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Scrittura

Francesca Bonafini

Scrittori in cucina

Scrittori in cucina, il libro di cucina degli scrittori moderni.Basta dare un’occhiata agli scaffali delle librerie per accorgersi che l’editoria sta attingendo a piene mani dallo sconfinato barile della gastronomia, il cui fondo non è distante, ma promette (minaccia?) di avere ancora molto da offrire. Anzi, non occorre neppure entrare in libreria, sia essa reale o virtuale: sarà sufficiente osservarne la vetrina per venire immancabilmente attraversati dal seducente sguardo del cuoco di turno. Che si tratti di un giovane inglese star della BBC, di un sovraesposto chef nostrano, di una procace conduttrice o di una popolare giornalista dalle altrettanto popolari parentele, tutti cucinano e lo raccontano in un libro. Chi non cucina, va in giro per le cucine italiane – tanto di massaie quanto di blasonati ristoratori – a raccogliere esperienze e testimonianze culinarie. Poi lo racconta in un libro.

Viene da chiedersi se la televisione, dalla quale la tendenza editoriale sembra aver preso le mosse e, di conseguenza, l’editoria stessa, stiano effettivamente rispondendo a un bisogno di culinaria del pubblico (inteso come insieme degli ascoltatori e dei lettori) o se non lo stiano, piuttosto, inducendo, magari in ragione del fatto che il livello culturale degli italiani è andato progressivamente abbassandosi negli ultimi decenni – come peraltro acutamente osserva, sebbene forse non per primo, anche Camilleri sul primo numero dell’anno di Micro Mega – e che le proposte editoriali, per essere profittevoli, devono essere commisurate al gusto e alle capacità intellettive della maggioranza – plasmata proprio dalla televisione – per attrarla e renderla consumatrice del prodotto-libro.
Sia come sia, le classifiche di vendita parlano chiaro: i libri di ricette hanno uno strepitoso successo e gli scrittori che vendono di più, tolti i mostri sacri del bestseller, sono i cuochi.

Quello che sembrano aver intuito per prime Francesca Bonafini e Nadia Terranova, curatrici dell’antologia Scrittori in cucina edita da Jar , è che – quale meraviglia! – anche gli scrittori cucinano. Essendo lo scrittore un essere umano e dovendo, in quanto tale, almeno saltuariamente nutrirsi, la maggior parte di essi è perfettamente in grado di confezionarsi in autonomia pasti decenti, apprezzabili e sublimi o, se proprio appartengono all’insieme di coloro che al massimo sanno fare il caffè o metterebbero le noci nel pesto, hanno sicuramente almeno mangiato, e possono raccontare qualcosa di interessante legato a un’esperienza organolettica del loro passato recente o remoto.

Il taglio che si è voluto dare al volumetto è quello di una lettura leggera, essendo, del resto, l’argomento gioioso e foriero per antonomasia di lieti ricordi. Non mancano, quindi, gli episodi dell’infanzia o in cui è prepotente la nostalgia di una condizione passata, ma ciascun narratore sviluppa il tema in un’ottica unica, personale – si può dire – in quanto specifica dell’autore e non in quanto piattamente correlata ad un’esperienza individuale. Il sesso forte, complessivamente imbranato (poiché, si sa, se è vero che i grandi chef sono generalmente uomini, è altrettanto vero che mentre qualche maschietto gioca al “piccolo Escoffier”, quasi tutte le femminucce stanno quotidianamente ai fornelli per mettere loro qualche manicaretto davanti), predilige l’aspetto seduttivo dell’offrire cibo, mentre le signore, generalmente, regalano più o meno teneri scorci sulla dimensione domestica della preparazione.
Proprio Francesca Bonafini dà il via alle danze con la pearà veronese (una salsa calda per il bollito che, come la maggior parte delle specialità locali, spaventa per gli ingredienti, ma promette di strabiliare) e un ironico racconto di sveviana diffidenza verso la psicanalisi, ma il contributo maggiormente ritmato dal punto di vista comico è quello dell’altra curatrice, Nadia Terranova, che distrugge l’icona della nonna-regina del fornello con il personaggio di una temutissima matriarca, capace di propinare ai familiari succubi pietanze sconvolgenti, nel senso meno entusiasmante del termine. All’opposto, non solo geografico, il testo della triestina Francesca Longo, autrice di una metafora lucida e puntuale sul melting pot (probabilmente espressione più appropriata al contesto non esiste) culturale della propria regione, che restituisce al lettore un ritratto sincero, dal quale trapela affetto, ma non indulgenza, esempio concreto ed attuale di quella “ricchezza della diversità”, che scopriremo essere cara alla Bonafini e che questo libro, nel piccolo delle sue 140 pagine, insegna ad apprezzare.

