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Scrittura

Julio Monteiro Martins

Un rivoluzionario della letteratura

Julio Monteiro Martins Unendomi idealmente allo sforzo che Fucine Mute sta compiendo ultimamente, nel tentativo di lanciare una nuova generazione di autori e poeti, da cui “distillare” un domani letterario migliore e più vivo, voglio inaugurare con questo articolo una serie di interviste che cercheranno in qualche modo di chiarire quanto effettivamente, e realmente, si stia facendo nel nostro paese per i giovani e come essi, dal canto loro, si stiano preparando ad affrontare la battaglia per emergere o ritagliarsi uno spazio originale e produttivo nell’editoria di oggi.
Andrò dunque a “disturbare”, per procurarmi notizie e pareri utili, i responsabili delle più significative, fra le riviste — o case editrici — attualmente impegnate a lavorare per i giovani (al fine di promuoverli e portarli all’attenzione del pubblico, critica compresa), o addirittura fondate e gestite dai giovani stessi.
Be’, a dirla tutta, qualcuno l’ho “importunato” di già. E mi riferisco al professor Julio Monteiro Martins che, nato in Brasile, ha riscosso negli anni notevoli successi, persino internazionali, come romanziere, saggista ma anche novelliere, e che qui in Italia ormai è diventato il cuore — non a caso batte e si batte per la cultura — saldo e indispensabile del trimestrale telematico Sagarana, un periodico molto conosciuto nel web e, al contempo, indissolubilmente legato all’omonima scuola di scrittura creativa. Sì, quella aperta nel 1996 a Lucca, proprio da Monteiro Martins, con l’obiettivo di dare una mano ai nuovi autori (sia narratori, sia poeti) e al loro legittimo desiderio di costruirsi un destino, una carriera e, quindi, l’opportunità di poter presto contribuire al futuro prossimo della letteratura.

Pietro Pancamo (PP): Caro professore, come sa, la “crociata” che Fucine Mute sta conducendo — nella speranza di giungere ad un ipotetico, auspicabile rinnovamento — riguarda soprattutto la poesia, forma d’espressione che è per lei, se non sbaglio, una sorta di passione privata. Nel senso che davvero pochi sono i versi da lei sinora pubblicati. Da che deriva questa scelta?

Julio Monteiro Martins (JMM): Non è che la poesia per me sia esattamente una “passione privata”, ma piuttosto ho prodotto molto meno, quantitativamente parlando, in poesia che in prosa. Perché? Sicuramente non per ragioni di “mercato”, di cui non mi importa niente. Piuttosto, forse, perché nella scrittura della mia poesia emergono elementi del mio inconscio, elementi scomodi, addirittura rimossi, certe verità svelate da un’apertura intima dell’io a livelli più profondi, che fanno sì che io mi conceda a questo “lusso dello spirito” più raramente. Ogni volta che scrivo una poesia è un piccolo sconvolgimento nel mio essere, come se l’acqua ferma dell’“acquario” fosse smossa, la sabbia del fondo liberata, e i pesci impazzissero per un po’, si agitassero, fino al ritorno della sabbia ai suoi fondali. Scrivere poesia mi fa questo strano effetto (e magari lungo tutti questi anni la poesia mi ha fatto risparmiare qualche sessione di psicanalisi…). Però, non è un evento minore nel complesso della mia opera letteraria. In Brasile alcuni critici letterari importanti come Fritz Teixeira di Salles, Guilhermino César e Juvenile Pereira hanno scritto che consideravano la mia poesia la parte più importante e intensa della mia scrittura. È un punto di vista da prendere in considerazione. E non sarei sorpreso se eventualmente anche in Italia in futuro accadesse lo stesso. Dopo Il percorso dell’idea, un libro scritto in un genere “misto” tra prosa e poesia — si tratta di “pétits poemes en prose” -, pubblicato in Italia dalla Bandecchi e Vivaldi, di Pontedera, nel 1998, sto lavorando ora a una raccolta di poesie tout court, tutte scritte originalmente in lingua italiana, intitolata  Eclissare il Taj Mahal.

Immagine articolo Fucine Mute

PP: La pregherei di illustrarci il suo modo di fare poesia; ad esempio, quali temi preferisce trattare nei suoi versi? E quali autori hanno influenzato di più il suo stile?

