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Palcoscenico

Massimo Luconi

Il teatro del non luogo

Massimo LuconiGiorgia Gelsi (GG): Siamo all’interno del Teatro Sloveno di Trieste, in compagnia del regista che domani sera farà debuttare la sua creatura: No man’s land, l’adattamento teatrale di un film che ha avuto un grandissimo successo. La prima domanda è proprio questa, considerato che lo spettacolo nasce da una sua idea: cos’è cambiato dal film al testo teatrale?

Massimo Luconi (ML): Il film ha già un’ambientazione molto teatrale, sembra quasi che la sceneggiatura sia stata creata da un testo per il teatro. Infatti, la prima volta che ho visto il film ho pensato fosse tratto da un’opera teatrale proprio perché ambientato in uno spazio preciso, una trincea, e in un tempo ben definito. Quindi più che cambiare, ho consolidato, ampliato e sviluppato le parti più teatrali insieme a Sandro Veronesi, l’autore della riduzione per il teatro. Quindi questa condizione claustrofobica beckettiana, di questo luogo-non luogo, la terra di nessuno, no man’s land, terra che non è niente ma è tutto, dove tre personaggi vengono inchiodati da una storia assurda di guerra e aspettano… Godot (!). Aspettano che arrivi qualcuno e chi arriva, alla fine, è un altezzoso e tronfio ufficiale delle forze ONU che pensa solamente ai mass media e ai rapporti con la televisione e non certo a salvare delle vite umane.

GG: Domani ci sarà l’anteprima nazionale. Quale significato ha il portare questo testo nel Teatro Stabile Sloveno?

ML: Abbiamo iniziato a progettarlo pensando ad una collaborazione con il Teatro Sloveno, collaborazione anche produttiva. Alla fine, per motivi non contenutistici, ma pratici, il Teatro Sloveno ha conservato questa collaborazione, rimasta però ai margini della produzione, e ha offerto l’ospitalità per questa prima. Io sono molto contento di farla qui perché questa è una terra che ha sentito fortemente la guerra avvenuta a pochissimi chilometri da casa nostra, l’ha sentita molto più di noi italiani del centro o di altre parti d’Italia, che, anche se erano a soli cento chilometri dal fronte, erano lontanissimi sia dal punto di vista culturale che sentimentale. Lo vedevamo attraverso la televisione, lo sapevamo dai giornali, ma di questa guerra in realtà ne sapevamo poco. Quindi debuttare qui, significa confrontarsi con un luogo che forse ha sentito profondamente questo conflitto.

Immagine articolo Fucine Mute

GG: Tornando allo spettacolo: spesso quando si parla di guerra, si parla proprio di “teatro di guerra”, per indicare il luogo nel quale si svolgono i conflitti. Di fronte a noi c’è la scenografia che, immagino, sarà molto suggestiva, e porterà ad intensificare quel rapporto simbolico che c’è anche nel film. Da regista, su quali codici dell’espressione teatrale ha lavorato di più, vale a dire i dialoghi, la scenografia o piuttosto le luci? Qual è la cosa che l’ha più interessata, intrigata e su cui ha più puntato?

ML: Sai, quando fai una regia lavori su tutte le linee drammaturgiche: il lavoro con gli attori, il rapporto con lo spazio, e con la scena. La cosa forse più complessa, e anche più interessante in questo percorso, è stata la sceneggiatura. Il valore della sceneggiatura di partenza era evidente, ma poi bisognava trovare quella forza teatrale che ha creato Veronesi in questa riduzione, e che è stata tirata fuori molto anche dagli attori, un gruppo veramente straordinario con una forza espressiva molto vera, per nulla innaturale. Sono attori che hanno un impatto molto diretto sul pubblico, sono poco costruiti, di grandissimo valore espressivo, con una forza che arriva subito alla gente. Con loro abbiamo ricostruito quelle parti difficili da portare in teatro, quelle più cinematografiche, ossia le sequenze scritte per gli stacchi di un montaggio. Era difficile in un solo luogo ambientare le situazioni che nel film si svolgono in luoghi diversi. Invece, questo luogo diventa catalizzatore di tutte le storie, intorno a quest’uomo sulla mina che rimarrà condannato al suo essere un Cristo inutile, che non serve a niente. Condannato alla condizione di un sacrificio inutile. Quindi, la cosa su cui abbiamo lavorato è proprio questa teatralità, lavorando sui simboli, sulle estrazioni e sulle sintesi rispetto ad un racconto che al cinema prendeva anche altri percorsi.