Decidiamo, quindi, che il posto più opportuno per incontrare Francesca Bonafini sia un’osteria del centro di Trieste, scelta per ragioni pratiche, economiche, ma soprattutto per calarci nell’atmosfera della cucina locale, coerentemente con il libro che la scrittrice scaligera ci presenta.

Lorenza Pravato (LP): L’ultima volta che sei venuta a Trieste era in veste di autrice di Mangiacuore, questa volta sei qui come curatrice di Scrittori in cucina (curatrice e autrice, in realtà). Che libro è?

Francesca Bonafini (FB): Si tratta di un’antologia che abbiamo curato insieme io e Nadia Terranova, da un’idea della stessa Nadia, e s’intitola propriamente  Scrittori in cucina, il libro di cucina degli scrittori moderni. Abbiamo chiesto a venti autori, uno per regione, di raccontarci un piatto della propria terra in chiave narrativa: una ricetta, un racconto. Il libro è un vero e proprio ricettario, con tempi di cottura, di preparazione e ingredienti, ma con la particolarità di avere annesso ad ogni piatto un racconto, che si può leggere mentre si prepara la ricetta o la si degusta. Abbiamo quindi: un autore per ogni regione, per ogni regione un piatto, per ogni piatto un racconto.

Francesca Bonafini e Nadia Terranova

LP: Che cos’ha questo libro di particolare rispetto agli altri libri di cucina che stanno invadendo le librerie?

FB: (Si aggiusta sulla sedia, come se non fosse la prima volta che deve ribadire l’identità dell’antologia). Questo libro ha di diverso proprio la narrativa: pensiamo che si possa raccontare la cucina ancora meglio attraverso dei componimenti, attraverso, quindi, una chiave di finzione. Semplicemente questo.

LP: Non proprio poco…

FB: È un’idea diversa…

LP: Dicevamo che di questo libro sei anche curatrice. In che cosa consiste questo ruolo rispetto a quello di chi compone il racconto?

FB: Il lavoro di curatrice è stato molto bello e molto interessante. Abbiamo intrapreso questo viaggio nell’Italia narrativa proprio perché dovevamo scegliere un autore per ogni regione, perciò mi sono molto divertita a percorrere letterariamente la penisola. È stato stimolante, divertente, piacevole, non abbiamo avuto intoppi di sorta. È stata una bella esperienza, tanto più che la ripeterò a breve con la curatela di un’altra antologia (insieme a Caterina Falconi), per un editore abruzzese, che si chiama Galaad.

LP: Tu avevi anche curato l’antologia Quote rosa?

FB: No, in quel caso ero solo autrice.

LP: Sei soprattutto una che legge molto.

FB: È vero, l’ho detto e lo confermo.

LP: Quanto è importante saper leggere per poter scrivere?

FB: È fondamentale, è la base di ogni scrittura: non esiste uno scrittore se non c’è prima un lettore.

LP: Sono curiosa di conoscere, invece, il tuo rapporto con il libro come oggetto. Al giorno d’oggi ci sono gli e-book, ma a te che soddisfazione dà un e-book?

