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Cinema

Dylan Kidd

Roger Dodger… alle prese con un newyorchese

Roger Dodger: Campbell Scott e Jesse Eisenberg Dylan Kidd, giovane regista americano, ha vinto (ex-aequo con il film italiano Due Amici di Spiro Scimone e Francesco Sframeli) il premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” Leone del Futuro per il film Roger Dodger. Quest’opera è il primo lungometraggio del regista. Lo abbiamo incontrato al Lido.

Martina Palaskov Begov (MPB): Chi è Roger?

Dylan Kidd (DK): Roger è una sorta di personaggio che ho infarcito di tutte le caratteristiche comportamentali di alcune persone che conosco a New York. Ho cercato di creare un personaggio tipicamente newyorchese. Tuttavia credo che persone come Roger si possano trovare in tutte le realtà urbane molto sviluppate come New York. Roger è una persona intelligente, colta, in grado di parlare di qualsiasi argomento, ma che è completamente ignorante per quanto riguarda la sua interiorità emotiva. Roger è una persona molto in gamba, lavora per un’importante azienda, si veste in modo impeccabile e sono sicuro che è anche molto bravo in quello che fa, ma si ritrova ad essere un bambino quando rivolge lo sguardo ai suoi sentimenti.

MPB: E i personaggi che ruotano intorno alla vita di Roger? Anche loro sono personaggi peculiari di una grande metropoli come New York?

DK: Credo di sì. Ho vissuto a New York per quindici anni e credo di conoscere le persone che vivono e lavorano a New York. Trovo che tutti conducano la loro vita con molta energia, parlano molto veloce e sono sempre di corsa. Mi considero fortunato ad aver lavorato con un cast fantastico che è stato perfettamente in grado di portare sullo schermo la frenesia di cui parlo. Il film è basato quasi ed esclusivamente sulle battute della sceneggiatura. I motori che trainano la vicenda sono proprio questi discorsi senza fine dosati da un massiccio lavoro di botta e risposta. Abbiamo dovuto lavorare molto sul ritmo del film, farlo procedere velocemente, quasi istericamente per travolgere letteralmente il pubblico di parole.

Dal trailer di Roger Dodger: Isabella Rossellini

MPB: Ho notato che non solo Roger è una persona senza morale e pronta a dare chiunque in pasto ai pescecani del business, ma anche gli altri. Mi riferisco al personaggio interpretato da Isabella Rossellini che incarna perfettamente quel ideale di donna manager, mangia uomini, crudele quanto una strega cattiva. New York è veramente così, popolata da gente senza scrupoli?

DK: Credo che molto del mio film faccia riferimento ai quei rapporti lavorativi tra due persone che poi si tramutano in relazioni d’amore; questa sorta di confusione sentimentale che si crea sul posto di lavoro. Suppongo che Joyce, Isabella Rossellini appunto, sia una persona che gestisce le sue relazioni d’amore come conduce le trattative d’affari. Quando infatti si mescolano questi due aspetti della vita sociale, inevitabilmente si finisce nei guai. Non credo che tutte le persone a New York siano così. Però, quando si vive in una città dove gli affari sono al centro della vita di molti, un certo comportamento cinico sia d’obbligo. Un rapporto puro, basato sulla sincerità assoluta diventa difficile da instaurare causa tutti i problemi e i pensieri che innervosiscono la gente quotidianamente.

MPB: Parliamo dell’aspetto tecnico del film. Tu focalizzi la tua attenzione e la telecamera sui volti e le espressioni dei personaggi. Non inquadri molto, quasi nulla direi, di New York. Anche la maniera di montare il film è interessante. I volti e i personaggi vengono coperti dall’intrusione di mani altrui, di oggetti. L’immagine non è sempre chiara.

