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Cinema

Giuseppe Gagliardi

Cuando calienta el sol

La vera leggenda di Tony Vilar

Giuseppe GagliardiLa vera leggenda di Tony Vilar, opera prima del regista Giuseppe Gagliardi, è un film colorato e ironico, che rincorre il passato con nostalgia e humor. S’indaga su una vicenda incredibile ed emblematica. Nei primi anni Sessanta, Tony Vilar, ovvero Antonio Ragusa, emigrante calabrese in America Latina, si improvvisa cantante e diventa un vero e proprio mito, grazie soprattutto alla popolarità raggiunta in tutto il mondo con Cuando calienta el sol. All’apice del successo però, l’artista scompare senza lasciare traccia di sé. A cercarlo, quarant’anni dopo, sarà il lontano cugino, interpretato da Beppe Voltarelli, co-sceneggiatore ed ex cantante (Il parto delle nuvole pesanti) improvvisatosi attore.
La storia sceneggia ascesa e declino dell’artista prendendo spunto da vicende reali e diventa una sorta di inchiesta che, seguita dalla macchina da presa di Gagliardi, sconfina nella fiction e si abbandona al fascino dell’improvvisazione.
Il film ha un andamento inevitabilmente musicale e si snoda come un road movie, che si lascia sedurre dai luoghi e cambia registro a seconda del paesaggio. Lo sguardo di Gagliardi si sofferma sulle sfumature più kitsch e gioca con alcuni stereotipi del grande cinema holliwoodiano.
Un finto documentario insomma, ovvero un “mocumentary”, che parte quasi serio, acquista brio e poi un po’ si perde nei meandri del Bronx assieme a personaggi come Tony Pizza e Frank Bastone.
 
CF: La ricerca di un desaparecido delle scene sembra un palese pretesto, un filo conduttore che attraversa, descrive e racconta tutt’altro… parliamo di questo tutt’altro: qual era l’intento più profondo, l’anima vera del film?
 
GG: Era raccontare, anche con tono a tratti grottesco, l’universo variopinto degli italiani all’estero. Quindi abbiamo scelto le “capitali” in questo senso, Buenos Aires e New York, e abbiamo raccontato i tic e le piccole storie degli italiani che sono andati lì cinquanta o sessant’anni fa e hanno lasciato l’Italia per una vita migliore. Naturalmente volevamo usare come pretesto appunto la scomparsa di Tony Vilar, e quindi la sua ricerca, affinché questo ci permettesse di iniziare il viaggio, alla scoperta di quelle comunità che in qualche modo hanno ricreato all’estero le stesse “dinamiche italiane”.
 
CF: L’inizio partiva come documentario poi la fiction ha preso il sopravvento…
 
GG: Senza accorgercene abbiamo iniziato a mixare i generi… Ne è uscito quello che non si può definire un “mocumentary” in senso specifico perché comunque dentro ci sono diverse cose: pezzi di musical, delle parti di pura finzione, dei brandelli di realtà che emergono da questo viaggio.
L’operazione di fondere realtà e finzione era interessante perché ci permetteva anche di poter sfruttare al meglio le poche risorse che avevamo a disposizione, i pochi mezzi produttivi. È stato un vero e proprio viaggio anche realizzare il film e abbiamo documentato il tutto romanzandolo fortemente.
 
CF: A livello distributivo però ci sono state delle complicazioni, il documentario non ha lo stesso richiamo che ha la fiction e magari la definizione “mocumentary” non vi ha portato a un impatto positivo col pubblico.
 
Giuseppe Gagliardi intervistato da Cristina FaventoGG: Non credo che il problema sia stato quello, la difficoltà più grande è stata uscire in poche sale e soprattutto quando ormai era scemato l’interesse suscitato alla festa del cinema. Lì il film aveva fatto un’impressione molto positiva e aveva ricevuto notevole attenzione da parte della stampa.
Il film ora sta girando soprattutto all’estero e siamo stati invitati a diversi Festival. Uscirà in Spagna in autunno e attendiamo riscontri da altri distributori stranieri. Abbiamo riscontrato in sala, durante le proiezioni che abbiamo fatto soprattutto a Berlino, New York, Sidney, Praga e altrove, che il pubblico straniero accoglie molto bene il film e si tuffa volentieri nella dinamica realtà-finzione fusa in quel modo.

CF: Forse noi italiani facciamo difficoltà a riconoscerci nella visione che hanno di noi all’estero, mentre magari in altri paesi la riconoscono divertendosi di più, che ne pensi?

GG: Infatti, soprattutto nel capitolo newyorkese, l’intento era portare all’esasperazione e ritrarre i tratti grotteschi degli emigrati italiani. Era un modo per raccontarli come se fosse un film di Scorsese, i personaggi però non erano interpretati da De Niro o da Palminteri ma da personaggi veri come Tony Pizza, Frank Bastone o Connie Catalano.
 
CF: Perché proprio Tony Vilar?
 