JMM: Inizio dalla seconda domanda. Per me è impossibile parlare di autori che hanno influenzato la mia poesia, perché da bambino sono stato un voracissimo lettore, prima di tutto di quella in lingua inglese, letta a voce alta da mia madre mentre studiava per le lezioni che doveva impartire presso la cattedra di Letteratura nordamericana all’Università e che riguardavano, a quel tempo (i primi anni Sessanta), T. S. Eliot, Robert Frost, Emily Dickinson, Auden, e tanti altri). Poi, nella prima adolescenza, ci sono stati i grandi poeti brasiliani — Drummond, Bandeira, João Cabral, Vinícius, Cecília Meirelles, Osvald de Andrade, Castro Alves — i portoghesi, come Fernando Pessoa e Florbela Espanca, e subito dopo, gli ispanoamericani Neruda, Paz, Ruben Dario, José Marti, Violeta Parra. A quel tempo — erano gli anni più severi della dittatura militare in Brasile, ma anche i più fertili, i più “epici”, della musica popolare brasiliana, delle cosiddette “canzoni di protesta” — la poesia presente nelle parole delle canzoni straordinarie di Chico Buarque, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Gilberto Gil, Gonzaguinha e Tom Jobim è diventata senz’altro parte della nostra formazione poetica. E solo più tardi, a metà adolescenza, entrarono con più vigore i francesi, gli italiani, i tedeschi, i russi, gli inglesi… Oggi, alcuni dei miei poeti favoriti vengono dall’Europa dell’Est, la Szymborska, Brodskij, Milosz…
Quanto ai temi… non saprei dire esattamente. Forse tutto: il senso dell’esistenza, il brusio generale del mondo, l’amore e la morte, la presenza del sublime, l’inutilità di fondo di tutti i movimenti, lo splendore di ritrovarsi umano, la bellezza dell’errore.

PP: Dato che — per quanto lei si diletti di poesia — il suo campo specifico rimane pur sempre la prosa e, in particolare, la narrativa, vorrebbe parlarci del suo ultimo libro di racconti La passione del vuoto?

Immagine articolo Fucine MuteJMM: La raccolta La passione del vuoto è appena uscita dalla Besa editrice, ed io la considero uno sviluppo ulteriore di questa mia nuova “avventura narrativa” in lingua italiana, iniziata con la raccolta precedente presso la stessa casa editrice, Racconti italiani. Posso dire che è un libro che, nonostante sia così recente, riscuote già un grande apprezzamento di critica e lettori. Ma è difficile per me parlarne, perché sono ancora troppo coinvolto, non ho quel minimo distacco critico necessario per una vera analisi. Carmine Gino Chiellino, professore di Letteratura comparata ad Augsburg, in Germania, che ne ha scritto la prefazione, dice per esempio, su La passione del vuoto, che “ciò che accomuna di più i racconti brevi e a volte brevissimi di Julio Monteiro Martins e che conferisce unità estetica al volume è il fatto che essi in realtà sono degli incipit che annunciano tanti romanzi. Giunto alla fine di ogni suo racconto ho avuto la netta sensazione di entrare in un romanzo, che Julio Monteiro Martins non racconta per non imbrigliare la fantasia dei suoi lettori. O si tratta di un raccontare tutto brasiliano che a me sfugge? In ogni caso il suo modo di raccontare realtà italiane era finora ignoto alla letteratura italiana”. E più avanti conclude dicendo che “l’alternanza di racconti che nascono da memorie parallele e di racconti che si nutrono dell’assenza dello spazio, garantisce alla raccolta un equilibrio estetico che ogni lettore amante dell’alta letteratura gusterà fino all’ultima sillaba”. Così, siccome mi fido di Chiellino, lascio a lui la parola.

PP: Com’è nato il suo interesse per l’insegnamento della scrittura creativa?