FB: Io non ho esperienza diretta con gli e-book, ma devo dire che amo i libri in maniera viscerale, come oggetti. Anzi, ho verso di essi un attaccamento quasi maniacale. Compro “quintalate” di libri, compro libri compulsivamente perché vorrei leggere tutto. Poi, ovviamente manca il tempo, ma la cosa bella di farsi una biblioteca ampia è avere la possibilità di svegliarsi di notte e di scegliere il libro da leggere quella notte, scoprire un libro che magari era stato comprato sei mesi prima – o un anno prima, o due anni prima – e all’improvviso avere questa epifania, questo incontro, appunto, bellissimo.

LP: Tornando a Scrittori in cucina, che come dicevamo presenta un racconto e un autore per ogni regione: c’è un riferimento intenzionale all’unità d’Italia, oppure è un caso se il libro esce al momento giusto?

FB: Devo ammettere che è stato casuale, ma effettivamente capita bene. Come dicevo prima, questo è stato un viaggio per tutta la penisola e se c’è una cosa che in cui credo di questo Paese è la ricchezza della diversità: la diversità linguistica, quindi anche culturale, questa eterogeneità – anche culinaria, dato che in questo caso parliamo di cucina – è proprio una forza nazionale. Quindi, sì, è stato casuale, ma capita proprio nel momento giusto.

LP: A proposito della ricchezza della diversità anche di carattere linguistico, che rapporto hai con i dialetti, tu che sei tanto attenta all’uso della lingua italiana?

Francesca BonafiniFB: Io amo tantissimo i dialetti, in primis il mio, ovviamente: lo parlo, sono dialettofona, sono cresciuta parlando dialetto, continuo ad amarlo ed è forse la lingua in cui penso. E amo i dialetti delle altre regioni: mi piace incontrarli, mi piace ascoltarli, mi piace farmi contaminare, mi piace imparare altri “modi di dire”. A tal proposito sono un caso Zelig (non so se vi ricordate il film di Woody Allen), perché se io passo – che so – due mesi a Napoli, poi finisco per parlare con la cadenza napoletana. Mi succede sempre così! Oppure, se condivido l’appartamento con dei pugliesi, dopo un po’ parlo come i pugliesi. È una cosa che comunque mi piace, mi piace questa varietà e questo rimescolare il tutto. Poi, quando torno a casa, a Verona, sento le mie radici e mi ritorna fuori fortissimamente il dialetto veneto, assieme a un marcato accento che, peraltro, gli altri magari mi sentono sempre e solo io credo di non avere…  Mi dicono però che l’ho mescolato con l’emiliano, anche se un emiliano mi direbbe che sono pazza e che si sente lontano un miglio che sono veneta!

LP: Ho ancora qualche domanda sull’Italiano e l’uso della lingua in rapporto alla verità. Ho preso lo spunto da un articolo di Bartezzaghi su Micro Mega di questo mese relativo all’uso propagandistico dell’eufemismo e mi sono domandata che rapporto abbia lo scrittore con la verità. È uno che si inventa delle storie, ma è anche uno fondamentalmente sincero…

FB: …lo è attraverso la finzione, attraverso l’invenzione che passa sempre e comunque per qualcosa di “tangibile”, per qualcosa che hai visto, conosciuto, osservato da vicino. Altrimenti credo sia impossibile raccontare qualcosa che non senti, che non passa in qualche modo attraverso di te. Dico sempre che anche quando si parla di astronavi e di alieni la scrittura è autobiografica, perché c’è sempre un filtro, che è il tuo sguardo, è il tuo modo di stare nel mondo.
In riferimento a prima, volevo aggiungere che il connubio tra parola e cibo a me sembra appropriato per il fatto che sia cibo che parola passano per la bocca, hanno un “gusto”; soprattutto la parola della narrativa, la parola letteraria, ha un suo gusto, è, anzi, la parola gustosa per eccellenza.

