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Cinema

Giuliano Montaldo

Il respiro del grande cinema

Immagine articolo Fucine MuteRiccardo Visintin (RV): Siamo alla conclusione di Maremetraggio ed è veramente un onore incontrare uno dei più grandi registi italiani: Giuliano Montaldo, al quale non è possibile accostarsi senza emozione perché è stato il protagonista di una pagina del cinema italiano storica e memorabile, e continua ancora ad esserlo perché è in piena attività. È il regista, per fare qualche titolo, di Sacco e Vanzetti, de Il Giorno prima, del Giordano Bruno, de L’Agnese Va a morire, cioè di quella grande stagione del cinema italiano che forse oggi è finita o che in qualche modo non è più presente con questa intensità. Allora Montaldo, lei che è un regista di grandissima esperienza, come vede il cinema italiano oggi? In effetti è vero che la vostra generazione ha dato dei risultati artistici che adesso sono impossibili da ritrovare?

Giuliano Montaldo (GM): Devo dire che la squadra era forte. Credo che sarebbe stato divertente fare una fotografia di gruppo, come quella che si faceva nelle scuole, in prima, seconda o terza fila con il maestro in ultima. Zavattini al centro, Amidei vicino a lui — mi riferisco ai grandi sceneggiatori naturalmente. Si vedrebbero Antonioni, De Sica, Fellini, Rossellini, Lattuada, Germi, e poi, sopra, noi che allora eravamo i più giovani. Una squadra che probabilmente è irripetibile, una stagione di grandi passioni civili, ma anche con una grande voglia di divertire con la commedia italiana che è stata graffiante e straordinaria. Sono passati dei momenti in cui, come dire, si sono aperte anche troppe finestre, nel senso che oggi un potenziale spettatore trova a casa la possibilità di scegliere lo spettacolo che ritiene più giusto. Per fortuna ci sono i DVD che ripropongono i film di tanti colleghi, riproposti anche nelle scuole e nelle università, e si continua alla fine a fare del cinema un punto di riferimento; e, per la verità, alcuni giovani autori sono alla ricerca di questa passione. Io credo che però quella certa stagione ha fatto un suo tempo. Dalla voglia di narrare possono nascere diverse forme, ma credo che in questo momento ci sia una malinconia diffusa. Molti autori giovani guardano più al loro ombelico che al mondo, si chiudono dentro a storie di famiglia, forse biografiche. Io credo che invece bisognerebbe portare più attenzione verso i problemi della gente. La mia esperienza al centro sperimentale di cinematografia è durata tre anni e mezzo, ed ho trovato difficile insegnare regia perché credo che la scrittura sia qualcosa che ognuno di noi deve sentire e deve capire. Io lo posso insegnare, lo dicevo anche ieri, cos’è la macchina da presa, come gestire i rapporti coi vari componenti della troupe: prima la scrittura, che è fondamentale, poi i rapporti col direttore della fotografia, con l’architetto, con lo scenografo, con la produzione, con i problemi legati al piano di produzione, che sono a loro volta legati ai tempi e alla disponibilità del budget. Ecco: tutto questo si può insegnare, ma non il talento.

Quanto all’esperienza cinematografica, come presidente (di Rai Cinema, ndr), posso dire che lavorare insieme a Bellocchio, a Virzì o avere a che fare con autori dei quali si sa quale sarà il Marco Tullio Giordana, è chiaramente più facile; difficile è cercare di aiutare i giovani a fare meglio.

Immagine articolo Fucine MuteRV: Il suo è un cinema di grandi storie, di grandi uomini, però anche di respiro in qualche modo scenografico: un cinema costruito anche grazie all’apporto di attori straordinari, come Gianmaria Volonté, che era anche un suo carissimo amico, e di grandi sceneggiatori. Anche questo forse è un problema del cinema attuale: non ci sono più delle belle storie, non ci sono più — lei nominava la commedia italiana — i Sergio Amidei, i Sonego; ma anche gli autori che lavoravano con Petri, con lei, con Pontecorvo. Ce ne sono di meno, c’è meno capacità secondo lei di scrivere delle belle storie?

GM: C’è meno pazienza, soprattutto a riconoscere che, una volta scritta la sceneggiatura, bisogna incominciare a rileggerla a riscriverla ad andare avanti, migliorarla. Come se una bella pagina scritta al computer, stampata come se fosse un libro, senza un errore, fosse già perfetta. No, bisogna rileggerla, ed aggiungere magari qualche cosa a mano, sporcandola, facendo vedere che è lavorata e viva. Non voglio dare la colpa al computer, ma devo dire che c’è qualche cosa di freddo. Insomma, in poche parole, bisogna ritrovare la passione nella scrittura e nella realizzazione di un film. Ogni film è un prototipo che può essere ironico, può essere provocatorio, può essere grottesco, drammatico o comico, ma comunque deve sempre essere fatto con una grande passione: il pubblico che va al cinema ci fa un regalo.

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