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Cinema

Sulle Giornate del Cinema Muto 2004

Io li conoscevo bene. Di chi sto parlando? Di Piera e di Livio. Che di cognome fanno Patat e Jacob. Storia di Piera. E di Livio.

Flashback. Trieste, metà anni Settanta. L’emigrazione friulana di piccolo cabotaggio fa sbarcare nell’ex asburgica Trieste due ragazzi di Gemona in cerca di laurea. Bivaccano alla casa dello studente ma, forse, sono già consapevoli di essere dei predestinati. La loro missione sarà quella di evangelizzare e convertire gli infedeli alla decima musa. Per la verità Livio si laurea in biologia e poi, per sbarcare il lunario, insegnerà matematica. Piera, invece, sarà la prima laureata a Trieste di Alberto Farassino con una tesi su Giuseppe De Santis. Dunque prima della pioggia, del terremoto e di ogni evento naturale o innaturale io conoscevo Piera e Livio. Non sembri un’eccessiva captatio benevolentiae se rivelo questa circostanza. Lo faccio per testimoniare una sorta di lunga consuetudine con due ex ragazzi che di strada (cinematografica) ne hanno fatta veramente molta. Dalla creazione dal nulla di uno dei santuari della memoria filmica, La Cineteca del Friuli, all’ideazione delle Giornate del Muto che nelle primissime edizioni erano appannaggio di una ristretta cerchia di carbonari.

Immagine articolo Fucine Mute

Flashforward. Sacile, autunno 2004. Il viaggio ferroviario Trieste-Pordenone è un trasferimento d’ordinaria amministrazione. Una breve sosta in albergo e poi un pullman dell’organizzazione completa il percorso fino a Sacile. È qui che da sei anni si svolgono le Giornate del Cinema Muto a causa dei lavori per la ricostruzione del teatro Verdi di Pordenone che dovrebbero concludersi l’anno prossimo. Sacile è una graziosa cittadina che in questo periodo di forzato impedimento ha egregiamente fatto fronte allo stato di emergenza. L’edizione di quest’anno, la ventitreesima, ha offerto, come sempre, una serie di proposte raffinate: un omaggio ad Anthony Asquith ed ad altri cineasti inglesi degli anni venti, il centenario degli studios cinematografici di Fort Lee nel New Jersey, l’ottava parte del progetto Griffith dedicato ai film realizzati dal grande maestro negli anni 1914-15, il doveroso ricordo dello storco del cinema udinese Mario Quargnolo, socio fondatore della manifestazione, con la proiezione del colossal in quattro parti “Il ponte dei sospiri” (1921) di Domenico Gaido. Ma il punto di forza dell’edizione 2004 è stato la retrospettiva quasi completa del famoso sperimentatore russo Dziga Vertov, integrata dalla presentazione di opere realizzate dai suoi più stretti collaboratori. In effetti si tratta di una storia molto affascinante. Tutto ha inizio a Bialystok, un tempo città russa, ora polacca, abitata prevalentemente da ebrei. Qui il 2 gennaio del 1896 nasce Denis Kaufman che successivamente avrebbe preso il nome di Dziga Vertov. Un anno dopo viene al mondo suo fratello Mikhail, operatore per Dziga e successivamente autore di alcuni documentari tra cui il bellissimo “ A primavera” (1929). Infine, un terzo fratello, Boris, vede la luce nel 1906. Egli, dopo aver appreso la lezione dagli altri due, si trasferisce nel 1927 in Francia per lavorare, come operatore, ai film di Jean Vigo e in seguito in America dove collabora con Elia Kazan e Sydney Lumet. Tre fratelli, non sempre solidali tra loro, ma sicuramente, nelle rispettive carriere, portatori di elementi nuovi. Dziga Vertov è sicuramente il più noto ed importante. Dopo esser stato un ammiratore dei futuristi, allo scoppio della rivoluzione, si avvicina al cinema ed in particolare all’attualità. Il suo esordio avviene con il cinegiornale “Cinesettimana”. Vertov elabora una complessa teoria denominata “Cine-occhio” intesa a rinnovare non solo i cinegiornali ma la stessa arte cinematografica. Suoi primi complici della nuova avventura sono il fratello Mikhail come operatore e la moglie Elisaveta Svilova come montatrice. Egli propugna il “Kinoglaz” in antitesi al cinema narrativo (il cinedramma). Per questo inventa il termine “Kinoki” (i cineocchi) in grado di filmare “la vita colta in flagrante”. La sua fama è legata ad un film straordinario “L’uomo con la macchina da presa” (1929) in cui viene descritta una giornata qualsiasi dall’alba al tramonto di una megalopoli come Mosca. Opera che sposa solo in parte i precetti del cineocchio e che, a distanza di oltre settanta anni dalla sua realizzazione, mantiene inalterato il suo grande fascino visivo. Tra le altre sue opere va segnalato “Tre canti su Lenin” (1934), elogio, nel decennale della scomparsa, dello statista rivoluzionario attraverso tre cani popolari dell’Uzbekistan. Oltre, naturalmente, ai “Kino Pravda” (Cine Verità) che furono complessivamente 23. Vertov muore a Mosca il 12 febbraio 1954. Cinquant’anni dopo le Giornate, giustamente, lo celebrano.

Immagine articolo Fucine MuteCome da lunga consuetudine l’inaugurazione e la chiusura della manifestazione sono riservate a due eventi cinematografico-musicali. Per la serata d’apertura la scelta è caduta su un celebre classico diretto ed interpretato da Buster Keaton “Come vinsi la guerra” (1927), in cui l’uomo che non rideva mai da vita ad un macchinista sudista di un treno che, durante la guerra di Secessione, salva la fidanzata e si copre di gloria.

Lo stesso Keaton lo considera tra le sue opere migliori e ancora una volta le sue incredibili peripezie hanno entusiasmato il folto pubblico presente che ha anche applaudito l’accompagnamento dal vivo della Alloy Orchestra. Nella serata conclusiva lo schermo è stato illuminato dalle immagini de “La casa degli spettri” (1927) di Paul Leni, con le musiche di Neil Brand eseguite dai Solisti del Conservatorio Tomadini di Udine. Finale con i brividi dunque ed arrivederci al folto e fedele pubblico delle Giornate (quasi mille gli accreditati) alla prossima edizione.

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