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Scrittura

Aristotele e Eugène Labiche (I)

Il viaggio del Signor Perrichon

Il presente saggio breve è stato pubblicato il 01 gennaio 1887 sul periodico Revue Bleu: revue politique et littéraire, pp. 243-247. L’autore è il filosofo Paul Janet. La traduzione è a cura di Annamaria Martinolli.

Parigi, Gare de Lyon: Il signor Perrichon, accompagnato dalla moglie e dalla figlia Henriette, prende per la prima volta il treno per andare in vacanza a Chamonix. La famiglia viene avvicinata da due giovani, Armand Desroches e Daniel Savary, entrambi affascinati dalla signorina Perrichon che hanno incontrato durante un ballo. Tra i due inizia una lotta, leale ma accanita, per viaggiare assieme ai Perrichon, conquistare la fiducia della famiglia e sposare Henriette. Armand salva la vita a Perrichon quando questi cade in una grotta; tutta la famiglia gli è riconoscente ma Perrichon è profondamente irritato per l’accaduto. Notando la situazione, Daniel finge di cadere in una grotta per poi farsi salvare da Perrichon che, molto fiero di se stesso, inizia a nutrire per lui un certo affetto e desiderio di protezione.
(Il viaggio del Signor Perrichon, di Eugène Labiche, rappresentato per la prima volta il 10 settembre 1860)

I benefattori e i beneficati secondo Aristotele

Etica NicomacheaTutti conoscono questa graziosa commedia dei giorni nostri basata sul seguente principio: gli uomini, in generale, vogliono più bene a coloro verso i quali hanno compiuto un gesto di benevolenza che a coloro che hanno compiuto un gesto benevolo nei loro confronti. In pratica, vogliono più bene a chi gli è debitore che ai loro benefattori. Questa verità psicologica non è sfuggita al più grande osservatore dell’antichità, Aristotele, che, nella sua Etica Nicomachea, la sviluppa in modo mirabile. A questo proposito, può risultare interessante comparare le affermazioni del filosofo con il contenuto dell’opera del drammaturgo.

Il punto di vista di Aristotele

Citiamo, innanzitutto, la pagina di Aristotele:

“Si ritiene che i benefattori amino i beneficati più di quanto coloro che hanno ricevuto del bene amino coloro che l’hanno fatto, e, poiché, ciò accade contro ragione, se ne cerca il motivo.
Orbene, per la maggior parte degli uomini è manifesto che il motivo è che gli uni sono debitori e gli altri creditori: come, dunque, nel caso dei prestiti i debitori vorrebbero che non esistessero i creditori, mentre coloro che hanno concesso il prestito si preoccupano anche della sopravvivenza dei debitori, così anche i benefattori vogliono che esistano i loro beneficati per riceverne la riconoscenza, mentre a questi non importa affatto pagare il proprio debito. Orbene, Epicarmo, probabilmente, affermerebbe che essi dicono così “perché guardano le cose dal lato cattivo”, ma ciò sembra umano, giacché i più hanno poca memoria e aspirano a ricevere benefici piuttosto che a farne. Ma si ammetterà che la causa di ciò si trova piuttosto a livello generale di natura, e che non è la stessa cosa che nel caso del prestito. Nel caso loro, infatti, non c’è nessuna affezione, ma solo il desiderio che il debitore si conservi per recuperare il prestito. Invece, coloro che fanno del bene amano, anzi amano profondamente i loro beneficati, anche se questi non sono loro di alcuna utilità né potranno esserlo in futuro. E questo succede anche nel caso degli artisti: ognuno, infatti, ama profondamente la propria opera, più di quanto sarebbe amato dall’opera stessa se questa diventasse un essere animato. E questo succede soprattutto nel caso dei poeti: essi amano fin troppo profondamente le proprie composizioni, volendo loro bene come a dei figli.
È quindi ad un caso simile che assomiglia quello dei benefattori: l’essere che ha ricevuto benefici da loro è una loro opera: per conseguenza, l’amano di più di quanto l’opera non ami chi l’ha fatta. La causa di ciò sta nel fatto che l’esistere è per tutti meritevole di scelta e di amore, e noi esistiamo in virtù di un’attività (in virtù, cioè, del vivere e dell’agire), e chi ha fatto l’opera in certo qual modo esiste in virtù della sua attività: ama, quindi, la sua opera, perché ama la propria esistenza. E questo è naturale: infatti, ciò che è in potenza, l’opera lo rivela in atto. E, nello stesso tempo, per il benefattore ciò che deriva dalla sua azione è bello, cosicché egli gode di colui in cui questa si compie, mentre per chi riceve non c’è nulla di bello in chi gli ha fatto il beneficio, ma, se mai, qualcosa di utile: e questo è meno piacevole ed amabile. E, poi, ciò che piace del presente è l’attività, del futuro la speranza, del passato il ricordo: ma ciò che piace di più e di più si ama, è l’attività. Ora, per chi ha fatto del bene, l’opera rimane (giacché il bello dura molto tempo), ma per chi l’ha ricevuto, l’utilità passa. E il ricordo delle cose belle è piacevole, mentre quello delle cose utili non lo è affatto, o lo è meno; quanto all’attesa, sembra che avvenga il contrario. E l’amare assomiglia ad un fare, l’essere amati ad un subire: per conseguenza, a chi è superiore nell’azione si accompagnano naturalmente l’amore ed i sentimenti di amicizia.
Inoltre, tutti gli uomini amano di più ciò che hanno ottenuto con fatica: per esempio, coloro che hanno personalmente conquistato la ricchezza l’amano di più di quelli che l’hanno ereditata; ma si riconosce che ricevere del bene non costa fatica, mentre farlo comporta uno sforzo. Per queste ragioni, anche, sono le madri che amano di più i figli: la generazione, infatti, è per loro più faticosa e dolorosa, ed esse sanno meglio che i figli sono loro. Si ammetterà che questo sentimento è proprio anche dei benefattori”[1].