JMM: Nel 1979 sono stato invitato dall’Università dello Iowa a partecipare a quello che, a quel tempo, era il più importante programma mondiale di incontri di scrittori, l’ International Writing Program. In quegli anni, presso la stessa università, esisteva il più prestigioso corso di Creative Writing degli Stati Uniti, dove hanno insegnato Kurt Vonnegut Jr., Raymond Carver, Flannery O’Connor, Donald Justice, Vassili Vassilikos, Snodgrass, Joyce Carol Oates, Ishmael Reed e tanti altri. Ho fatto amicizia con questi scrittori e ho accompagnato i loro insegnamenti, imparato le loro metodologie, l’approccio giusto ai testi scritti dagli allievi, il rapporto di complicità personale che si stabiliva, la sinergia creativa che era la dinamo centrale del workshop, ma soprattutto il rispetto dello stilo personale di ogni allievo — ognuno visto quasi come un workshop a sé -, l’approfondimento di ogni specifica vocazione con le sue proprie caratteristiche narrative e poetiche. Poi, nell’inverno del 1979, sono stato invitato da un college di avanguardia del Vermont, il Goddard College, a creare il mio proprio workshop di scrittura — il primo dove ho insegnato curiosamente in lingua inglese — e lì sono rimasto per due anni a sviluppare le tecniche e le conoscenze che negli anni Ottanta ho portato in Brasile, e poi, nel 1994 e 95 in Portogallo, e a partire dal 1996 in Italia, con la Scuola Sagarana.

PP: Quali obiettivi si propone questa scuola?

JMM: Spero di non sembrare troppo ambizioso se risponderò che l’obiettivo principale è impostare la nuova letteratura italiana in un modo diverso dalle tendenze che si configuravano quando sono arrivato in questo paese, otto anni fa. Ho verificato allora che gli italiani, a scapito della loro straordinaria tradizione letteraria, avevano delle priorità sballate, avevano perso di vista cos’è veramente scrivere letteratura, erano più preoccupati dei contratti editoriali, di come ottenere spazi nei talk show e nei supplementi culturali dei giornali, partecipazioni a convegni e fiere internazionali, che delle vere questioni: quelle esistenziali, politiche e ideologiche, estetiche, psicologiche, stilistiche e filosofiche. C’era un impoverimento generale in corso, una crescente assenza di spessore, di contenuto, addirittura di “coraggio letterario”. Esattamente il contrario di quello che aveva avuto abbondantemente la splendida generazione italiana del dopoguerra: Pavese, Buzzati, Pasolini, Vittorini, Sanguineti, Tomasi di Lampedusa, la Merini, la Ortese, e tanti altri. Si era perso a partire degli anni Sessanta, con rarissime eccezioni, quel coraggio civile nella scrittura, che era tanto ammirato in altri paesi come una caratteristica italiana per eccellenza, e che i latino-americani come me non avevano perso, anche perché la lotta a fuoco e sangue contro i dittatori non lo avrebbe mai permesso. È questa eredità, questa consapevolezza delle vere priorità della letteratura, che vorrei portare in Italia attraverso la Sagarana, e credo che sia proprio questo che ora facciamo lì, nella nostra scuola a Lucca. Per esempio dedicando attenzione non solo al “come scrivere”, ma anche al “cosa scrivere” e al “perché scrivere”. All’interno del Master abbiamo un corso specifico di Etica della Letteratura, e discussioni filosofiche e ideologiche, oltre a quelle strettamente letterarie. La Sagarana non è una fornitrice di informazioni tecniche, ma un vero e proprio spazio di formazione.

PP: Qual è, secondo lei, la vera peculiarità, il vero segno distintivo del suo metodo d’insegnamento?

Hermann BrochJMM: La sintonia creativa, il cercare di capire il mondo interiore dell’allievo, le sue intenzioni letterarie e il perché delle difficoltà a trasformarle in gesto letterario, a materializzarle nei suoi testi. La ricerca degli strumenti giusti per riempire queste lacune formative, il dialogo aperto su tutti gli argomenti. La letteratura, come sai, è l’unica area veramente universale della conoscenza umana, quella che abbraccia l’uomo nella sua totalità, e per usare le parole di Hermann Broch, ha il compito di dire quello che solo la letteratura è in grado di dire. Proprio per questo il “metodo” della Sagarana, che in verità è una concertazione di metodologie didattiche diverse, non si limita alla letteratura e naviga liberamente in tutti i mari della vita dello spirito, esegue la sua particolare circumnavigazione.

PP: Per i giovani che si diplomano presso la sua scuola, che prospettive si aprono nel mondo della letteratura o comunque dell’editoria?

