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Scrittura

Dagli Hippies al Black Metal

L’editoria italiana riscopre la controcultura

L’editoria italiana è partecipe di una perigliosa opera di falsificazione storica e culturale: prediligendo il confortevole basso livello dei “come eravamo” ha da un lato innalzato al livello di mito gli aspetti più individuali e insignificanti della “generazione del ‘68”, dall’altro tralasciato completamente le radici di quel movimento, il reale lascito filosofico di un momento storico che tutti hanno in bocca senza saperne poi molto.
Ecco perché il paradosso che sostiene chi scrive è che solo rottamando i centri di potere formatisi in Italia e non solo in quel periodo, e che allo stato attuale rappresentano l’ennesima deriva del conservatorismo, si potranno far propri i veri ed unici insegnamenti provenienti da quella generazione e quella immediatamente precedente.
Da questo punto gli anni Sessanta, coi suoi movimenti, la sua controcultura, il suo entusiasmo restano, in epoca di massificazione e di prona accettazione dell’esistente, un paradigma ineludibile per una nuova cultura della rivolta interiore.
Non c’è niente di più radicato, e al contempo postmoderno, di quanto espresso in quegli anni maledetti e benedetti… Pensiamo ad esempio all’isteria collettiva derivata dalla scomparsa da uno dei figli della controcultura americana, quello Steve Jobs, mente brillante quanto si vuole, ma difficilmente credibile nel ruolo di “guru”… La società ha bisogno di guide spirituali, ha bisogno del Mito (rovesciando l’infelice aforisma minimalista di Brecht) e dunque sarebbe l’ora che se ne scegliesse o riscoprisse di migliori.

Timothy Leary. Una biografiaPrendiamo ad esempio il caso di Timothy Leary, cui Fandango dedica una monumentale biografia, ad opera di Robert Greenfield, asciuttamente intitolata “Timothy Leary. Una biografia”, tardivo, ma necessario tributo ad un uomo che, con tutte le sue contraddizioni, coi suoi eccessi, ma anche con le sue strabilianti intuizioni è riuscito a distillare una ipotesi concettuale di massa grazie alla quale l’individuo potesse lanciarsi verso un nuovo cyberspazio (…altro che Jobs!) dopo essersi riappropriato del bambino interiore che è in lui. Greenfield, non troppo attendibile allorquando traccia i riferimenti culturali di Leary, con la sua prosa scorrevole, riesce bene a cogliere il grande dono comunicativo di Leary, e ripercorre la umana troppo umana vicenda di questo “eroe” della controcultura senza tessere condanne e apologie preventive. Chi scrive ha argomentato le sue perplessità sullo “psichedelismo di massa” promulgato dal Leary , preferendo le tecniche di “avvicinamento” di un Michaux o di uno Jünger, pur tuttavia dalle pagine di questa imprescindibile, in quanto unica, biografia reperibile in italiano, emerge a chiare lettere quanto la nostra società avrebbe bisogno di personaggi che sparigliano la scena, dandoci una benefica scossa. Leary e la sua moderna utopia dunque ci mancano da morire…
Da accogliere dunque con favore anche il lavoro di tesi della giovane Maria Caterina Basile, intitolato “Timothy Leary. La religione della coscienza dalla rivoluzione psichedelica ai rave” (Alpes), raro contributo italiano sul pensatore statunitense, e che ha quantomeno il merito, di tracciare a grandi linee una storia dello studio degli stadi modificati di coscienza da Mesmer in poi, mettendo un po’ di ordine a questa materia magmatica.