Dal trailer di "Roger Dodger" un esempio di come "i personaggi vengono coperti dall'intrusione di mani altrui, di oggetti"

DK: Abbiamo deciso insieme di optare per un film che non fosse assolutamente tradizionale. Niente inquadrature madri o panoramiche che introducessero i personaggi e l’azione. Il direttore della fotografia ed io abbiamo deciso di voler letteralmente tirare lo spettatore all’interno delle discussioni del film e tenerli attaccati, concentrati solo sulla sequenza in questione. Lo scopo era quello di non sconcertare il pubblico dai fiumi di parole di Roger e i sui amici. Volevamo che lo spettatore si dimenticasse di essere in sala. Il movimento frenetico della telecamera è una sorta di estensione al comportamento di Roger. Non volevo che la gente si rilassasse e godesse di splendide inquadrature descrittive. La telecamera scova i personaggi tra la gente, li segue. Nel girare il film ho pensato al mio gusto personale, ai film che io preferisco vedere al cinema. Non mi piace andare a vedere un film troppo banale, del quale capisco tutto al volo. Preferisco che il mio pubblico presti doppia attenzione alle mie scene, che si concentri molto sull’intreccio del film. Ho girato a New York, ma non volevamo inquadrare i cliché della città, l’Empire State Building e Central Park. I paesaggi del mio film dovevano essere i volti dei miei personaggi.

MPB: La forza del film è appunto la sceneggiatura, i dialoghi, velocissimi e divertenti. Come pensi che cambierà il film una volta distribuito internazionalmente e successivamente doppiato?

Roger Dodger: Campbell Scott e Jesse EisenbergDK: Vorrei dirti che ci ho già pensato, o che ci avevo pensato mentre lo giravo, ma non è così. Mi sono reso conto del problema qui a Venezia, quando abbiamo avuto a che fare con i sottotitoli. Non sapevamo come rendere al meglio la loquacità dei nostri personaggi e inoltre avevamo paura che le parole scritte scorressero troppo in fretta sotto lo schermo. Tuttavia la risposta del pubblico è stata molto soddisfacente. Il doppiaggio? Chi lo sa. Riconosco che mi fa un po’ male pensare a Roger Dodger doppiato. Non che i doppiatori non facciano al meglio il loro lavoro, ma la performance di Roger, il modo in cui sceglie determinate parole associate alle espressioni facciali è unico. La cosa bella riguarda l’ottima impressione che abbiamo dato al pubblico di Venezia. Ero molto preoccupato che i sottotitoli non traducessero a dovere i discorsi dei newyorchesi. Quando ero a scuola, per me l’Italia rappresentava l’essenza prima del cinema. I primi film che ho guardato erano quelli di Fellini, Antonioni e Visconti, quindi sono contento che il film piaccia agli italiani. Suppongo che l’idea principale del film si faccia capire.

MPB: Che ne pensi di Venezia?

DK: Incredibile, mi sembra un sogno. Non ho ancora visto Venezia, tuttavia. Sono sempre rimasto qui al Lido e adesso che il film è stato presentato e che io ho distribuito le mie interviste, credo di essere pronto per andare a visitare una delle città più incantevoli del mondo. Girare il film per me, è stato un sogno, venire anche a Venezia poi… Credo che sto avendo una tipica reazione americana quando affermo: “Le strade saranno colme d’acqua? E le persone invece delle macchine usano le barche? Incredibile!”. Spero di avere un po’ di tempo domani per dedicarmi completamente alla città.

Roger Dodger: Jesse Eisenberg, Mina Badie e Campbell Scott

MPB: Credo che tu debba andare, inoltre, particolarmente orgoglioso del fatto che sei stato scelto dai critici per partecipare al festival nella sezione riservata al giudizio critico delle opere cinematografiche (La Settimana della Critica).

DK: Siamo stati talmente occupati a finire in tempo il film e a marcire parallelamente con i grossi problemi della distribuzione americana che quando sono giunto a Venezia non mi sono immediatamente orientato tra le sezioni. Quando sono giunto in mostra, ricordo di aver detto alla mia produttrice (Anne Chiasson, ndr): “Piacerà il mio film ai critici?”. E lei mi ha risposto: “Dylan, il tuo film è stato scelto dai critici!!” (ride). La critica cinematografica americana non è, spesso, così competente e attenta come quella europea. Inoltre credo che il giudizio critico europeo e italiano pesi molto di più qui che negli Stati Uniti. Sono molto contento.