JMM: Ognuno avrà il suo percorso particolare, a seconda del suo talento, ma anche delle sue tendenze stilistiche. È chiaro che uno che è bravo nella costruzione di dialoghi, che adopera uno stile più colloquiale, avrà un futuro nell’area della sceneggiatura o della drammaturgia. Altri fanno e faranno una carriera nel campo della narrativa, o della poesia. Anche se al posto della parola “carriera” sarebbe forse meglio parlare di “una vita”, di una “dedizione”. Ogni caso è un caso, e non vorrei generalizzare. Ma il fatto è che, dopo il Master della Sagarana, credo proprio che gli allievi siano preparati per affrontare il mondo della cultura e dell’arte con una produzione di livello alto, una grande consapevolezza di sé e una serie di principi e di convinzioni che saranno loro utili lungo tutta la loro vita.

PP: Lei pensa che attualmente, in Italia, si stia facendo abbastanza per scoprire e valorizzare i nuovi talenti? Oppure si dovrebbe fare di più? E che cosa?

JMM: Vedo una certa effervescenza nell’area letteraria negli ultimi anni, più intensa e stimolante di quella, molto modesta, del tempo del mio arrivo in questo paese, nel 1995. Oggi intanto ci sono i corsi di scrittura. In verità sono pochi quelli di qualità, i più vendono “contiguità fisica” con personaggi in evidenza, che si presentano con nomi famosi, di prestigio, ma che non sanno insegnare e non hanno un vero interesse per gli allievi, sono solo dei personaggi snob, o vecchi baroni dell’accademia, sprezzanti con i giovani; in questi casi è chiaro che finisce tutto subito dopo in una grande delusione. E ci sono le nuove riviste telematiche, alcune di grande qualità. E anche dentro l’università, sempre così distante e apatica riguardo al fenomeno creativo, comincia a smuoversi qualcosa. Quel che manca veramente è un’interfaccia tra le case editrici, la stampa culturale e i nuovi scrittori italiani, soprattutto quelli che integrano la nuova esplosiva letteratura migrante italiana. Come se editori e scrittori parlassero lingue diverse, non si capissero proprio. Il mondo editoriale sembra fermo agli anni Ottanta, in balia degli amministratori delegati provenienti dalla old economy che l’hanno colonizzato, tanti di loro profondamente ignoranti in materia di letteratura e anche in altre materie — basta rileggere i testi molto acuti che Grazia Cerchi ha scritto qualche anno fa su questo fenomeno, pubblicati nel suo libro Scompartimenti per lettori e taciturni — ma in balia anche di dilettanti provenienti dall’area letteraria che vivono ancora immersi in quelle priorità sballate e superficiali di cui parlavo prima. È lì che bisogna cambiare tutto, bisogna fare una vera e propria rivoluzione.

PP: Tornando alla sua scuola, che ruolo ha in essa il trimestrale telematico Sagarana?

Immagine articolo Fucine MuteJMM: Un ruolo molto importante, infatti. La rivista Sagarana è nata per accostare agli insegnamenti del Master della Sagarana i testi di narrativa, le poesie, ma anche i saggi, le riflessioni, che servono come materiale complementare allo sviluppo del Master. Tanti sono testi tratti da edizioni fuori commercio, esaurite senza la necessaria ristampa (un altro problema serio dell’editoria italiana), oppure mai tradotti in lingua italiana, e in questo caso ordino la traduzione a traduttori oggi tra i più bravi, oppure li traduco io stesso, da solo o eventualmente insieme ai miei allievi di Portoghese all’Università di Pisa. Con il tempo, la rivista — che ha completato tre anni di esistenza qualche mese fa — ha preso una sua vita indipendente dalla Scuola di Scrittura, una sua autonomia, da vera rivista culturale — uno strumento indispensabile, come si sa, nello sviluppo di qualsiasi letteratura — ed è diventata una delle più importanti del paese, e forse la più letta, con le sue 900 visite giornaliere in media. La Sagarana è molto letta anche all’estero, dai professori che in tutto il mondo insegnano Italiano o Letteratura italiana, e anche da stranieri che parlano o stanno imparando l’italiano. In questo modo la rivista è diventata anche una vetrina molto efficace per i nuovi talenti (sia narratori che poeti), e infatti, sin dall’inizio, è stata creata una sezione specifica per la pubblicazione di testi di autori ancora inediti, chiamata Vento Nuovo. Insieme, la rivista e la scuola portano avanti questo nostro progetto di “rivoluzione” nella letteratura letta e prodotta in Italia in questo inizio di XXI secolo, che oltre a un progetto è anche una poetica e un atto di fede nel valore sociale della scrittura letteraria.

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