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Cinema

Sul Filmfestival Città di Trento 2004

Immagine articolo Fucine MuteIn un’epoca in cui Festival e rassegne cinematografiche nascono e scompaiono con estrema facilità, il Filmfestival Internazionale Montagna Esplorazione Avventura “Città di Trento” è arrivato alla cinquantaduesima edizione dimostrando con la sua accurata e qualificata selezione di opere e con il largo consenso di pubblico di essere un appuntamento imprescindibile per gli appassionati di questo genere di film. Inoltre, nella giusta e legittima aspirazione di proporre al pubblico percorsi sempre più coinvolgenti, ha “inventato” delle serate monografiche che, negli ultimi tempi, hanno celebrato l’Anapurna, il primo degli ottomila (2000), l’Everest, la montagna più alta della terra (2003) e quest’anno il K2, la montagna degli italiani, mentre, nel 2005, i riflettori saranno puntati sull’Artide ed Antartide.

Così, come nella scorsa edizione l’incarico di presentare filmati e protagonisti è stato affidato ad uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, Reinhold Messner. Un compito, in verità non facile, per le polemiche, ancora non sopite, a cinquant’anni dalla conquista della vetta da parte di una spedizione italiana. Ma il felice epilogo di quella gloriosa impresa ha radici ben più lontane. Per questa ragione dobbiamo fare un balzo indietro di quasi cento anni. Fu infatti, uno dei pionieri del cinema, il biellese Vittorio Sella a documentare nel 1909 la spedizione alpinistico-esplorativa di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi sul Karakurum. Un filmato della durata di quasi mezz’ora cinematograficamente di valore grandissimo, anche rapportato con le immagini che Massimo Terzano girò nel 1929 al seguito di un’altra spedizione, questa volta a carattere scientifico, guidata da Aimone di Savoia, duca di Spoleto è evidente l’interesse che i monarchi italiani dell’epoca avevano per terre e montagne inesplorate. A ricordo di quella lontana impresa Lodovico Sella, nipote di Vittorio. È salito sul palco affermando di aver rintracciato recentemente duecento negativi di fotografie concernenti la spedizione del 1909. È stata quindi la volta di un anziano e glorioso alpinista americano, Charles Houston, che nel 1939 e nel 1953 ha tentato l’assalto alla vetta mancandola per poco.

E veniamo al momento più atteso della serata. Nel 1954 l’Italia organizzò una spedizione capitanata da Ardito Desio e composta da dodici alpinisti. Cinque tra i superstiti hanno risposto all’appello del Festival di Trento. I loro nomi sono Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Erich Abram, Ugo Angelino e Bruno Zanettin. Manca invece Walter Bonatti, che nella stessa serata, è ospite del programma televisivo di Rai 3 condotto da Fabio Fazio. Come ben sanno gli appassionati di montagna Bonatti da anni chiede “giustizia” con articoli e libri (l’ultimo si intitola “K2 la verità”). La sua verità si può sintetizzare così. Per far sì che i compagni di cordata Lacedelli e Compagnoni raggiungano la vetta egli decide di sacrificarsi. Torna perciò indietro a prendere le bombole necessarie per poi riportarle sopra il campo 8. Il giovane e forte alpinista deve scendere per 250 metri e poi risalire per 700. Ma all’appuntamento stabilito gli altri due alpinisti non ci sono e Bonatti, assieme allo sherpa Mahdi, è costretto a passare una notte drammaticissima e tempestosa a 8100 metri d’altezza. Questa verità è stata “sposata” pochi giorni prima dell’inizio del Festival di Trento da una commissione di tre saggi del CAI (Club Alpino Italiano) e fatta propria dallo stesso Messner. Sul palcoscenico del Centro Santa Chiara il fuoriclasse sudtirolese ha affermato testualmente: “Se c’è un padre di quella spedizione vittoriosa quello è Ardito Desio. Ma il secondo padre è sicuramente Walter Bonatti”. Per non dar adito ad ulteriori polemiche Messner ha presentato e chiamato alla ribalta, per il giusto tributo del pubblico in sala, i cinque alpinisti presenti senza però intervistarli. Sullo schermo sono invece passate le immagini del film celebrativo di quell’impresa “Italia K2” (1955) di Marcello Baldi, uno dei primi esempi di docufilm in cui le riprese dal vero (dovute a Mario Fantin e ai protagonisti dell’ascensione Compagnoni, Lacedelli, nel momento magico dell’arrivo in vetta, Abram e Rey) sono integrate da una struttura narrativa costruita a posteriori.

Immagine articolo Fucine Mute

Riferito dell’evento principale dell’edizione di quest’anno resta ancora da menzionare i premi assegnati da una giuria presieduta da Maurizio Nichetti e composta da Harish Kapadia, Fulvio Mariani, John Porter e Waclaw Swiezynski. Il premio speciale della giuria è stato assegnato a “Ergy” (Kazakhstan/Kyrgyzstan) di Marat Sarulu, dieci minuti d’immagini per sintetizzare ventiquattro ore della vita di un giovane abitante di una cittadina di provincia. La Genziana d’argento per il miglior film di sport e avventura sportiva è stato attribuita ex aequo a “Socialmente inutile” (Italia) di Andrea Frigerio, breve ma incisivo ritratto dell’alpinista Simone Pedeferri, e a “Dolomites trance” (Francia), firmato da Ride the Planets e dedicato agli appassionati di climbing e di base jumpers. La Genziana d’argento per il miglior film d’esplorazione è andata a “Alone across Australia” (Australia) di Jon Muir e Jan Darling, affascinante resoconto dell’attraversamento lungo 2500 chilometri di quel territorio da parte dell’esperto alpinista Jon Muir. Mentre la Genziana d’argento per il miglior film d’ambiente montano e di promozione dello sviluppo sostenibile è toccata a “Papuas” (Italia) di Marco Preti, reportage su un autentico paradiso terrestre chiamato Papua Nuova Guinea. La Genziana d’oro per il miglior film di montagna ha incoronato “Au sud des nuages” (Svizzera) di Jean-Francois Amiguette, storia di un contadino di un piccolo villaggio svizzero che intraprende un lungo viaggio con destinazione finale una località cinese dove, però, ritrova l’eco della sua terra natia. Infine la Genziana d’oro-Gran Premio Città di Trento è stata attribuita a “Touching the void” (Gran Bretagna) di Kevin MacDonald, un film di centosei minuti realizzato da un giovane ma già affermato cineasta scozzese che ricostruisce il tragico epilogo di una scalata compiuta nel 1985 da Joe Simpson e Simon Yates sulle Ande peruviane.

Da ricordare ancora che nella serata conclusiva il Festival ha reso omaggio al grande Vittorio De Seta, già vincitore del Gran Premio Città di Trento-Genziana d’oro nel 1961 con “Banditi a Orgosolo”, assegnandogli una Genziana alla carriera. Per l’occasione è stata presentata la copia restaurata dalla Filmoteca Regionale Siciliana del documentario “Isole di fuoco”.

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