Il rimpianto di chi non si appassiona alle memorialistica della nostra classe dirigente proprio poiché apprezza i “veri” anni sessanta aumenta con la lettura del libro davvero senza difetti di Barry Miles, “London Calling. La controcultura a Londra dal ’45 ad oggi” (EDT). Miles è al contempo cronista e attendibile cronista di quella Londra ribollente, e oramai un po’ dimenticata, di cui egli narra e il suo racconto è dotto, circostanziato eppure divertentissimo. Scorrere i capitoli di questa bella opera è davvero un viaggio a ritroso nel tempo in una capitale che è stata davvero un “centro di raccolta” per i migliori ingegni britannici (e non solo). Anche qui i capitoli dedicati alla scena degli anni Sessanta sono i più incisivi ed interessanti, ed anche leggerli distrattamente rende partecipi del significato di un reale fermento culturale che non sia inventato dai giornali (quante sciocchezze durate quindici giorni abbiamo sentito analizzare negli ultimi dieci anni…). Tutto è permeato da esso. E tutto è interconnesso. Musica, moda, editoria, arte, protesta, spiritualità. Non c’è “alto” e “basso” e tutto è posto sullo stesso livello. Favolosi poi gli aspetti aneddotici, snocciolati a dozzine, da questo fine conoscitore dell’underground quale Miles è.

“Lucifer over London” di Antonello CrestiNel mio “Lucifer over London” il critico Vittore Baroni afferma giustamente che “l’industrial è l’ultima vera e propria cultura planetaria” (e non a caso proprio Miles dedica del capitoli ai COUM Transmissions e ai Throbbing Gristle, validi interpreti di quella avventura); esiste però il caso del black metal, fenomeno magari non troppo raffinato dal punto di vista concettuale, ma che davvero ha rappresentato una scossa non indifferente nel cuore dell’Europa (che intanto si perdeva in gustosi dibattiti accademici sul “gansta rap”…). Dopo decine di interventi pregiudiziali e denigratori su questa, che l’ultima vera esplosione underground che mi sia dato conoscere, finalmente si cominciano a leggere contributi più equilibrati: sono di recentissima uscita due testi che affrontano l’argomento in maniera esaustiva.

Ci riferiamo innanzitutto a “Black Metal. European Roots & Musical Extremities” uscito in inglese per Black Front Press a cura di Troy Southgate, un saggio dotto e ambizioso che mira ad inserire il black metal in una sorta di moderna “rivoluzione conservatrice”, da un lato indicando esaustivamente una serie di riferimenti culturali, dall’altro trattando la vicenda artistica di alcune formazioni ritenute paradigmatiche. Tutto bene, se il testo non fosse appesantito dalla chiara appartenenza politica (di estrema destra) degli autori. Intendiamoci: non sarò certo io a voler disinnescare il potenziale politicamente scorretto di queste musiche, ma un po’ più di distacco sarebbe necessario. Invece quello in questione diviene un libello militante poco più utile dei deliri del giornalismo generalista che vede satanismi e nazisti un po’ ovunque… Peccato!

Ben più interessante, per quanto relegato alla sola realtà italiana è “Sub Terra. Rock estremo e cultura underground in Italia 1977-1998” uscito per Tsunami Edizioni ad opera di Eduardo Vitolo, un certosino lavoro di ricostruzione, fatto con lo spirito e l’entusiasmo delle vecchiue fanzin, teso a riannodare i fili di una vicenda non lontana eppure dimenticata nella “era dell’accesso” di internet e dei telefonini, in cui underground significava soprattutto rapporti umani, solidarietà di casta, sudore. Vitolo prende in esame le varie realtà locali, soffermandosi sulle esperienza obiettivamente più interessanti e più interessate a sviluppare un discorso che non ricalcasse i dettami angloamericani (o scandinavi nel nostro caso). Aborym, Inchiuvatu, Crown of Autumn etc… rappresentano tutte realtà sconosciute ai più, ma che scrive le ricorda come rari bagliori di indipendenza della nostra scena underground. Molti penseranno che gli eccessi, le ingenuità di queste bands siano da guardare con un certo superiore distacco, ma il racconto di Vitolo, condito di interviste e approfondimenti, è la dimostrazione della necessità di riscoprire le molte vicende di un momento d’oro delle “cantine di Italia”, fuori da facili demagogie o scimmiottamenti assortiti.

Tutta questa è controcultura. Che l’editoria italiana si stia svegliando?

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