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Palcoscenico

Giorgio Albertazzi

Amore, potere e morte nello Shakespeare secondo Calenda e Albertazzi

Riccardo Visintin (RV): è non senza emozione — perché è la verità — che incontriamo l’ultimo grande attore italiano rimasto: Giorgio Albertazzi. Se lo lasci dire di cuore…
Torna a Trieste con il “Giulio Cesare”, io ho pochissime parole, lascio tutto ad Albertazzi: un bilancio nello specifico di questa avventura triestina, che è già a metà.

Giorgio Albertazzi in Giulio Cesare di Shakespeare per Giorgio AlbertazziGiorgio Albertazzi (GA): Il bilancio mi pare estremamente positivo, perché io aspetto sempre l’incontro con il pubblico, questa è la verità… Prepariamo, studiamo, si pensa, si discute, si cerca, no? Insieme, da soli, ma soprattutto insieme: questa è una cosa fatta insieme a Tonino Calenda.
Ho raccontato prima com’è nata l’idea della lettura attraverso Bruto del “Giulio Cesare” di Shakespeare, che è un testo grande, anche farraginoso, spesso ripetitivo, dove l’intuizione resta quella del “Bruto-Amleto” insomma, di Shakespeare, questa resta… Che Bruto abbia avuto dei dubbi, che sia stato trascinato così, con una persuasione quasi occulta, a far parte della congiura, non si sa se storicamente fu così. La storia non riferisce sempre questi fatti sotterranei che poi sono quelli invece che contano veramente, ma si rifà solamente ai fatti esterni, quelli grandi, quelli ormai acquisiti, le date, la morte, i grandi sentimenti, ma invece spesso, come dice in “Rosarez” Mario Luzi, i grandi movimenti della storia alla fine sono fatti di piccole cose, un’irritazione, una lite con la moglie, che portano successivamente a prendere una posizione anziché un’altra.

Comunque, dopo che quest’estate sono venuto qui a Trieste al teatro all’aperto con “Le Memorie di Adriano”, il ritorno è buono: è uno spettacolo prodotto dal mio teatro, dal Teatro di Roma, questo, è il primo spettacolo prodotto da me come direttore dello Stabile di Roma.
Ebbe il suo battesimo al Colosseo, facemmo questo impianto con il Comune di Roma tra il Colosseo e l’Arco di Costantino. Poi ci abbiamo lavorato ancora, poi l’abbiamo fatto altri due giorni da qualche parte, poi siamo venuti qui a Trieste che ha co-prodotto con me lo spettacolo, con noi di Roma insomma.
Calenda ha fatto una regia molto pulita, molto netta, il disegno ormai è preciso, è quello, non si può sbagliare, è quello lì… Ci sono venti attori validissimi, due attrici-cantanti, che fanno Porzia e Calpurnia, e mi sembra che lo spettacolo abbia una ritmica molto incalzante, molto forte, un’ora e venti di precipitazione verso un evento che forse la storia deve discutere.

Il fatto patetico e toccante è che Bruto non realizza il proprio sogno di salvare la Repubblica, è proprio il contrario, l’azione di Bruto e dei congiurati dà l’avvio al più grande Impero della storia, quello di Ottaviano Augusto, è lui che trionfa poi: a Filippi ci sarà questo “redde rationem”, in cui certamente Bruto e Cassio soccombono.
Mi sembra che la seconda parte, incentrata su Bruto che si muove, parla con le ombre, con i fantasmi, sia talmente scespiriana in questo spettacolo, che se Shakespeare fosse vivo direbbe “bravi!”.

Giorgio Albertazzi in Giulio Cesare di Shakespeare per Giorgio AlbertazziRV: Grazie, ancora una cosa, brevissima, perché le cose da dire sarebbero tante, ma è impossibile.
Allora, le racconto un piccolo aneddoto brevissimo che le farà piacere. C’è un suo collega, credo che sia anche un suo amico, Paolo Poli, che è fiorentino come lei, il quale è stato molto gentile con noi (abbiamo fatto un’intervista insieme) e mi diceva: “Ma vedi, ma ti rendi conto, tu sei giovane, che non ci sono più gli attori come Giorgio Albertazzi. Un attore che ha lavorato con Visconti, con Zeffirelli, con Alain Resnais ne L’anno scorso a Marienbad” — perché Poli è un grandissimo appassionato di cinema- “era una generazione di attori” — e Poli ha detto “mi ci metto dentro anch’io” — “che avevano il cuore, la poesia, l’anima, oggi i giovani vogliono tutto e subito”.
Allora io le chiedo, a lei che è assolutamente un maestro: è vera questa cosa, che in effetti c’era un altro tipo di applicazione da parte vostra, un sanguinare sui testi, un afflato che oggi non c’è più?

GA: La generazione del dopoguerra diciamo, è stata una generazione forte, anche per ragioni inspiegabili insomma, biologiche, non so: c’è stata la generazione fortissima degli Strehler, degli Squarzina, degli Albertazzi, dei Salerno, dei Gassman, degli Sbragia… Certo questa non si è ripetuta… Mastroianni… non si è ripetuta, per adesso… è cambiata anche la moda, cioè si è abbassato il livello del protagonista: è importante questo, bisogna pensarci su queste parole.
Si è abbassato il livello del protagonista, si è omologato il lavoro dell’attore a quello dello schema registico, succede quindi che ci sono delle distribuzioni ben fatte, valide, con attori validi, omologati al disegno della regia, ma manca il protagonista.

Il regista, che si è fatto protagonista, in realtà poi non c’è sulla scena, e allora delega: delega a chi? Delega all’impianto, delega alla grande scenografia, delega alle musiche, delega all’invenzione degli spazi, ma manca il protagonista.
Il risultato qual è, che si vede Amleto senza Amleto, Re Lear senza Re Lear, con tutto il resto a posto… Peer Gynt senza Peer Gynt, questo è il grave.
Allora, questa è la situazione del teatro in cui siamo, non è disperata, è un’esperienza che bisognava fare; credo che bisogni risalire la china, bisogni ricollocare l’attore al centro della scrittura di scena, e chi obbietta dice: “Ma dove stanno questi attori, non ci sono più..”, anche tu l’hai detto…. Eh, non ci sono più, sì, ma bisogna anche allevarli, bisogna dare spazio ai cavalli, ai purosangue, perché, se lo mette alla stanga, il purosangue vale meno di un cavallo qualunque, questo è il punto, capito? Quindi è un discorso complesso.

RV: Grazie, grazie veramente.

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