MPB: Come lavori con i tuoi attori? Improvvisi, segui la sceneggiatura?

DK: Abbiamo seguito principalmente la sceneggiatura. Abbiamo tagliato molto di alcuni dialoghi. Trovo che quando un attore ti confida: “Credo che il mio personaggio parli un po’ troppo”, tu, da regista, debba prendere in considerazione il suo punto di vista. Il lavoro di pre-produzione si è basato molto sul capire esattamente quando la scene diventava troppo satura di argomenti ripetitivi. Ho cercato di farmi capire al meglio dagli attori. Io non ho molta esperienza, infatti Roger Doger è il mio primo lungometraggio. Non ho voluto parlare troppo agli attori, ho preferito essere molto semplice nelle mie affermazioni, per farmi comprendere al meglio. Ho voluto che l’atmosfera fosse un’atmosfera rilassante; niente tensioni, se la scena non va, la si ripete senza problema. Volevo che tutti si divertissero, volevo farli giocare. Inoltre volevo che si fidassero del loro istinto. Credo che ogni attore con esperienza abbia la capacità interiore di trovare le giuste caratteristiche del personaggio.

Roger Dodger: Campell Scott e Jesse Eisenberg

MPB: Quando hai incominciato a girare il film, prima o dopo la tragedia dell’undici settembre?

DK: Immediatamente dopo. La nostra produzione era l’unica che all’epoca stava girando un film. Di solito New York è sempre piena di troupe che sparse per Manhattan. Devo riconoscere che l’impatto emotivo è stato molto forte. Per quanto tragica la situazione fosse, credo che il crollo delle torri abbia veramente tirato fuori il lato umano delle persone. Da un puto di vista, siamo stati molto fortunati a girare il film in quel periodo, poiché tutti erano così disposti a tornare a lavorare. Quando le cose vanno male, credo che girare un film diventi una delle più brutte esperienze che un regista possa fare; al contrario, quando le cose si svolgono tranquillamente e l’atmosfera è rilassante, il mestiere che faccio è il più stimolante che esista. Per me, dopo quello che è successo alla mia città, trovarmi lì, circondato da gente dispostissima a collaborare, era esattamente il posto in cui volevo trovarmi. Ho girato parecchi set e ho visto altre lavorazioni, ma mai ho riscontrato tanta voglia di fare.

MPB: Sei stato costretto a tagliare qualche scena che avevi in mente di girare, delle torri o dei quartieri circostanti?

DK: No. Siamo stato fortunati poiché non avevamo in progetto di girare nessuna scene nei dintorni del Financial District. I grossi cambiamenti hanno piuttosto riguardato la sceneggiatura che prevedeva alcune battute che avrebbero toccato la sensibilità dei parenti delle vittime e la gente scioccata di New York. Non ricordo esattamente le battute, ma in sede di pre-produzione abbiamo eliminato delle frasi troppo aggressive.

Dal trailer di Roger Dodger: Campbell Scott

MPB: Non credi che il cinismo che regola la vita di questi rampanti newyorchesi si sia trasformato un po’ e che questa tragedia abbia reso le persone di cui parli più… buone?

DK: Spero di sì. Io ho una visione molto ottimistica della gente. Credo che in fondo tutti siano buoni di carattere. Le persone, dopo la tragedia, comunicano di più e preferiscono parlare piuttosto che raffreddarsi davanti alla tv, come facevano prima. Roger è un personaggio cinico, ma da regista, credo che tu debba amare tutti i tuoi personaggi. Inoltre trovo che Campbell Scott abbia fatto un ottimo lavoro con Roger. Anche se al primo impatto non vedi l’ora di sbarazzarti di lui, poi c’è qualcosa che ti affascina e finisci per volerne sapere di più. E ti accorgi che egli ha la possibilità di redimersi. Senza Campbell il film muore.

