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Omnia

La donna: una specie in via di estinzione

Charles BaudelaireIn una società in cui il denaro, e non più l’uomo, «è misura di tutte le cose», neppure la bellezza, categoria ontologicamente ineludibile, come fine o come mezzo, dell’opera d’arte, riesce a trarsi in salvo da una lenta ma inesorabile agonia, desacralizzata com’è, fra l’altro, dalla sua «riproducibilità tecnica»[1]. «La perte d’auréole colpisce anzitutto il poeta»[2], che, disperato flâneur tra gli ‘orrori metropolitani’ delle ‘città tentacolari’, vede parallelamente vacillare uno dei suoi punti di riferimento più irrinunciabili, la donna, petrarchesco ‘strumento d’espressione’ da sempre deputato ad essere portatore del valore ‘bellezza’. Come dice Benjamin, già «Il diciannovesimo secolo cominciò a inserire la donna, senza riguardi, nel processo della produzione mercantile. Tutti i teorici concordavano sul punto che la sua femminilità specifica era minacciata, e che tratti virili si sarebbero necessariamente manifestati in essa con l’andar del tempo. Baudelaire […] vuole sottrarli alla sovranità dell’economico. […] Il modello ideale della donna lesbica rappresenta la protesta dell’arte moderna contro l’evoluzione tecnica.» Vano eroico tentativo, di fronte alla manus tentacolare della società: «Nella prostituzione delle grandi città anche la donna diventa tale.»[3] Infatti, «L’ambiente oggettivo degli uomini assume, sempre più apertamente, la fisionomia della merce. Nello stesso tempo la réclame si accinge a coprire col suo bagliore il carattere di merce delle cose. Alla trasfigurazione menzognera del mondo delle merci si oppone la sua disposizione in senso allegorico. La merce cerca di guardarsi in faccia. E celebra la sua incarnazione nella prostituta»[4].

Il cuore del problema è, meyerianamente, di ordine psicobiologico: come scrive Erich Fromm, «determinate differenze biologiche [specie di origine sessuale] risultano in differenze caratterologiche; tali differenze si mescolano con quelle direttamente prodotte da fattori sociali; queste ultime hanno effetti di maggior rilievo e possono anche aumentare, eliminare o ribaltare differenze biologicamente radicate»[5]. Da ‘rinforzo del comportamento’ agisce pure, a livello psicisociale, il meccanismo inconscio della «protesta virile» acutamente teorizzato da Adler.

«La nostra tendenza attuale — scrive Margaret Mead — è di minimizzare tutte queste particolari differenze, nozioni da apprendere, ritmo, tipo e successione delle ricompense, e in gran parte cancellare le particolari differenze considerate svantaggiose per uno dei due sessi. Se è più difficile addestrare i ragazzi, li si addestrerà con più ardore; se le ragazze crescono più in fretta si separeranno dai ragazzi in modo che questi ultimi non ne siano danneggiati; se le donne hanno meno forza degli uomini si inventeranno macchine che le aiutino a compiere lo stesso lavoro. Ma ogni adattamento che riesca ad annullare una differenza o una vulnerabilità in un sesso, e una superiorità di forza nell’altro, diminuisce la possibilità di completarsi reciprocamente, e corrisponde ad abolire la costruttiva recettività della femmina e l’energica attività ancor più costruttiva del maschio, rendendoli entrambi degli esseri insignificanti e negando ad ognuno la completa umanità che avrebbero potuto raggiungere. Dobbiamo proteggere i sessi nei periodi in cui sono vulnerabili, difenderli e averne cura durante le crisi di volta in volta più ardue per l’uno o per l’altro. Ma proteggendoli, dobbiamo anche mantenere le loro differenze; colmare soltanto le diversità è in definitiva una forma di negazione»[6]. L’esito ultimo di tutto questo è l’omologazione maschio-femmina: il potere, annullate anche tramite un’apposita legislazione ed un’adeguata campagna ideologica le sue diversità dall’uomo, fagocita la donna e la asserve agli imperativi ineluttabili del capitale, astutamente performandola all’ideologia della classe dominante, cioè quella produttiva.

Immagine articolo Fucine MutePiù in generale, come già aveva compreso Platone, antesignanamente ponendosi  in una prospettiva di ‘psicologia del profondo’[7], i messaggi martellanti e spesso subliminali inviati dal potere occultamente piegano l’individuo agli imperativi del sistema: non è necessario che egli ne segua razionalmente e alla lettera le direttive; è bensì sufficiente che, da un lato, si assuefaccia ai valori del potere, registrandoli inconsapevolmente nel suo Inconscio, abituandosi ad essi e a considerarli normali per quanto deprecabili; che, dall’altro, trovi una giustificazione ideologica al suo agire conforme agli imperativi del capitale. Il cinema e la televisione costituiscono due fra i canali maggiormente privilegiati dal sistema dominante per imporre alle masse la propria ‘visione del mondo’[8].

Sensibili sono, in tutto questo, le analogie col Trecento, di cui sembrano ciclicamente riprodursi, sia pure in una prospettiva assai più ampia e complessa, tanto il terremoto ideologico e culturale quanto la progressiva estensione della categoria dell’ ‘economico’[9]; ma l’alienante drammaticità d’una condizione in cui il valore dell’uomo è legato ai suoi chrémata era già dolorosamente avvertita dalla cultura greca arcaica, da Teognide fino all’Anonimo dell’Athenaíon politeía.

In tutto questo emerge il drammatico straniamento di un’umanità che ha smarrito l’armonia fra ánthropos e phýsis, che era stato uno dei più profondi insegnamenti lasciati in eredità dal mondo classico alle generazioni a venire, e che è il cuore dell’Umanesimo. L’uomo moderno insomma, per usare una categoria ideologica della cultura greca arcaica, si è macchiato di hýbris, valicando con folle ‘tracotanza’ i suoi limiti e sconvolgendo il naturale ordine delle cose, che ora inesorabilmente gli si rivoltano contro, di giorno in giorno più minacciose.

Note


[1] Cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica [1936], tr. it., Torino, Einaudi, 1966.


[2] Benjamin, Angelus…, cit., p.134.


[3] Ibidem, p.135, p.137.


[4] Ibidem, pp.135-136.


[5] Erich Fromm, Sex and Character, in “Psychiatry”, 6, 1943.


[6] Margaret Mead, Maschio e femmina, Milano, Il Saggiatore, 19765; cfr. anche Id., Sesso e temperamento, Milano, Il Saggiatore, 1967 e Pierpaolo Donati, Sociologia della famiglia, Bologna, CLUEB, 1978.


[7] Cfr. specialmente le pp. 376e-417b della Politeía (Platonis Opera, recognovit brevique adnotatione critica instruxit Ioannes Burnet, tomus IV, Oxford, Oxford University Press, 197821).


[8] Cfr., a tale proposito, i profetici apologhi di George Orwell, 1984 (1950), di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1953; e del bel film omonimo di François Truffaut, del 1966); e, cinematografico, di Norman Jewison, Rollerball (1975).


[9] Cfr., per la società contemporanea,  anche la discussione di Fromm su Avere o essere? [1976], tr. it., Milano, Mondadori, 1977, nonché il sistema teorico sviluppato dal medesimo autore in Psicoanalisi dell’amore. Necrofilia e biofilia nell’uomo [1964], tr it., Roma, Newton Compton Editori, 19849.

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