’intelletto i personaggi sono tutti… come dire… privi di carne, sono delle apparizioni, degli ectoplasmi, perché è un grande meccanismo dove non esistono delle profondità psicologiche, ma dei fantasmi…

RV: Grazie mille e buona tournée.

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