MPB: Parliamo dell’idea del film. La storia è per certi versi autobiografica?

DK: Assolutamente no. Avevo un amico al college, spagnolo, che ora abita a Madrid, Mark, il quale aveva la capacità di capire immediatamente le debolezze delle persone che incontrava nei bar, la notte. Si avvicinava e le infastidiva cercando di sminuirle psicologicamente. Adesso è diventato un gran persona, e non fa più di queste cose. Mi sono basato principalmente sulla cultura moderna e urbana che si è formata in queste grandi città, il fatto che una realtà così, dura a volte, scoraggi delle persone che non sono sufficientemente forti. Mi interessava, inoltre, l’idea che un uomo usasse come tecnica di seduzione questo desiderio di distruggere psicologicamente la persone che si trova di fronte. Trovo che nel mio film ci sia molto di detto tra le righe, riconoscibile dietro ai monologhi di Roger.

MPB: Se tu potessi scegliere, chi saresti dei tuoi personaggi?

Jennifer BealsDK: Sarei probabilmente il personaggio che interpreta Jennifer Beals (Sophie). Lei è forse l’unica ad avere un po’ d’anima nel film, l’unica che conosca se stessa. Roger non conosce se stesso, pur essendo un uomo molto colto e capace di dialogare di tutto. Entrambi, Nick e Roger, tuttavia, sono dei personaggi che pensano di conoscere se stessi e soprattutto il loro mondo, ma quando si incontrano scoprono che c’è tanto ancora da imparare. Roger ha acquisito troppe informazioni e forse sa troppo, mentre il suo nipotino Nick vuole imparare dall’esperienza dello zio e si sente provinciale, ingenuo e prende per insegnamenti di vita tutto ciò che lui dice. Egli chiede aiuto allo zio, pur non rendendosi conto che sarai lui ad insegnare molto a Roger. Nick non manca di nulla, ha già tutti quello che gli serve dentro di se. Se devo essere sincero li amo entrambi.

MPB: Alla fine del film, il pubblico è convinto che Roger sia finalmente cambiato, invece la sequenza finale evoca esattamente il primo incontro tra i due… Si ricomincia?

DK: Quando progetti un certo tipo di film, diventa veramente difficile riuscire a farlo finire in modo incisivo. Ho cercato di legare un po’ tutto con quel finale. Io adoro i lieto fine, nonostante tutto. Non volevo che il pubblico uscisse dalla proiezione del mio film pensando che l’umanità intera sia cattiva e crudele. Volevo che Roger dimostrasse al pubblico di essere cambiato dopo l’incontro con il suo nipotino, ma ho anche pensato che sarebbe stato poco realistico far completamente cambiare una persona così, di punto in bianco. Inoltre mi piace molto come Campbell alla fine sia ancora la persona che tiene banco, che si propone di illuminare il suo pubblico (questa volta di giovani adolescenti). Roger cerca ancora di dare dei consigli discutibili, anche se le pretese sono molto diverse, più umane e ingenue… è un inizio. Ho sempre pensato a Roger come una persona buona che si trova per sbaglio, in un posto non buono.

Roger Dodger: Jesse Eisenberg

M.B: Questo è il tuo primo film, che tipo di problemi produttivi hai avuto e soprattutto come hai fatto ad raggruppare un cast così ricco di facce conosciute?