LP: A questo punto l’ultima domanda che ha senso fare è quella sui progetti futuri: a cosa stai lavorando, quando pensi di pubblicare un’opera narrativa?

FB: Uscirà a giugno ed è un romanzo molto particolare. Siamo quattro autrici, una delle quali è Nadia Terranova, che ha curato con me questa antologia. Un’altra è Patrizia Rinaldi, napoletana (Nadia è siciliana), e poi c’è un’autrice abruzzese, che è Mascia di Marco. Il romanzo è la storia di quattro personaggi – tre donne e un uomo – che sono in qualche modo legati; e il legame tra questi personaggi è lui – cioè, è il personaggio maschile – che si chiama Patrizio Zefi. Il romanzo esce a giugno per Fernandel e in questi giorni stiamo lavorando alle bozze, stiamo ultimando il lavoro… insomma, questa è l’opera narrativa di più prossima uscita.

LP: E di tuo-tuo?

FB: “Di mio-mio” c’è un romanzo pronto, che è in giro in lettura e… vediamo che cosa succede, sto attendendo risposte.

LP: Perché tu non scrivi tantissimo, tu, piuttosto, stai lì, limi, aggiusti, hai un’idea, la scarti… com’è il tuo processo produttivo? Travagliatisimo, no?

FB: Travagliatissimo, sì. Infatti in questi giorni sono preoccupata perché devo finire di lavorare a questo mio pezzo de Il cavedio – questo romanzo scritto in quattro – e vivo malissimo questa esperienza, perché ogni virgola è sofferta.

LP: Anche perché tu hai cura del ritmo, non solo della composizione corretta, ma anche del suono della pagina…

FB: Con un romanzo è sempre difficile farlo, perché il romanzo ha una struttura ampia, quindi controllare tutto è difficilissimo. Con i racconti forse è più facile perché la loro stessa dimensione permette di avere più controllo. Però mi piace pensare la narrativa come una partitura musicale, perché la lingua ha prima di tutto un suono. Prima di essere senso è anche suono. Questo, per lo meno, per quanto concerne la lingua poetica, ma anche la narrativa. Molti narratori forse si dimenticano di questo, della dimensione fonica della parola, del suono, del ritmo… non c’è tantissima narrativa che curi questo aspetto. La poesia sì, necessariamente e per forza, se no la poesia non ha senso, ma spesso la narrativa è appassionante e avvincente da un punto di vista di plot – di storia – magari è anche “scritta bene”, ma manca di questo aspetto sonoro. Perché, devo ammettere, è difficile curarlo, soprattutto quando le dimensioni sono ampie. Quando si lavora sul racconto hai un controllo diverso, vedi la fine, riesci a controllare anche la dimensione meramente spaziale della lunghezza. Quando si parla, invece, di cento o duecento pagine, diventa difficile.
Io, poi, non scrivo romanzi lunghi e non ne scriverò mai probabilmente, specie perché tendo ad “asciugare” molto; a lavorare piuttosto sulla lingua, dal punto di vista fonico, e ad andare al sodo: non mi piace divagare troppo. Forse non scriverò mai qualcosa di lunghissimo. Chi lo sa?

LP: Stai scrivendo, comunque?

FB: Sì. Recentemente mi è stato chiesto di scrivere un intervento su Ivano Fossati, ed è una cosa che mi piace molto, per un libro sull’erotismo nel pop e nel rock. È una dimensione completamente diversa, saggistica, però continuo a scrivere.

Francesca Bonafini

Nata a Verona nel 1974. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo, Mangiacuore (ed. Fernandel). Ha collaborato a progetti musicali e scritto testi di canzoni, pubblicato racconti su riviste, quotidiani e varie antologie tra cui Quote rosa (Fernandel, 2007), Dylan revisited (Manni, 2008), Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008), Fiocco rosa (Fernandel, 2009), Corpi d’acqua (Voras, 2009), Fobieril-soluzione maniazina (Jar, 2009).

 

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