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Scrittura

Civiltà e cosmo nella poesia italiana

Per un poeta, far precedere una carrellata critica dell’odierna situazione della poesia italiana da una breve enunciazione della proprie idee, è una questione di onestà intellettuale. Accenno ai due concetti di Poesia Cosmica e Poesia Totale, in parte già elaborati, in forma discorsiva, in un mio precedente saggio teorico (Luciano Dobrilovic, Poesia cosmica e poesia totale, “LA BATTANA”, Fiume-HR, Edit, aprile-giugno 2000, pagg. 6-16).

Il secondo concetto comprende l’ideale di una poesia che canti la vita fenomenica nella totalità e molteplicità degli aspetti e manifestazioni, dal grido pazzo e disperato dell’assassino all’amore incondizionato del santo, senza trascurarne o privilegiarne alcuno, ma cogliendo in ciascuno di essi le celate e immutabili verità. Una poesia vitalistica; ma di un vitalismo consapevole e teso a individuare e seguire, fra le oscillazioni fenomeniche, quel filo di Luce che va alla Realizzazione e al trionfo nel Sé.

Il poeta, una volta raggiunto un solido equilibrio interiore — insisto, dopo averlo raggiunto — può occuparsi dei problemi della sua epoca e dell’umanità: li studia, li analizza ed esamina e, tramite la contemplazione dell’immutata ed immutabile Armonia Cosmica, riceve le intuizioni che li risolvono: la creazione poetica permette di trasmettere tali intuizioni agli altri uomini, favorendo in tal modo l’Evoluzione; si tratta, per il poeta, di operare concretamente e consapevolmente a beneficio dell’umanità. Il concetto di Poesia Cosmica così definito può far affiorare l’immagine di un poeta in qualche maniera veggente: se non ci è possibile evitare tale immagine, o fintanto non sarà possibile sostituirla con un modello più adeguato (nei limiti in cui i modelli sono utili o necessari), sia chiaro che si tratta di un veggente forte, lucido ed equilibrato, al di là delle opinioni correnti su poeti e veggenti.

Tra i poeti viventi, Andrea Zanzotto si distingue per una poesia delle più potenti ed originali in Italia: con una lingua ipnotica e sanguigna, dal timbro stilistico inconfondibile, veicola un immaginario di profonda densità archetipica, attinto per lo più nelle regioni oscure dell’inconscio collettivo di un’epoca segnata dalla crisi e dallo svuotamento dei suoi ideali e valori: nell’assoluta mancanza di punti di riferimento, il soggetto è sopraffatto, travolto dall’imperversare del vento in un deserto ideale di “torbidi conati d’alghe e vermi”, querce sradicate, padri colpiti a morte, dove ogni sforzo a conoscere una verità stabile è vano.

“La quercia sradicata dal vento nella notte del 15 ottobre MCMLVIII”

…Quercia, come la messe
d’embrici e vetri, la dispersione
per selciati ed asfalti
– nostre irrite grida, irriti aneliti —,
quercia umiliata ai piedi
miei, di me inginocchiato
invano a alzarti come si alza il padre
colpito, invano
prostrato ad ascoltare
in te nostri in te antichissimi
irriti aneliti, irriti gridi.
(1)

E’ una poesia che rimarrà, sintesi e rappresentazione straordinarie della crisi profonda di un’epoca; resta tuttavia da chiedersi quanto un’ontologia del linguaggio — asse tematico portante della ricerca zanzottiana — possa essere utile a spiegare una realtà nuova e mutata come quella di questi ultimi anni, di cui fenomeni come la New Age, pur con le naturali ambiguità e contraddizioni che il nuovo sempre presenta, sono gli indiscutibili sintomi.

Gli interrogativi profondi della vita e la testimonianza dei dolorosi cambiamenti storici e politici di un epoca si fondono, mediante un dire vivo disteso ed elegante, nell’ermetismo di Mario Luzi.

“O Mario” dice e mi si mette al fianco
per quella strada che non è una strada
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
“guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
e accordi le sfere d’orologio della mente
sul moto dei pianeti per un presente eterno
che non è il nostro, che non è qui né ora,
volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta,
                       
[dalla sua mancanza umiliante…” (2)

Importantissima, da un punto di vista umano oltre che poetico, è l’esperienza vissuta da due donne: Alda Merini e Patrizia Valduga.

La prima rappresenta il disagio dell’artista creatore, il “diverso”, nella civiltà odierna consumistica, alienata e alienante, in una poesia di eccezionale densità tematica e drammaticità, consapevolmente poco disposta a perdersi nei miti della forma o a intrattenersi in sperimentalismi fini a se stessi.