DK: Mi ritengo molto fortunato, mi sembra di vivere in un sogno. Sono letteralmente stato scelto tra il marasma di registi che cercano ogni anno di girare un film indipendente a New York. Questa storia la racconto spesso. In sostanza, io e la mia produttrice Anne abbiamo girato per mesi cercando di contattare qualcuno. Non avevo idea di che cosa fare, non avevo nessuno tipo di curriculum che dimostrasse che io potevo girare un film. È molto difficile far leggere la sceneggiatura ad un attore, i loro agenti sono come dei cani da guardia. Colto alla fine dalla disperazione, ho incominciato a portare con me la sceneggiatura, pronto ad affibbiarla a chiunque avesse qualsiasi collegamento con il mondo del cinema. Vivendo a New York, mi capita di incontrare gente famosa nei caffè, per strada. Così ho deciso di provare così, colto da questa disperazione. Ho parlato con un paio di persone che, però mi hanno risposto di non poter consultare sceneggiature senza l’approvazione dell’agente. Io e Anne eravamo veramente frustrati, avevamo in progetto di girare il film a settembre, ma a luglio non avevamo ancora niente in mano. Poi una mattina, mi trovavo in un caffè, ed improvvisamente vedo Campbell Scott seduto ad un tavolo. Onestamente non avevo mai pensato a Scott come protagonista per il mio film, ma più ci pensavo, più ritenevo che sarebbe stato perfetto. Ho chiamato Anne in preda al panico e le ho detto che avevo davanti Campbell Scott. Lei mi disse di dargli immediatamente la sceneggiatura, che come al solito da un paio di mesi a quella parte, portavo sempre con me. Quando mi sono avvicinato a lui, credevo, che come tutti gli altri, che mi dicesse di mandare una copia della sceneggiatura al suo agente. Così non fu, e dopo averla accettata in lettura, mi chiamò due settimane dopo. Quando ci siamo incontrati, in tutta onestà, gli ho detto che avevo bisogno di aiuto per coinvolgere altra gente nel progetto. “Io credo nel mio film, sento di poter essere in grado di giraralo, ma non lo sa nessuno”. Così dissi a Campbell. In una settimana siamo passati dalla disperazione totale, alla gioia immensa di poter lavorare con chiunque. Ero seduto con Campbell e lui, sfogliando la sceneggiatura, mi disse: “Ok, chi vorresti per Sophie” ed io, imbarazzato dissi: “So che sarà impossibile, ma vorrei Jennifer Beals”. Lui mi disse: “Nessun problema”. E così anche per Isabella Rosellini e tutti gli altri. Isabella accettò la parte senza neanche leggere la sceneggiatura. Quindi ho pensato: “Che cosa succederà quando legge la sceneggiatura e vede che si tratta di persone terribili”.

Dal trailer di Roger Dodger: Campbell Scott

MPB: In sostanza Campbell è stato il tuo aggancio?

DK: Sì, esatto. Molte volte si vede nei titoli dei film il nome del produttore esecutivo che viene caricato di lettere cubitali Tuttavia, molte volte, egli non agisce direttamente nella produzione del film. Invece Campbell si è meritato il titolo, alla grande. Mi ha riempito di ottimi consigli e siamo riusciti ad incominciare il progetto esattamente quando volevamo ed a finirlo nel tempo stabilito dalla produzione. Pensate che ho incontrato Campbell solo quindici mesi fa e adesso sono a Venezia, ci credete?

MPB: E per quanto riguarda l’ispirazione, hai colto qualcosa di significativo da altri registi che ti piacciono in modo particolare?

D.K: Credo di far parte di una corrente che opta per il realismo cinematografico. Won Kar Wai è stato fra le persone a cui mi sono spesso ispirato. C’è stato un periodo in cui vedevo che le produzioni cinematografiche stavano diventando un po’ troppo sofisticate, tutte queste belle inquadrature di stile, ma niente altro. Quando invece vedevo i suoi film, mi sono reso conto che dietro l’inquadratura c’erano tante altre cose. Non ho mai girato in video, ma ritengo che la forma video sia perfetta per girare in modo frenetico e veloce, quindi anche questo mezzo mi ha fortemente ispirato. Won Kar Wai dicevo, ma anche Eric Zonka. Non credo di far parte di un movimento ben organizzato come il Dogma di Lars Von Trier, tuttavia apprezzo cosa sta combattendo il movimento Dogma. Mi piace come stanno cercando di far capire alla gente come la vera essenza del film vada oltre i grandi macchinari e le inquadrature perfette. Mi piacciono i registi che si rendono in qualche modo invisibili. Preferisco quando la gente vuole farmi vedere una storia, piuttosto che una bellissima inquadratura raffinata dal dolly.