GG: Una curiosità personale perché mi sento un po’ presa in causa. Con il ruolo della giornalista, che è una giornalista d’assalto, il regista del film, Tanovic, interpreta l’informazione in modo abbastanza critico. Lei come ha trattato quest’aspetto?

Immagine articolo Fucine MuteML: Io sono completamente d’accordo con Tanovic: penso che i mass media, in particolare la televisione, siano molto invadenti e spesso utilizzino la guerra e le tragedie in modo spettacolare, a volte in modo poco umano, poco sensibile, cercando lo scoop e l’aspetto sensazionalistico, dimenticando così le tragedie umane. Dietro, invece, ci sono degli uomini, ci sono delle famiglie, ci sono dei corpi, e delle storie personali. Certo, non si può generalizzare, ci sono dei giornalisti straordinari che hanno una grande sensibilità e una grande umanità. Però è vero che c’è una sovraesposizione della televisione per quanto riguarda le tragedie, cosicché la nostra conoscenza di queste tragedie è quasi esclusivamente televisiva. Noi viviamo attraverso il monitor, il vero è quello che ci fa vedere la televisione, molto spesso anche in modo distorto, perché in televisione fare una comunicazione distorta è molto facile, mentre è molto più difficile farla corretta.

GG: Anche il cinema è un mezzo di comunicazione, chiaramente non è la televisione, ma in questo caso si tratta di un film di denuncia, è un film che fa sicuramente pensare e, anche alla luce dei fatti di ieri (la strage di Nassirya, ndr),è un film di assoluta attualità, come la sua versione teatrale. Il teatro ha anche un ruolo sociale, quello di far pensare, e secondo lei, attualmente ha ancora la forza che aveva un tempo?

ML: Hai sollevato un tema molto importante, sul valore del teatro come riflessione, come momento d’interiorità, alla ricerca di un percorso che lo spettatore fa rispetto a certi avvenimenti e a certi fatti. Su una cosa ti vorrei contraddire: il teatro, secondo me, non deve essere attuale, quello è compito dei giornali e della televisione. Il teatro se cerca l’attualità è già morto, il teatro è universale, parla di drammi. Io posso fare anche Ecuba di Euripide e far scattare nello spettatore un riferimento alla guerra nel Kossovo oppure a quella in Iraq o al dramma della deportazione di alcuni popoli. La forza del teatro è che attraverso i rapporti drammaturgici, spesso simbolici e universali, riesce a instaurare delle riflessioni, dei percorsi interiori che sono atemporali ma proprio per questo molto attuali. Se si racconta un fatto attuale, lo dati subito. In questo spettacolo abbiamo tenuto alcuni riferimenti, sulla Serbia e sulla Bosnia, proprio perché possono servire al pubblico. Potrebbe trattarsi di qualsiasi guerra fratricida, qualsiasi situazione assurda in una delle tante guerre che purtroppo accadono, direi giornalmente, nel mondo.

La vicenda di “No man’s land” si svolge durante la guerra serbo-bosniaca. Intrappolati nella “terra di nessuno” (una trincea che non appartiene a nessuno dei due eserciti), tre soldati , due bosniaci e uno serbo, vivono una situazione assurda e tragica, senza via di scampo. Attorno a loro ruotano grottesche e vuote figure di varie nazionalità (chiara la critica al ruolo delle potenze occidentali nel conflitto serbo bosniaco), come un sergente francese, uno sminatore tedesco, un colonnello inglese e una cinica giornalista d’assalto americana che cerca lo scoop e che in diretta dal fronte racconta con enfasi la storia di questi tre uomini abbandonati in mezzo a un conflitto senza fine.
“No man’s land” ha due livelli di narrazione: l’assurda atrocità della guerra vista da dentro, con gli odi e le paure di chi è condannato a uccidere o a essere ucciso, e il circo mediatico dei giornalisti e dei soldati delle forze di pace che si comportano come in un set cinematografico, o in uno studio televisivo, dove l’importante non è la vita o la sopravvivenza reale dei personaggi, ma le esigenze di copione e gli indici di ascolto.


No man’s land
di Sandro Veronesi
traduzione e adattamento dell’omonimo film di Danis Tanovic
regia Massimo Luconi
scene Mariangela Capuano
costumi Paola Marchesin
musiche originali Mirio Cosottini
luci Roberto Innocenti
con Marco Baliani, Giuseppe Battiston, Andrea Collavino, Roberto Rustioni, Fernando Maraghini, Igor Horvat, Lucka Pockaj, Branko Zavrsan


(fonte: http://www.metastasio.net)

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