Vicino al Giordano

Allora abbiamo ascoltato sermoni,
abbiamo moltiplicato i pesci,
laggiù vicino al Giordano,
ma il Cristo non c’era:
dal mondo ci aveva divelti
come erbaccia obbrobriosa.
(3)

da “La Terra Santa”

…Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.
(4)

da “La Terra Santa”

La seconda opta invece per un recupero dei canoni formali tradizionali che insieme a un lessico ricco e semanticamente potente le consente di operare la piena emancipazione, sessuale ed esistenziale, della donna dai ruoli impostile da una società conservatrice e bigotta, facendo emergere una crisi radicale e profonda tra i sessi, una vera e propria impossibilità di comunicare e convivere; uno degli aspetti meno affrontati ma dei più dolorosi dell’attuale vuoto di valori in Occidente.(5)

Nel luglio altero, lui tenero audace,
sensualmente a me lanciava da là:
Prima di sera io ti scopo. Ah.
Fra trafficar di sguardi dove pace,

dove l’incompenetrabilità…
dove il tempo in quest’ombra…
(6)

da “Medicamenta”

La poesia di Cesare Viviani è pervasa da un potente afflato mistico, sebbene insista, specialmente in L’opera lasciata sola, sull’impossibilità umana di una comunicazione diretta con l’Assoluto:

Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è
stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato…

…l’Essere sconfinato è inavvicinabile.

…la più vera decenza è servire,
seguire il moto oscillante dell’universo.
Nient’altro.

Chiamare l’Innominabile. Non c’è nitore
d’anima prodigioso o Nome Sacro,
ma il buio impenetrabile respinge,
schiaccia a terra, inflessibile. Oh l’infinito
non è una verità! Non c’è infinito
negli angoli del sogno, nei bagliori,
nei fossili, nei fossi e nelle cose
del giorno trasfigurate, non c’è infinito
nelle scoperte del mago, nelle trovate
del nobile scrittore, ma dove il Nulla
regna eterno, privo di sensi, impossibile,
parola non è giunta mai.

Anche i silenzi, i sacrifici non si innalzano,
gli animi dell’asceta, come il fondo
abissale delle cose, degli oceani,
il buio insondabile della volta dei cieli.
I balzi della mente umana non si affrancano
dai segni di invalidità.

Luce senza esperienza, Innominabile
non è mai stato al mondo…
…all’inizio era il grido
di orrore ogni volta di fronte allo spalancarsi
del vuoto.

Finissime tessiture della mente, è immaginata
una parola di Dio, una materia parlante.

Parola di Dio cresciuta sul focolare.
Parola degli uomini, usata per avanzare
nel corso dell’età…
(7)

Nel 2000, per le edizioni Einaudi, Viviani pubblica un poema destinato a segnare un’esperienza radicale nella storia italiana del verso: Silenzio dell’universo. Un misticismo potente e autentico, di una sincerità ed entusiasmo straordinari, sostituisce il disincanto a volte amaro delle opere precedenti, come se un dolore segreto, che allora germogliava nell’animo del poeta, fosse alfine fiorito nell’espressione di un verso pieno, sostenuto dall’incrollabile e ferma serenità di chi comprende d’essere una cosa sola con l’Universo:

I.

Amare l’infinito Amore,
amare l’Infinito
con incessante ardore.
E infonde nutrimento il comandamento:
dedicare agli spazi celesti
ogni azione, ogni moto,
dire la verità nel vuoto,
perché non c’è parola vera
se non è donata la vita,
se l’opera non è portata unita
oltre il visibile…

II.

Il cuore invaso da Amore
non distingue disprezzo e onore,
persecuzione e protezione –
così la condanna eterna
è stessa cosa del premio –
perché il cuore invaso da Amore
dona tutto senza timore.

Fatta fuori l’intemperanza della volontà,
ogni cosa proviene dal Creatore.
Oh allora il cuore libero non può dire
“sorte fausta”, “evento ostile”,
perché nulla sa del valore
di quel che sorge o muore…(8)

Emerge una filosofia del puro Essere e del puro Amore, liberi da ogni illusoria identificazione, la quale rifugge ogni cognizione di “valore”:

…Oh Amore perduto, richiamo non ascoltato!
Amava le creature il Creatore,
ma loro hanno smarrito la sua voce
e ogni cosa ha acquistato valore…
(9)

La poesia di Viviani preannuncia e partecipa a quella rinascita spirituale e slancio evolutivo che amo sperare germoglino nella nostra civiltà, in grave crisi da ormai più di un secolo; rinascita di cui è possibile cogliere nei tempi più recenti i primi confusi segni.

Alla fine di un secolo, negli anni del vuoto ideale e del trionfo internazionale del capitale, dell’utile, della potenza e potere tecnologici — mascherati da un’apparente mancanza di tensioni politiche internazionali — immagini ambigue e inquietanti, trasfigurazioni di una realtà profonda che ci ostiniamo a ignorare, prendono forma attraverso la penna dei poeti: i fantasmi di Mussapi e le mattanze di Ferrari.

