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Cinema

I-documentary of the journalistProgrammato dal 24 aprile al 02 maggio 2020 e riorganizzato, a causa dell’emergenza, in modalità online su MyMovies, il ventiduesimo Far East Film Festival di Udine, accessibile fino al 04 luglio, non ha rinunciato a un ricco programma che permette agli appassionati di cinema asiatico di assistere in anteprima a ogni genere di pellicola (horror, commedia, action, fantasy, documentario, thriller) dal divano di casa propria.

Tra i film attualmente disponibili on demand I-documentary of the journalist, del giapponese Mori Tatsuya, è un documentario destinato a lasciare il segno se non per l’impostazione quanto meno per il titolo con quel I anteposto al termine documentary. Il regista segue infatti la vita quotidiana della giornalista Isoko Mochizuki, del Corriere di Tokio, diventata celebre in Giappone con un libro intitolato The Journalist e tuttora oggetto di attenzione da parte dei media nazionali.
Senza essere mai invadente, ma cercando anzi di lasciare allo spettatore la libertà di giudicare la realtà che gli viene presentata, Mori Tatsuya ci introduce in un paese dove le notizie vengono insabbiate da quotidiani compiacenti schierati con l’amministrazione e dove giornalisti che cercano di fare il loro mestiere, come Isoko, si trovano davanti un muro i cui mattoni sono le tante domande eluse, i documenti falsificati o censurati, gli insulti e le minacce di morte. La perseveranza della protagonista porta i suoi risultati, ma questo la costringe a stare sempre con la valigia pronta, lontano da casa e dalla famiglia. La forza del documentario sta proprio in quel I del titolo che suggerisce l’importanza di imparare a pensare con la propria testa. Non siate “noi”, siate “io”, dice il regista alla fine, perché appartenere a un gruppo porta ad avere un unico credo, e una massa compiacente con un unico punto di vista produce danni irreversibili.

The House of us, della sud-coreana Ga-eun Yoon, ci riporta in quel mondo dell’infanzia già visto nel 2016 in The World of us della stessa regista. La dodicenne Hana vive con i genitori e il fratello maggiore. Il rapporto dei coniugi è ormai agli sgoccioli e ogni minima sciocchezza li spinge a litigare. Hana, con il suo sguardo innocente e un po’ ingenuo, compie goffi tentativi di riconciliazione tra i due che però sembrano non sortire effetto. Quando, per puro caso, conosce due ragazzine del vicinato abbandonate a se stesse dai genitori che lavorano in campagna, instaura con loro un rapporto da sorella maggiore che la porterà ad acquisire nuova consapevolezza sul mondo degli adulti e le farà scoprire che un legame di amicizia può fondarsi su basi più solide di un legame di sangue.
La regista ritrae con delicatezza e attenzione la barriera che divide gli adulti dai bambini. Mentre i primi sono tutti presi dal lavoro e dai conti da pagare e sembrano ignorare che anche i loro figli possano avere delle esigenze, i secondi cercano, a modo loro, di stabilire un contatto, di inventarsi strategie per penetrare quella barriera – vedesi Hana che cerca in tutti i modi di convincere i genitori a fare un viaggio tutti insieme, per poi scoprire, quando ci riesce, che loro vogliono coglierlo come occasione per informare i figli del divorzio –.
Tutte le salite e le scale che Hana si trova a dover affrontare per spostarsi o portare a casa la spesa sembrano rispecchiare la sua fatica di farsi comprendere da quei genitori così distanti e a sua volta di comprenderli.
La cucina ricopre un altro ruolo fondamentale all’interno del film, Hana, infatti, si offre spesso di cucinare per i genitori perché ritiene che mangiare assieme sia un’esperienza di condivisione, un modo per rafforzare un legame. All’ennesimo tentativo andato a vuoto, la ragazzina troverà maggior soddisfazione nel rapporto con le due nuove amiche, ben contente di gustare le sue pietanze e di parlare con lei della loro complicata situazione familiare. L’amicizia, il sostegno reciproco e la complicità finiscono quindi per riempire quel vuoto emotivo lasciato dalle figure degli adulti e, purtroppo, viene da chiedersi se non siano loro, dal punto di vista della maturità comportamentale, i bambini.

The House of us

Di tutt’altro genere, più spensierato ma comunque non superficiale, la pellicola Dance with me, del giapponese Shinobu Yaguchi, che trasporta lo spettatore nel mondo della commedia musicale. La ventenne Shizuka Suzuki è una giovane in carriera che si è costruita una sua indipendenza e si tiene ben lontana dai genitori, che le rinfacciano spesso i soldi spesi per farla studiare. Prova un debole per un giovane della sua azienda e aspira a migliorare ulteriormente la sua posizione. Un giorno, mentre accompagna la nipotina nel baraccone da fiera di un mago imbroglione, resta involontariamente ipnotizzata e da quel momento, ogni volta che sente una musica, è costretta a mettersi a ballare e cantare.
Se la prima parte del film si focalizza soprattutto sulla vita della protagonista e sui guai che finisce per causare nel suo stato di ipnosi, la seconda si converte in un’avventura on the road con Shizuka in viaggio assieme all’ex assistente del mago nel tentativo di rintracciare quest’ultimo e tornare alla normalità. Il personaggio subisce quindi un’evoluzione: se all’inizio è evidente il suo desiderio di riprendere la vita di sempre, con il procedere della storia il suo amore per il canto e il ballo diventa dominante rispetto al resto.
I numeri musicali sono divertenti e coreografati con simpatia, ma non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente leggerezza della trama: inseguire i propri sogni, anche se ormai sepolti da tempo, è possibile, e nella vita può sempre succedere qualcosa di inaspettato destinato a riportarli in superficie.

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