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Cinema

Pasquale Scimeca

La necessità dell’impegno

Luciano Dobrilovic (LD): Può spiegarci i termini in cui si esprime l’impegno politico nei suoi film, e in questo particolarmente?

Pasquale Scimeca (PS): Uno dei miei punti di riferimento nella storia del cinema è il cinema novo brasileiro, che era un cinema rivoluzionario, dove il cinema è uno strumento per la rivoluzione… Chiaramente, in Occidente ormai non si fanno più rivoluzioni, per cui il cinema può essere uno strumento per capire meglio certe cose, e in questo senso il mio è un cinema di impegno politico; per me, “politica” non è solo la lotta per il potere o per affermare i diritti dei poveri, ma anche un’idea della cultura, per cui nel mio cinema c’è un bisogno di combattere contro un’idea di omologazione culturale che oggi quasi tutto il cinema porta avanti; va sostenuta l’idea di un linguaggio che possa rompere con la tendenza omologante dell’odierno cinema, privo di gusto, banale e ripetitivo.

LD: Mediante il linguaggio filmico, cosa è possibile fare per esprimere questa volontà di rottura contro l’omologazione?

PS: Secondo me, è principalmente il problema del proprio punto di partenza: questo può trovarsi dentro la storia del cinema e consistere in un modello già esistente, oppure al di fuori della storia del cinema… è necessario cercare all’interno della storia del cinema e al suo esterno dei modelli espressivi che si avvicinino al tuo gusto, ma siano anche capaci di andare oltre ad esso, verso la costituzione e l’inserimento, all’interno del complesso linguaggio cinematografico, di elementi personalizzanti.

LD: …quindi una volontà di rottura contro l’omologazione che si esprime anche a livello linguistico; Lei ha anche parlato di gusto per lo spettacolare: si tratta forse, prima di esprimere tale volontà di rottura, di scendere a patti con il proprio fruitore, pagando il prezzo di piacere al pubblico?

PS: No, non è necessario scendere prima a patti con il pubblico… Se io parlo di spettacolarità, mi riferisco a un elemento intrinseco del linguaggio cinematografico, a una sua parte integrante; il cinema è spettacolo, è immagine, altrimenti sarebbe letteratura… Io credo che oggi più che mai ci sia il bisogno di combattere contro questa idea del pensiero unico, della globalizzazione, secondo cui in tutto il mondo si dovrebbero indossare gli stessi vestiti, parlare allo stesso modo, vedere gli stessi film; credo che oggi uno dei possibili elementi di rivoluzione è quello di “rompere”, ognuno nel mondo in cui vive e col proprio impegno, altrimenti c’è il rischio di un annullamento dell’umanità. Quello che si sta cercando di fare oggi, a livello di potere globale e imperialista, è creare una sottospecie umana di consumatore unico, dove basta qualcuno che dia la linea, e immediatamente tutti comprano gli stessi vestiti, ascoltano la stessa musica, indossano le stesse cose, bevono gli stessi vini: questo è terribile, perché oltre a distruggere le culture, distrugge le economie dei popoli, in quanto impone un tipo di economia controllata dalle multinazionali; la rivoluzione oggi parte da questo; questo tipo di economicità è un danno enorme non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico, perché è un mondo che si sta costruendo sulla ricchezza di pochissimi: quella che una volta era la lotta di classe, interna a ogni singolo paese, si sta trasformando e sta diventando l’opposizione tra un grande paese, l’Occidente, ricco e industrializzato, e tutto il resto del mondo come un’immensa riserva di povertà, dove la gente muore di fame senza la possibilità della speranza, che è la cosa più terribile: la dissoluzione, cioè, della speranza nel cambiamento, dell’utopia. Si distrugge l’idea della speranza nel cambiamento distruggendo la “cultura del cambiamento”. Il problema di un cinema diverso si pone oggi più che mai, ancora più drasticamente e drammaticamente che nel passato.

LD: Può essere necessario provocare reazioni di scuotimento e irritazione nel pubblico, anziché di adesione immediata?

PS: Sì, assolutamente: per me il cinema non deve servire ad acquietare la coscienza o far sentire tutti parte di una medesima cosa. Il cinema fondamentalmente, ma anche le altre forme di cultura e d’arte, come la letteratura, devono servire a creare inquietudine nel fruitore, un’inquietudine che lo accompagni anche in seguito e lo faccia riflettere.

LD: è informato sul cinema croato?

PS: No, purtroppo, ed è un altro degli enormi problemi… Ogni tanto diviene nota una cinematografia, ad esempio quella iraniana, o un autore come Kusturica, però, oggi manca la cultura delle rassegne di cinema particolari, delle riviste; io che faccio cinema devo confessare con vergogna che non so cosa succede all’interno del cinema croato, perché le notizie non arrivano.

LD: Che cosa può consigliare ai registi croati per partecipare attivamente a questa estetica rivoluzionaria di cui ci ha parlato?

PS: Parlare di se stessi, del proprio popolo, della propria realtà; oggi c’è il bisogno di conoscere e conoscersi… io non posso pensare che quello che so io della Croazia è quanto passa la stampa ufficiale, perché è un’idea falsa e codificata: se io ho bisogno di capire e sapere cos’è questa terra, il cinema può essere uno strumento; quello che può interessare a me di un cinema croato è la sua genuinità e sincerità, e non il cercare di fare un film simile a quelli americani: questo sarebbe solo un’imitazione; a me interessa, da uno che fa il cinema in Croazia, che mi faccia capire meglio, possibilmente con un film bello artisticamente, e mi parli della propria terra, del proprio mondo, o anche di se stesso, perché il popolo è quello che c’è fuori ma anche dentro a ciascuno di noi.

Pasquale Scimeca, fondatore della cooperativa di produzione indipendente Arbash Film, è noto al pubblico italiano per diversi lungometraggi – tra cui Un sogno perso del ’92, vincitore di un Globo d’Oro – e alcuni documentari televisivi, tra i quali ricordiamo Paolo Borsellino, del ’95. Il suo ultimo lungometraggio, Placido Rizzotto, del 2000, è stato presentato a Rovigno, a fianco delle due retrospettive delle opere di Paolo Benvenuti e di Valerio Zurlini, allestite per le “Giornate del Cinema Italiano” – una manifestazione svoltasi nella cittadina istriana dal 13 al 27 luglio, su iniziativa della Federazione Italiana dei Circoli del Cinema e della locale Comunità degli italiani, la cui sede ha ospitato, nel suo bel terrazzo all’aperto, le proiezioni e i cineforum. Placido Rizzotto è un film sulle vicende politiche ed esistenziali dell’omonimo sindacalista siciliano, ucciso dalla mafia nel ’48: un’opera amara e di forte tensione drammatica, assolutamente priva di retorica, con un’attenzione raffinata alla composizione dei quadri e alla cura dell’immagine, che nelle tematiche e nello stile, già dall’adozione, nella recitazione, del dialetto parlato dai contadini siciliani, ci ricorda La terra trema di Luchino Visconti e la parabola neorealista: ma l’autore ci avvisa come l’esigenza di un cinema diverso, culturalmente impegnato, “si ponga oggi più che mai, ancora più drasticamente e drammaticamente che nel passato”.

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