Dal trailer di Roger Dodger: Campbell Scott e New York, location della storia

MPB: Quale sarà il tuo prossimo progetto?

DK: Sto scrivendo una storia che sto pensando, con Anne, di girare la prossima primavera. Si tratta sempre di una storia newyorchese. Non so se sarà una storia divertente come questa, vedremo. Il protagonista è un agente immobiliare e tutta la vicenda ruota intorno al mondo delle agenzie a New York. C’è anche una donna che si avventura in tutti i quartieri di New York per cercare casa. Probabilmente questa volta sfrutterò meglio la città come location.

MPB: Un’ ultima domanda. Che cosa ne pensi di Woody Allen che come te condivide questo amore viscerale per New York?

DK: Lo adoro. Credo che tempo fa ci fosse un siero magico che aiutasse i registi a girare dei film bellissimi a New York. Ciò che più mi fa impazzire di Woody Allen è il fatto che lavora sempre, è sempre in movimento. Gira un film e lo presenta ogni anno. Questo sarebbe il mio sogno nel cassetto. Come lui, anch’io ho progetti che mi stuzzicano l’intelletto ogni anno. Credo che sia merito di New York, si tratta di una città che a guardarla ti saltano in mente tante storie diverse. Per il momento non credo di voler girare altrove, New York ha tutto quello che mi serve. New York, ora, è un po’ come io vedo il mondo intero; è veloce, dinamica, densa. Be’, se io avessi persone che mi paragonano a Woody Allen in futuro, credo di poterti assicurare che il mio sogno comincia ora.

Roger Dodger


Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” Leone del Futuro


Regia: Dylan Kidd


Sceneggiatura: Dylan Kidd
Fotografia: Joaquìn Baca-Asay
Scenografia: Stephen Beatrice
Montaggio: Andy Keir
Musica: Craig Wedren
Costumi: Amy Wescott
Interpreti: Campbell Scott (Roger Swanson), Jesse Eisenberg (Nick), Isabella Rossellini (Joyce), Jennifer Beals (Sophie), Elisabeth Berkley (Andrea), Ben Shenkman (Donovan), Mina Badie (Donna), Chris Stack (Chris), Stephanie Gatschet (Angela), Colin Fickes (Angus), Tommy Savas (Darren). Gabriel Millman (Felix), Spencer Lowe (Ted), Morena Bacarin (Rachel), Lisa Emery (Regina),


Produttori: Anne Chaisson, George Van Buskirk, Dylan Kidd
Produttori esecutivi: Campbell Scott., Martin Garvey
Produzione: USA, Holedigger Films
Distribuzione internazionale: Splendid Television, llc

Note tecniche anno di produzione 2002
35 mm (1;1,85), colore, 104’
sonoro ottico Dolby SR
versione originale inglese


Biografia


Dylan Kidd (Massachusetts, 1969) si laurea col massimo dei voti alla New York University’s Tisch School of the Arts. Nel 1997 con il cortometraggio Ian’s Ghost vince la medaglia di bronzo al Worldfest Houston, è finalista al UsaFest, e riceve un riconoscimento al Huntington International Film Festival. Nel 1999 Evolution, una pubblicità indipendente, viene selezionata come “Best Spot You May Never See” dalla rivista “Shoot”. Tra le opere degli ultimi anni troviamo On Your Mark, commedia romantica interattiva di cui cura sceneggiatura e regia per il content provider “Film Snacks”, e tre episodi della serie televisiva brillante “Changing Gears”, che realizza per Zilo Networks. Nel 2001 la sceneggiatura di Rodger Dodger viene letta in apertura di The Fifth Night, la stagione di letture al Nuyorican Poet’s Cafe.


Filmografia

2002 Roger Dodger (Roger schivaguai).


Fonte: Biennale di Venezia 2002

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