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Scrittura

Mario Santagostini

Mondiali di poesia

Christian Sinicco (CS): Sono con Mario Santagostini, vincitore l’anno scorso del Premio Montale e presente nei “Meridiani Mondatori”. Mario, il rapporto tra poesia e internet e l’importanza di una poesia letta in pubblico.

Immagine articolo Fucine MuteMario Santagostini (MS): Internet è un grande strumento di diffusione, quindi tutte le cose che diffondono poesia vanno benissimo. Che si chiamino internet o altro non è un problema. Mai demonizzare queste cose. La lettura in pubblico è una cosa completamente diversa rispetto alla lettura mentale o privata: è una esperienza che consente a chi ha scritto di rileggersi, il che a volte è una cosa molto inquietante,  e a volte quasi devastante. Ogni poeta reagisce a questa esperienza a suo modo: c’è chi entra molto e addirittura si emoziona moltissimo — è il caso di Maurizio Cucchi che ha parlato prima di me credo — e chi invece deve fare uno sforzo molto grande di estraniarsi rispetto a una parte che vorrebbe recitare anche se in fondo non ci riesce, perché gli costa molto caro. Il pubblico riceve queste cose solo in parte, perché lo scrittore è scrittore, il parlato è una cosa molto diversa da quello che è il testo scritto. Un’ esperienza che in tutti i modi io trovo inquietante e affascinante, imbarazzante e in ogni caso da fare.

CS: La lettura in pubblico, l’ho notato ascoltando diversi poeti, permette di cogliere quelle che sono alcune problematiche: ad esempio i poeti che vanno col messaggio riescono quasi sempre a comunicare molto meglio di coloro che non utilizzano il messaggio come porta preferenziale nella loro poesia. Il messaggio quanto è importante nella poesia e per trasmettere il messaggio quali strumenti oggi la poesia deve utilizzare?

Andrea ZanzottoMS: è una bella domanda. Prendiamo un autore come Andrea Zanzotto: il quale esplicitamente non trasmette messaggio, ma secondo me comunica tantissimo. Ha un fascino indipendentemente dal messaggio o dal contenuto. Quindi io non credo che sia il problema del messaggio, credo che sia il problema della capacità che ha l’autore di immedesimarsi completamente nel suono che ha prodotto. Il suono è un’ esperienza che chi scrive esperimenta quando lo sente, perché chi scrive, soprattutto in una tradizione letteraria come quella italiana, che è fatta soprattutto di figure non di dizione o sonorità, esperimenta il suono quando legge, non prima. E questo causa a volte degli effetti che sono devastanti: c’è chi non si riconosce in quello che ha scritto. Io distinguo molto tra i tipi: c’è chi scrive e c’è chi legge e c’è chi legge ciò che ha scritto. Sono cose in tutti i casi completamente diverse. Per diffondere la poesia, per quel poco che è diffusa, a mio avviso va bene tutto. In Russia, anche negli Stati Uniti, spesso si scrive pensando alla resa vocale, alla resa sonora. In Italia questo non lo facciamo, ma la nostra è una tradizione completamente diversa. Mi ricordo una memorabile intervista che fece Andrea Zanzotto — credo negli anni Settanta — che diceva: “Quando Ginsberg scriveva L’urlo io scrivevo invece Vocativo. Ora L’urlo si urla, per cui è una cosa che si diffonde. Vocativo è una cosa che rimbalza e in qualche modo ritorna. Credo che la differenza della nostra tradizione culturale letteraria e altre tradizioni che hanno una oralità molto più esplicita stia tutto in questo”. Mi pare che Zanzotto l’abbia espresso con una bravura e una grandezza spaventosa, come sempre accade tra l’altro.

Non credo che alzando il tono, a parte l’oralità, e rischiando di essere un po’ “tromboneschi” si riesca a comunicare meglio, o si riesca a mandare meglio il famoso messaggio. Non credo a questo. Credo che ogni autore abbia una sua specificità per cui riesce a comunicare quello che è in grado di fare. Rafael Alberti è un grande autore ai limiti della teatralità. Io ho presente grandi autori che teatrali non sono. Ungaretti, ci stupiamo come leggeva, ma avuto esperienze semifuturiste o semisurrealiste: quindi la dizione era molto importante. Quelle esperienze non fanno parte fino in fondo della letteratura italiana, per cui la lettura e la scrittura sono esperienze completamente diverse. è estremamente interessante questo poiché si tratta di due cose che hanno una differenza tale e chi ascolta il poeta leggere si trova di fronte ad una esperienza diversa rispetto al poeta che ha scritto. Sarebbe interessante sapere come avrebbe letto un autore come Leopardi… Montale leggeva malissimo secondo i criteri della dizione, a me affascina molto però sentirlo perché si vede l’autore che scrive per la scrittura e che si trova in un terreno completamente estraneo; dunque abbassa il tono perché è il modo più sicuro di cavarsela. Se lo avesse alzato sarebbe stata una caricatura di sé.

CS: Leggendo diversi libri di poesia, è una mia impressione, certamente molti non belli, c’è l’impressione che i diversi poeti sparsi nella penisola in una maniera incredibile non abbiano la consapevolezza di un fattore… Quanto è importante aspettare che l’opera si crei con il tempo e che trovi una sua unità tematica?

Giacomo LeopardiMS: Altra bella domanda. Prendiamo i grandi poeti: quante poesie ognuno di noi si ricorda dei grandi poeti? Io dico cinque o sei. Quante poesie sono poi veramente memorabili di questi grandi poeti? Se io prendo Leopardi, i testi memorabili quanti sono?  Sei, sette, dieci? Sarebbe estremamente importante aspettare il momento in cui l’opera si fa da sola, ma anche questo è un discorso molto ottocentesco… L’opera deve farsi da sola. Però se l’autore ha l’esigenza di esprimersi, sarà chi legge che stabilirà se ha scritto bene o male. Ogni autore si comporta, si regola, agisce, fa, scrive, a secondo di quello che ha bisogno di fare. Non credo che la poesia sia una cosa tale per cui uno sia costretto a scrivere. Questo può andare bene per autori di romanzi di grande successo, autori di cinema, autori che hanno la fortuna di girare in qualche ambiente dove il denaro circola. Chi scrive poesie ha in tutti i casi una notorietà estremamente limitata, non ha vantaggi materiali, e io voglio sperare che scriva sempre nel momento in cui ha una necessità. C’è chi ha bisogno di scrivere molto, chi poco, chi invece non lo fa. Montale ha scritto pochissimo fino a sessanta anni, ma dopo i sessanta anni ha scritto il doppio dei libri che ha scritto prima. Tutto sommato ha scritto tre libri prima dei sessanta anni e altri tre dai sessanta agli ottanta. Ognuno ha le sue economie che non hanno un aspetto liturgico, dovrebbe essere molto banalizzata e laicizzata questa cosa… Sulla poesia si tende spesso ad enfatizzare, per cui si aspetta chi sa che cosa. In verità uno scrive quando ha voglia di farlo e si sente bene quando lo fa e si sente espresso quando lo fa.

CS: Un’ultima domanda: chi vince i mondiali?

MS: I mondiali di calcio? Questa è una bella domanda. Io dico Brasile, se no li vince l’Italia.

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