Scuola di Atene di Raffaello Sanzio

Critiche al punto di vista aristotelico

In questa pagina notevole, la cui ultima parte potrebbe fungere da epigramma per un autore francese, ma che, per l’autore greco, è forse una semplice riflessione da naturalista, senza ironia, i due elementi più evidenti, nonostante la profondità dell’analisi, sono la placidità e l’imparzialità con cui l’autore espone e spiega il fatto, senza esprimere né il suo elogio né la sua disapprovazione. Si potrebbe quasi dire che arriva al punto di giustificare l’ingratitudine.

Sarebbe tuttavia sbagliato, e anche ingiusto, sostenere una cosa simile. Aristotele, in questo caso specifico, parla da psicologo e non da moralista; anzi, questa sua pagina può essere considerata un ottimo esempio della differenza tra psicologia e morale. La prima mostra le cose come sono, la seconda come dovrebbero essere. Una si focalizza sulla natura, l’altra sull’ideale. Ed è proprio perché la natura ripugna la riconoscenza che quest’ultima è una virtù e un dovere. Aristotele in questo caso si pone dal punto di vista della natura e non da quello del dovere. Spiega i sentimenti allo stesso modo in cui Spinoza spiegava le passioni, e cioè come se fossero “punti, linee e figure geometriche”. Fornisce le ragioni delle cose, e tali ragioni le trae dalla sua filosofia.

Il piacere viene dall’azione ed è per questo che il benefattore, che l’azione l’ha compiuta, si rallegra più del beneficato, che si è limitato a ricevere; egli ama dunque di più l’oggetto della propria azione, ma anche noi amiamo quello che ci è costato maggior fatica, come lo dimostra l’amore della madre per i suoi figli; lo stesso discorso vale per il benefattore e non trova invece riscontro nel beneficato.

Un ragionamento di questo tipo è vero e al tempo stesso profondo. Tuttavia Aristotele, nel comporre questa pagina, avrebbe dovuto ricordarsi che stava realizzando un trattato morale perché il suo istinto scientifico ha sicuramente avuto la meglio sui suoi scrupoli da moralista. Se il passaggio in questione fosse stato tratto dalla Retorica o dalla Poetica, o dal trattato Sull’anima, lo riterrei impeccabile, anche perché non è colpa di Aristotele se le cose stanno così e non altrimenti.

Mi sembra ci siano alcune imprecisioni nel suo pensiero, anche ponendosi dal suo punto di vista e prendendola per pura psicologia. Egli compara due cose eterogenee e due eventi molto diversi, nello specifico il benefattore dopo che ha compiuto l’atto benevolo e il beneficato prima di aver compiuto l’atto di riconoscenza. Ora, non vi è né parità né uguaglianza di condizione nelle due situazioni.