GG: Era divertente la vicenda che lui sparisse perché gli avevano strappato il parrucchino durante il concerto. Era interessante il fatto che fosse partito povero negli anni Cinquanta dalla Calabria ed è diventato un’icona, negli anni Sessanta nell’America Latina degli anni Sessanta con Cuando calienta il sol.
Ci interessava anche il tema dell’ascesa e del declino e quindi del successo, la crudeltà che sta dietro al mondo dello spettacolo, in questo caso della musica. Lui si prestava bene perché poi è finito davvero a vendere macchine usate nel Bronx e questo ci permetteva di partire da la Boca, che è il simbolo dell’arrivo degli italiani in America Latina, per poi finire nella roccaforte newyorkese dei calabresi e siciliani.
 
CF: A questo proposito, sei tu che hai scelto le location o sono loro che hanno scelto te? Si percepisce la fascinazione per i luoghi, la voglia di andare lì e rappresentarli: era un’idea che c’era a priori o ti è nata dopo aver pensato alla sceneggiatura?
 
GG: Naturalmente i sopralluoghi a New York sono stati importanti perché abbiamo cercato di raccontarla anche attraverso dei criteri già visti in rapporto agli italiani. Un po’ Soprano come stile e come impostazione (Soprano è una serie televisiva prodotta dalla rete americana HBO e trasmessa in Italia per la prima volta da Canale 5; il telefilm, diventato un cult negli USA anche per la qualità della produzione, alterna in ogni puntata scene molto violente a scene comiche, nda).

Per Buenos Aires invece non abbiamo fatto sopralluoghi perché non c’erano soldi, quindi siamo arrivati lì e ci siamo fatti guidare dall’autista del pulmino. Abbiamo costruito il film su ciò che trovavamo. È una pellicola costruita molto on the road e live. Spesso siamo stati influenzati da quello che capitava, piuttosto che da ciò che avevamo pensato. La parte newyorkese era più scritta, più strutturata a periodi.

Beppe Voltarelli in una scena del film

CF: Il protagonista del film sembra accettare tutto ciò che gli capita con molta naturalezza, con molta tranquillità, sembra adattarsi a qualsiasi situazione e sentirsi a suo agio. È un atteggiamento che ti rappresenta, che ritrovi spesso nelle persone che ti circondano, oppure è studiato a tavolino?
 
GG: Beppe Voltarelli, autore in qualche modo anche della sceneggiatura, non è un attore, è un musicista. Nel film si finge un parente, un cugino lontano di Tony Vilar, ed era interessante giocare sulla dinamica del personaggio un po’ stralunato che si vede sballottato a destra e a sinistra. Credo che se ci fosse stato un attore, non sarebbe stato così bravo a mantenere questa distanza ironica dalle vicende che vive nel film, in ogni situazione. Non so quindi se mi rappresenta, ma era interessante dare questo sguardo in qualche modo asettico nei confronti della realtà che raccontavamo. Poi credo che la chiave del film sia proprio l’ironia, no? Giocare su dei cliches, su delle facce, su una voce narrante che ammicca molto al pubblico. Spesso nel cinema italiano ammiccare non è visto di buon occhio ma in questo caso ha funzionato perché il pubblico che vede il film ride molto, pur senza aver avuto noi l’intento di fare una commedia, e questo ci piace molto.
 
CF: Il tuo corto Peperoni è stato già presentato a Trieste a Maremetraggio, ricevendo una buona accoglienza di pubblico e critica, poi c’è stato Doichlandia, e adesso mi raccontavi che stai pensando a un progetto, forse ambientato nuovamente a Trieste, incentrato sul tema del successo, per non dire troppo di più…
C’è un percorso in quello che stai facendo? Segui una tua linea che stai sviluppando, di volta in volta avvicinandoti a un tema che ti è caro?
 
Beppe Voltarelli in una scena del filmGG: Sì, m’interessano molto le dinamiche del successo. M’interessa raccontare di come il meccanismo dello show business ti catturi, di come spesso sia finto e labile il successo. Nel caso di questo nuovo progetto, la musica sarà di nuovo protagonista perché il fatto di utilizzarla come drammaturgia del film, come sceneggiatura vera e propria, credo sia una scelta vincente e che mi si addice molto. Non perché io sia un musicista ma perché mi piace molto usare la musica per raccontare delle storie.
Nel film raccontiamo la parabola di un uomo comune, uno qualunque, fagocitato dal meccanismo del pop e triturato da questo mondo fatto di pallettes e cocktail e culi al vento. Raccontiamo di come sia finto e di come siano costruiti letteralmente a tavolino dei personaggi che spuntano dall’oggi al domani e che hanno vita breve.

foto di Giulio Donini ©


La vera leggenda di Tony Vilar


Regia/Director Giuseppe Gagliardi
Soggetto/Subject Giuseppe Gagliardi
Sceneggiatura /Screenplay Giuseppe Gagliardi, Peppe Voltarelli
Fotografia/Cinematographer Michele Paradisi
Montaggio/Editing Gianluca Stuard
Scene/Scene Design
Costumi/Costume Design
Musica/Music Tony Vilar e Beppe Voltarelli
Suono/Sound Dolby Digital
Cast/Cast Roy Paci, Dario De Luca, Saverio La Ruina, Antonio Chiappetta, Cristina Mantis, Antonio Aiello
Genere/Genre Mockumentary
Formato Originale/Original Format Super 16mm, Dvcam
Durata/Running Time 92’
Paese Di Produzione/Country Of Production Italia/Italy
Produzione/Production Tico Film Company e Avocado Pictures
Distribuzione/Distribution Giovanni Tamberi Per Metacinema

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