Gli spettri rimossi dell’inconscio collettivo trovano in Roberto Mussapi un intermediario con gli uomini ignari e un testimone cui affidare la loro salvezza dall’oblio. Nei suoi viaggi nell’oltretomba sono le ombre dei partigiani (Il cimitero dei partigiani) a venirgli incontro con messaggi da comunicare ai vivi, forse per salvare dalla sua folle corsa l’uomo di fine millennio, dimentico del proprio passato, incapace di fermarsi a riflettere con animo sereno: Beppe Fenoglio avverte il poeta: “Non vergognarti dei sogni e nemmeno / di questo viaggio tra sogno e veglia, / starà alle tue parole essere creduto, / conquistati il rispetto con la tua lingua” / mi tacitò Fenoglio. / “Sono tutti molto più giovani di me / che ho appena trentacinque anni…” / “Ce ne sono di più vecchi, molti, / hai sillabato le date di nascita e di morte. / Sei vivo, Roberto, vedi solo ciò che ti dà scandalo.”(10) Ricordo il valore simbolico dell’età del poeta, trentacinque anni: “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”

Il macello di Ivano Ferrari è la rappresentazione impietosa, cruda e raccapricciante di una civiltà ipocrita, avida di morte, aliena da ogni etica, gerarchicamente strutturata come organismo di sterminio, in cui l’uomo è una semplice pedina, un boia privo di volontà e arbitrio. Nel macello non c’è posto per la vita: l’essere vivente è ucciso, la carne sezionata e catalogata, e niente è lasciato all’armonia naturale. La pulsione vitale può esprimersi soltanto in ciò che il meccanismo infernale scarta, nell’informe, nei carretti di escrementi e budella:

La merda è colorata
creativa
gratificante (ogni tre ventroni un carretto)
è rumorosa, suadente, intrigante
gelida
quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico
è docile, è fieno dei ricordi di infanzia
(la vuotiamo in una vasca di cemento)
è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore
come un’ulcera al culo;
la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto)
protegge la mia intimità e la vostra
svestita
da qualsiasi pregiudizio…
(11)

Delle nuove tendenze che preludono alla rinascita della poesia partecipa l’istriana Lada Acquavita, validissima esponente della poesia italiana all’estero. Dopo le liriche de La rosa selvaggia e altri canti eleusini, il cui potente slancio mistico permetteva al lettore di rivivere il pensiero, cioè la percezione del mondo, degli antichi, l’Incipit Herbarium mysticum. Clausole medievali ci riporta alla percezione del mondo degli uomini del medioevo: prende forma davanti a noi il paesaggio di un’Istria dimenticata, il quale muta a seconda degli stati interiori della protagonista — un’oblata del XII secolo —, descritti dagli stadi alchemici. Sono versi che trascinano il lettore in un viaggio nell’inconscio terapeutico e rigeneratore.

La quercia

Sono la fanciulla dai sandali screziati.

Porto il chitone frangiato
(lungo fino al ginocchio) –
come ornamento una rosa selvaggia.

Di canto la mia natura è colma.

Per celebrare il rito mattutino
ho scelto l’umile tempio di Zeus –
una quercia in cima alla collina.

Sulla nuda corteccia
– assenti il tripode e l’altare –
sacrifico il rude narcisismo.

In estasiata solitudine
discorro con l’invisibile.

(lo stormire delle foglie è la sua voce)

Passione chiede il rito semplice –
la parola pura.

Aìtherla luce sublime degli dèi –
accompagna la via del ritorno –
con polvere d’oro
traccia il cammino verso il profondo mio Sé.

Oltrepassata la linea misteriosa
i venti alisei ripuliscono i miei piedi
ma — capriccio divino –
screziature leggere
quasi a palesare il segreto –
permangono sui sandali di cuoio.

Gli Olimpi mi chiamano
la fanciulla dai sandali screziati.
Io esisto.
(13)

da “La rosa selvaggia e altri canti eleusini”

Questa breve carrellata si è limitata alla poesia italiana; il che non ci ha impedito di cogliere i sintomi di una realtà ampia e profonda, e i primi segni dei moti spirituali che stanno trasformando radicalmente la civiltà occidentale, e non solo questa, essendo tutte le realtà interdipendenti: i sintomi di un mondo che cambia. Accanto ai problemi più inquietanti (il vuoto ideale e morale e lo strapotere tecnologico e politico di un occidente consumista; i sanguinosi conflitti in varie parti del pianeta, crogioli delle tensioni mondiali; l’eventualità di disastri ecologici), si intravedono i primi segni di una profonda rinascita alla quale, vivamente speriamo, la poesia potrà forse dare un attivo e cosciente contributo; che non implica, per il poeta del Cosmo, l’adozione del ruolo di Vate illuminato: semmai, quello più umile, comunque forte, di saggio consulente. Concludo con un invito a scoprire e studiare in Italia l’opera del croato Nikola Šop, poeta visionario e geniale, sconosciuto al suo tempo, ma precursore maturo di una poesia assolutamente nuova, che ancora oggi stenta ad affermarsi in modo altrettanto pieno e consapevole.

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