Il viaggio del Signor PerrichonIn effetti, dopo il compimento dell’atto benevolo, il più è fatto; il momento difficile è passato: non resta che rallegrarsi di quanto compiuto, e questa gioia è frutto della consapevolezza della nobiltà e della generosità dimostrate: è la ricompensa dell’azione. Il beneficato, al contrario, non ha ancora fatto nulla; il suo piacere è rapportato solo all’utile, come afferma Aristotele, e non ha nulla di lusinghiero né per l’onore né per la gloria. Inoltre, egli ha davanti a sé il dovere della riconoscenza: lo sforzo è ancora da compiere; il momento difficile non è superato; da questo deriva una condizione insopportabile che di per sé non ha nulla d’illegittimo, poiché è la ragione d’essere della virtù.

Il paragone di Aristotele ha dunque il torto di confrontare due situazioni del tutto diverse. Per essere giusti verso la natura umana, bisognerebbe paragonare i due personaggi sia prima che dopo l’azione; l’uno e l’altro in uno stesso momento preciso, ad esempio il benefattore prima di compiere l’atto benevolo e il beneficato prima di compiere l’atto di riconoscenza; oppure reciprocamente, quindi se prendete in considerazione il benefattore dopo che ha compiuto il suo atto, prendete anche il beneficato dopo che è stato riconoscente. Ora, in queste condizioni molto più imparziali, vi accorgerete che, da entrambe le parti, i sentimenti sono simili.

In effetti, prima dell’atto benevolo, il benefattore si trova nella stessa condizione del beneficato prima della riconoscenza. Il futuro beneficato rappresenta per lui un dovere da compiere e, di conseguenza, la sua vista gli risulta insopportabile poiché è associata all’idea dello sforzo da compiere. Siccome non amiamo coloro che ci costano fatica, siamo anche tentati di non amare coloro che ci ricordano e ci impongono un dovere da compiere.

Ragion per cui, il ricco non ama il povero quando non gli fa del bene; ne evita lo sguardo e cerca dentro di sé qualche ragione che giustifichi il suo egoismo: è colpa dei poveri se sono poveri, perché non lavorano? Perché hanno dei vizi? Perché sono uomini e non santi? Ecc… Quando possiamo, e dobbiamo, mostrarci riconoscenti nei confronti di qualcuno, e non lo facciamo, siamo tentati di volergliene, di prenderlo in antipatia, esattamente come il Signor Perrichon nei confronti del suo salvatore.

Il benefattore non ha dunque alcun vantaggio sul beneficato se prendiamo in considerazione l’uno e l’altro prima dell’atto virtuoso impostogli da entrambe le parti; e la debolezza della natura consiste semplicemente in questo: che indietreggia di fronte alle difficoltà; è questa la ragione per cui la virtù è bella. Non vi è quindi alcun motivo di denigrare la natura umana.

Benevolenza e riconoscenza

Il viaggio del Signor PerrichonParagoniamo ora il beneficato, dopo aver compiuto l’atto di riconoscenza, con il benefattore, dopo aver compiuto l’atto di benevolenza. Ci accorgeremo che lo stato d’animo è lo stesso in entrambi i soggetti.

La riconoscenza è difficile, ma non più di quanto lo sia la benevolenza. Una volta che il beneficato ha dimostrato la sua riconoscenza, passa dalla condizione passiva a quella attiva: gode dunque della possibilità di azione esattamente come il benefattore in precedenza. Inoltre, quest’azione è nobile e generosa; ha qualcosa di bello: egli potrà quindi gioire della bellezza, che è di molto superiore all’utilità.

Come se non bastasse il beneficato, finché resta tale, si trova in uno stato d’inferiorità; quando, invece, ha pagato il suo debito (non in forma materiale, ma come espressione di un sentimento) riconquista l’uguaglianza; e in questo vi è un orgoglio legittimo che non va scoraggiato perché rientra nell’onorabilità della natura umana. Colui che si abitua, troppo facilmente, a ricevere gesti di benevolenza, tende a umiliarsi e svilirsi; ecco perché anche quel sentimento insopportabile che accompagna un gesto di questo tipo non va ritenuto di per sé negativo, poiché è un avvertimento della natura con il quale ci viene comunicato di non lasciarci proteggere troppo perché la protezione ci porta al servilismo. La natura non è dunque così imperfetta e irragionevole come credono i pessimisti e i satirici.

Aristotele e Eugène Labiche (II)

Note:
[1] La citazione è riportata nella traduzione dal greco disponibile sul sito http://www.filosofico.net/eticaanicomaco9.htm.

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