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Cinema

Come imparammo ad addomesticare la bomba

Una mappatura della modernità

Bomba atomicaNel suo breve quanto illuminante libro Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Daniele Giglioli descrive efficacemente alcune delle condizioni (e delle contraddizioni) più tipiche del nostro essere. Nel testo si parla principalmente di romanzi, ma l’assunto base secondo cui oggigiorno abbiamo il bisogno quasi fisiologico di interiorizzare un meccanismo di identificazione vittimaria attraverso dei testi che mettano a sistema il tema del trauma è applicabile comodamente anche a numerosi testi cinematografici. A partire da questa intuizione è probabilmente possibile rileggere le produzioni filmiche degli ultimi anni alla luce di una presenza sotterranea, di una firma indecifrabile che li marchia irrimediabilmente.

Nel caso specifico che si vuole esaminare sarà la memoria della bomba atomica, spauracchio tanto dell’Occidente progressista quanto dell’Oriente in rapida espansione, a diventare lo sfondo concettuale delle nostre riflessioni successive. Per far questo sarà necessario percorrere alcune strade legate al tema della corporeità, che diventerà la metafora principe (più ancora, il territorio d’iscrizione) della memoria traumatica. Si tratta di percorsi che potrebbero apparire ad una prima occhiata dissimili, ma se si avrà la pazienza di leggerli alla luce di una postura condivisa come quella che si vuole proporre in questa sede, si vedrà senza difficoltà l’intricata rete di rimandi che si estendono a partire da qui. Il compito che ci si pone qui, in primo luogo, è quindi quello di una mappatura di questi luoghi del trauma, di una topografia dell’immaginario che ci servirà come irrinunciabile punto di partenza.

Germania anno zeroUna delle caratteristiche della Modernità, sicuramente a partire dalla Seconda guerra mondiale, guerra urbana per eccellenza, è la maceria. Scarto ineliminabile della folle macchina distruttiva messa in opera dalla guerra la maceria diventa il simbolo della distruzione, la prova di un essere accaduto che assurge, almeno in un certo cinema, a valore di testimonianza. Quante macerie in Germania anno zero di Roberto Rossellini accompagnano il vano passeggiare del piccolo Edmund, testimone impotente di una distruzione che non sembra avere uno scopo. Il Neorealismo ci racconta con un nuovo linguaggio la crudezza di una storia diventata non teleologica, acefala e inconoscibile ed elegge la maceria a propria musa ispiratrice. In Germania, lo sappiamo bene, di bombe ne caddero molte.

Ma solo il Giappone ha provato l’esperienza-limite del Novecento: la caduta della Bomba per eccellenza. Sembra che la memoria di quel giorno funesto non abbia mai abbandonato i giapponesi, il cui dolore appare condensato nelle ombre fantasmatiche dei corpi disintegrati sui muri degli edifici più prossimi al luogo dell’impatto. Il corpo disintegrato, reso nulla, si fissa tramite un processo chimico su di una superficie, diventando, direbbe Greimas, un segno indicale. Non sarà allora un caso che uno dei prodotti di maggior successo della cinematografia giapponese, Ring di Hideo Nakata (dall’omonimo romanzo di Koji Suzuki), metta a tema proprio l’esistenza di un’essenza fantasmatica che fissa il proprio dolore sul nastro magnetico di una videocassetta. In quello che è stato un grande successo commerciale e di critica è condensato un inestricabile nodo di significati, che non possono non rimandare in primo luogo alla teorizzazione di André Bazin sul complesso della mummia; non secondariamente varrebbe la pena di interrogarsi sugli infelici remake americani di Ring o di prodotti simili importati dall’Asia (Ju-on e The eye sono solo un esempio possibile). Perché queste trovate commerciali non raccontano nulla e non sono interessanti? Forse perché per gli americani The Ring non è stata l’occasione di dare voce (e corpo) al proprio trauma.

Blade RunnerLa maceria, dunque, come luogo di riflessione e ragionamento sul trauma della bomba. Ma la maceria è tale perché qualcosa è stato distrutto; la maceria è la dissoluzione di un ordine, di un senso architettonico. Significativamente allora sarà possibile leggere un gran numero di testi (Akira, Blade Runner, Matrix e la serie animata Νeon Genesis: Evangelion) come un tentativo di problematizzare questo elemento. La cosa è evidente se si considera la forma delle città, il piano urbanistico potremmo dire, che viene presentato in questi lavori. La città di Akira è un luogo disordinato, magmatico, senza ordine di lettura né possibilità di riduzione a un senso ultimo univocamente determinato. Sono città popolate da anonimi casermoni che sembrano venuti fuori dalle pagine di Verso una architettura, testo cardine di Le Corbusier. Questo suggerisce che la città, ancor prima di divenire maceria (come accade con il Second Impact di Evangelion) possedesse già i germi della propria dissoluzione, all’interno delle rigide e ortogonali linee di un modernismo ormai maturo. Non sarà peregrina un osservazione contenuta ne L’età dell’estremismo di Marco Belpoliti. Minoru Yamasaki, l’architetto giapponese che ha progettato il World Trade Center, aveva dato la sua firma anche al complesso abitativo di Pruitt-Igoe a St.Louis. Un quartiere residenziale costruito con anonimi palazzoni in stile modernista che, in breve tempo, era decaduto diventando covo di criminali e tossicodipendenti. La triste vicenda di questo quartiere si concluse nel 1972, quando su richiesta degli stessi abitanti, il complesso venne distrutto segnando la fine ideale dell’architettura moderna. Il Modernismo ha fallito la sua missione, sembra urlarci questo aneddoto e i film che abbiamo citato, insieme a molti altri, sembrano confermarcelo.

Dopo la bomba, le macerie, la dissoluzione del sogno modernista. Ma c’è anche un altro spettro che aleggia su Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl e Fukushima. È la radiazione, il nuovo nemico invisibile che porta allo sviluppo di orride escrescenze tumorali o alla morte. Il corpo diventa il luogo di sedimentazione del disastro, modificandosi in conseguenza dell’agente radioattivo diffusosi nell’atmosfera. In questo pensiero c’è molto del cinema commerciale americano e non solo degli ultimi trenta, forse quarant’anni. Si rischia forse di semplificare, facendo passare in secondo piano altri fattori, ma il terrore della contaminazione ha permeato produzioni cinematografiche diverse per stile e tematiche. Un film come Le colline hanno gli occhi non avrebbe senso se non si considerasse questo aspetto e lo stesso vale per lavori che lavorano sulla presenza all’interno del corpo umano di un agente esterno, che lo possa distruggere o peggio ancora simulare (citiamo a titolo di esempio Alien, L’invasione degli ultracorpi, La Cosa).

In queste poche righe abbiamo tentato di dare un’immagine non semplice della nostra modernità, leggendola attraverso le paure inscritte nelle sue pieghe e cercando di individuare un fil rouge che possa permetterci di analizzare entro un identico orizzonte di pensiero una quantità di testi diversi ma accomunati dalla medesima sensibilità, dal terrore della bomba come elemento annichilente e terrorizzante, esorcizzato attraverso la sua continua messa in evidenza attraverso i prodotti della nostra cultura visiva.

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