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Scrittura

Ermanno Krumm

Il Novecento, i nomi e la poesia

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli: Fucine Mute intervista Ermanno Krumm, critico e poeta. Una domanda che parte dalle avanguardie, soprattutto dal Gruppo 63: i connubi tra critica e poesia possono svilupparsi? Se sì, in che modo?

Ermanno Krumm: Io non sono un critico letterario, ma scrivo poesia e quindi non posso che studiarla, farla nascere in sé, svilupparla. Non faccio critica letteraria anche perché la poesia in qualche modo è un invito all’esperienza, all’incontro; al contrario l’immagine che dà la letteratura ripiegata su se stessa, un po’ vecchia.
Il Gruppo 63 ha sviluppato una poetica e una critica letteraria agguerritissima che gli è servita per affermarsi.

MD: Società di massa e letteratura: sono possibili linee di tendenza? I prodotti letterari possono oggi dirsi determinati storicamente?

EK: Credo che i prodotti letterari siano sempre determinati storicamente. La società di massa c’è soltanto da 40 anni, e forse non abbiamo preso le misure su quello che ci ha voluto dire. In Italia, ad esempio, ci sono centinaia di migliaia di persone che scrivono — cosa molto bella secondo la mia opinione — ma non c’è il passaggio sulla lettura, su tutto quel travaglio da cui poi, da un semplice autobiografismo, si passa ad un’esperienza più ricca e oggettiva. Chissà se si farà questo salto? La società di massa spesso è affrettata e crudelmente veloce.

MD: Una decina dipoeti del secondo novecento che dobbiamo assolutamente leggere?

EK: Un grandissimo poeta, non molto amato, è stato Pasolini. Ha creato un tale guazzabuglio di critica, di discussione — grazie ai film e ad altre operazioni — che ha assordato l’ascolto del pubblico, che spesso fa fatica a sentire le poesie. Pasolini ne ha scritte molte, ma spesso c’è il bisogno di una selezione. In ogni modo ci sono dei gioielli così forti e vivi, che ignorare Pasolini mi sembra impossibile. Col tempo anche la poesia di Fortini è diventa limpida e forte, così come quella di Porta. Poi ci sono i poeti della mia generazione: mi riferisco a Milo De Angelis con quel bellissimo libro che è Somiglianze, o a Giampiero Neri che ora ha anche un grande pubblico ed è molto amato.

Immagine articolo Fucine Mute

MD: Gli anni ’70. Cosa accadde, in breve?

EK: Gli anni ’70 furono anni nei quali le cose stavano già prendendo la via del cambiamento, ma noi non ce ne accorgemmo.
Dario Bellezza pubblica il suo primo libro nel ’71, facendo parlare la voce dell’Io e dell’autobiografia, rischiando quindi, in prima persona.
Tuttavia, per tutti gli anni ’70, le parole d’ordine erano molto severe: l’avanguardia negava la possibilità di dire “Io”. Io stesso in quel periodo scrivevo e non pubblicavo: ero confuso, non sapendo da che parte andare.

MD: Oggi si parla di “tradizione”. Molti poeti la chiamano in causa con estrema facilità: dopo un secolo di avanguardie è ancora possibile parlare di “tradizione”? Si può racchiudere la poesia italiana, nella sua interezza e nella sua grandiosità, in una “tradizione”?

EK: Non c’è stato un secolo di avanguardie, c’è un grande secolo, il Novecento, che ha delle macchie, delle zone d’avanguardia. Sul Novecento italiano ho fatto dei nomi — c’è anche Montale e ci sono tanti altri che non ho citato — ma non è un secolo d’avanguardie. Piuttosto, è un secolo di ricerca, di elaborazione del nuovo, ma perché il mondo è nuovo. In cento anni tutto è così cambiato, anche se la poesia italiana è ancora capace di dialogare con le grandi poesie inglesi, americane, cosa che forse prima non era possibile. Certo, abbiamo avuto delle grandi esperienze nell’Ottocento quali Foscolo, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, ma quel secolo era un po’ chiuso nell’italianità.
Il Novecento invece si apre al mondo.
Oggi si può parlare di tradizione, ma farlo non vuol dire parlare di qualche cosa di tradizionale, vuol dire che qualcosa è così forte da fare scuola, da essere esemplare, da essere vivo nella mente di chi lo legge.

MD: Stai anche dicendo che ci siamo liberati dell’eredità della tradizione francese?

EK: Sì, lo dico.

MD: Il lavoro di selezione e promozione della poesia non è organizzato sul territorio nazionale. Visti i mezzi di comunicazione nascenti, come internet, come mai molti addetti ai lavori si fidano ancora del passaparola?

EK: Cos’è il passaparola?

MD: È un rapporto per conoscenza. Personale. Molto stretto.

EK: A me sembra bellissimo il passaparola, anzi, invito al passaparola. Io lavoro al Corriere della Sera come critico d’arte: lì vengono pubblicati solo articoli di ricostruzione storica: il Duce, le grandi istituzioni letterarie.
Non c’è spazio per una ricerca minimamente individuata, precisa, sulla letteratura.
Invece escono libri belli, libri che non si possono recensire o al giornale non interessa siano recensiti. Così fino a questo momento.

MD: Ci puoi leggere una poesia?

EK: Con tanto piacere. Voi stessi avete segnalato, da Felicità, la poesia Pieno pomeriggio di secondo agosto, che avete amato, ed io ve ne sono grato e la leggo subito; ma leggerò anche da Animali e uomini,  la raccolta appena uscita, Una poesia:

– Cosa dico sempre che mi piace
di te? — Non so. Sono discordi
i nostri pensieri. Ma non ora:

– Stenditi. Non si sente nessuno:
il subbuglio dell’estate tace,
stenditi, lascia che ti metta le mani
addosso (perché fingere?).

Pieno pomeriggio di secondo agosto,
sento il braccio, la spalla: sei tu,
sono così felice di essere con te.

(“Pieno pomeriggio di secondo agosto” da Felicità di E. Krumm, Giulio Einaudi Editore, Torino 1998).

Al posto del pensiero ha parole
e qualche volta persino cose,
ma di un’altra razza se un romanzo
srotola 300 pagine da una specie di mulinello,
un filo con un peso in corsa verso il fondo,
fossero anche trecento metri,

lei invece riposa, nei dormiveglia
segue una fila di formiche
che portano, per una fessura,
cibo nella tana e aspetta le cicale
che tacciono appena piove
e subito escono col loro canto,
appena c’è il sole.

(“Una poesia” da Animali e uomini di E. Krumm, Giulio Einaudi Editore, Torino 2003).

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